I social in emergenza, un mondo in cerca d’autore

Articolo pubblicato come post sul blog “Prevenire è meglio che curare” apparso sul sito del giornale della Protezione civile nella sezione #GPCBlog il 18/10/2017 

 

Ogni tanto sui giornali si torna a parlare di comunicazione in emergenza. Per dire in sostanza che nel nostro paese non sono stati ancora fatti quei passi avanti significativi perché le persone possano usufruire di informazioni il più possibile dettagliate su cosa fare e cosa non fare in un momento delicatissimo come una grande emergenza in corso. Ci troviamo in un’epoca in cui la comunicazione tradizionale funziona, seppure con tutte le sue lacune e con contatti in calo e comunque nettamente inferiori di quelli dei social network, consultati soprattutto sugli smartphone. Uno scenario dove però la “nuova” comunicazione social versa in uno stato di completa confusione. Il tutto vissuto con la netta impressione che se la comunicazione sui social in emergenza fosse “regolata” e “organizzata” al meglio potrebbe rivelarsi il mezzo più efficace di veicolazione dei messaggi alla popolazione.

La situazione attuale si può osservare facilmente nei minuti successivi ad un terremoto, o nelle ore in cui un territorio viene colpito da un nubifragio. Tweet, post su Facebook, foto e stories su Instagram si rincorrono disordinatamente. Con fonti diverse, istituzioni, forze dell’ordine, account di giornali, radio e TV, cittadini colpiti, cittadini lontani ma partecipi, persone che sentono il terremoto in zone anche molto lontane dall’epicentro che arrivano a postare “Terremoto a Roma” quando l’epicentro è prossimo ad Amatrice in provincia di Rieti. Nello stesso momento odiatori seriali già se la prendono col governo di turno, attuale o passato, per la magnitudo errata di qualche decimale o mentre angosciati genitori con figli studenti fuori sede entrano nel panico o mentre tweetstar famose già cavalcano l’onda della solidarietà. Con hashtag che si succedono o si contrastano, quando quelle poche, decisive informazioni che servirebbero davvero magari si perdono nell’etere come un astronauta di “Gravity”.

A questi problemi si aggiunge la natura davvero particolare del Sistema di Protezione civile italiano, così come è scaturito dalla famosa riforma del Titolo V della Costituzione del 2001. Il Sistema si basa sul coordinamento in emergenza, tra le “componenti”, cioè le istituzioni di diverso livello responsabili del governo di comuni, aree vaste e regioni e le “strutture operative”, cioè i Vigili del Fuoco, le Forze dell’ordine, le Forze Armate, le organizzazioni di volontariato dalle più grandi (Croce Rossa, CNSAS, Anpas, Misericordie, CISOM, ecc) fino alle più piccole associazioni comunali. A questi soggetti vanno aggiunti i Centri di Competenza, cioè gli istituti scientifici che coadiuvano la Protezione civile (sia quella nazionale, sia quelle regionali), dal famoso INGV, per terremoti e vulcani, al CNR Irpi, all’Ispra, alle ARPA regionali, ai centri specializzati nelle previsioni meterologiche. E poi le grandi aziende di servizi, dalle Ferrovie dello Stato, ad Alitalia, fino a ENEL, ENI, TERNA, ACEA, ecc. Senza dimenticare i giornali e in generale tutti gli operatori dell’informazione, qualunque mezzo essi usino per informare la popolazione. In tutto questo il coordinamento a seconda della portata dell’evento spetta al Dipartimento della Protezione civile nazionale della Presidenza del Consiglio o ai Presidenti delle Regioni fino ai sindaci, prima vera e propria autorità di protezione civile.

Solo leggendo distrattamente tutto questo ci si rende conto delle difficoltà sostanziali a prendersi la decisiva (in emergenza) responsabilità di informare i cittadini e creare la giusta comunicazione vincente, nell’ottica dello sviluppo della prevenzione e della resilienza necessarie.
A ciò si aggiunga l’attenzione, comunque giusta e legittima della magistratura che per esempio nel caso del terremoto de L’Aquila in primo grado aveva proprio punito comunicazioni fuorvianti.
Ma per fare chiarezza cerchiamo a mo’ di elenco di fare luce sugli aspetti più discussi e rilevanti ma allo stesso tempo ancora poco chiari.

1 – La querelle delle fonti. E’ forse il problema principale nei primi minuti di un’emergenza. Chi comunica cosa e quando. La prima autorità di protezione civile è il sindaco. Un evento colpisce un comune o un insieme di comuni, in una sola o in diverse regioni. Diventa importante cominciare a comunicare sui social anche per i centri più piccoli. E’ difficile, oggi, trovare un sindaco che non abbia i propri account personali, aperti e sviluppati in campagna elettorale. Oppure un comune che non abbia account istituzionali. Si può partire anche da lì. Account che raccolgono quotidianamente le attività di tutta l’amministrazione ma che in emergenza possono essere dedicati alle informazioni utili alla comunicazione. L’alternativa è pensare ad “account di protezione civile” dedicati alla comunicazione sul rischio in “tempo di pace” e alle informazioni ai cittadini in emergenza, soluzione che molti addetti ai lavori preferiscono per una questione di chiarezza.
Le comunicazioni che arrivano dall’ente di prossimità più vicino all’epicentro di un terremoto o dove si è verificata una piena di un fiume o di un torrente sono fondamentali. E possono “condurre” il resto del sistema, dalle Regioni al Dipartimento nazionale nell’indicare a chi da lontano cerca di ricevere notizie. Ai comuni si possono affiancare, come fonti “primarie in emergenza”, le strutture operative impegnate sul campo fin dai primi minuti. Diventano importanti account come quello dei Vigili del fuoco, o del Soccorso Alpino o dei Carabinieri Forestali. Le voci “autorevoli” di Regioni e DPC acquistano un ruolo decisivo nell’indicare quali account seguire e per quanto tempo. A ruota gli account informativi che darebbero ancora più affidabilità a voci coordinate e dotate di un’autorevolezza condivisa.

2 – La mancata legge. Secondo la legge 265 del 1999 il sindaco ha la responsabilità di informare i cittadini sui rischi, sul piano di protezione civile che ha il dovere di realizzare e su tutto quello che riguarda un’emergenza che colpisce il territorio comunale. Stop. La legislazione italiana non contempla nient’altro e non indica ulteriori responsabilità. Né in capo al Capo Dipartimento della Protezione civile, né al Presidente del Consiglio né ai prefetti, né ai presidenti di regione. Anzi la legge emenda proprio un articolo di un regolamento precedente che dava al Prefetto la stessa responsabilità. Anno? Come detto, 1999. Quando, forse, qualcuno aveva un e-mail. La legge delega, approvata nel 2017, fa ben sperare visto che parla chiaramente di comunicazione al comma 2 dell’articolo : “omogeneizzazione, su base nazionale, delle terminologie e dei codici convenzionali adottati dal Servizio nazionale della protezione civile per classificare e per gestire le diverse attività di protezione civile, ivi compresi gli aspetti relativi alla comunicazione del rischio, anche in relazione alla redazione dei piani di protezione civile, al fine di garantire un quadro coordinato e chiaro in tutto il territorio nazionale e l’integrazione tra i sistemi di protezione civile dei diversi territori…”. Non si fa riferimento ai social, ma c’è qualche speranza in più.

3 – Il citizen journalism al suo massimo. Le emergenze sono i momenti in cui si manifesta in maniera più visibile una delle caratteristiche più interessanti dei social network. Quando i cittadini possono, se non “dare” una notizia, fornire uno spaccato veritiero della realtà. Allo stesso tempo però è uno dei momenti in cui un “racconto” distorto può fare più danni possibile. Entrano in ballo le categorie dell’affidabilità e della responsabilità. Il sistema di protezione civile è stato creato a favore dei cittadini che però non possono e non devono avere solo un ruolo passivo di fruitori. Questo vale anche per la comunicazione. Detto questo in momenti spesso confusi e soprattutto a rischio per la vita di tante persone l’improvvisazione non può e non deve trovare spazio. Il ruolo dei cittadini nel testimoniare un disagio o un pericolo non deve essere minimizzato ma allo stesso tempo bisogna trovare strade condivise di accettazione che la responsabilità di comunicare sia sulle spalle di istituzioni che operano secondo norme, policy e linee guida. Istituzioni che però tengano presente, anche in emergenza, attraverso procedure precise, le sollecitazioni che giungono dai cittadini.

4 – Il “noise” non così di sottofondo. E’ uno dei problemi principali della comunicazione in emergenza. Il “rumore” è tipico della comunicazione social, soprattutto di Twitter e Facebook, luoghi in cui tutti possono dire la loro. Nel caso delle emergenze il noise più comune è quello generato dai post che si intromettono nelle “conversazioni” formatesi grazie ad un determinato hashtag, ma che già dai primi minuti in cui seguono la percezione di un evento emergenziale propongono argomenti di critica, denuncia, commento o qualsivoglia altro “sentimento” comunque lontano dalle necessità del momento. Un problema che potrebbe, un giorno, con l’ulteriore sviluppo di queste modalità di comunicazione, arrecare danni alla popolazione. Un’attenta e condivisa gestione degli hashtag in emergenza è molto importante, possono avere successo nel diminuire il più possibile il noise ma, ripetiamo, l’accordo, l’adesione, di tutti gli attori istituzionali in campo sono decisivi per vincere questa partita.

5 – Il feedback, chi e quando rispondere. E’ un tema molto delicato, affrontato peraltro dal tavolo di lavoro “socialprociv”, discussione poi sfociata nelle policy e nelle linee guida di cui abbiamo parlato. Un ufficio pubblico non è concepito come una sala operativa o come una task force sempre in azione. Così si può dire per le migliaia di comuni italiani. Prescindendo dal discorso ampio e complesso dei diversi centri operativi e sale operative che vengono allestite in emergenza secondo le procedure standard del sistema di protezione civile, il punto sta in come far funzionare i team che immaginiamo o già esistenti e che si occupano di social impegnati su queste tematiche. La cosa più importante è non “bluffare” mai con i cittadini. Anzi, è prioritario annunciare gli orari o comunque le policy di risposta. E’ meglio rinunciare del tutto a rispondere che farlo senza la necessaria regolarità, rischiando di trovarsi in situazioni spiacevoli durante le emergenze. Ammettere che in emergenza non è possibile rispondere alle diverse (a volte innumerevoli) sollecitazioni che arrivano dai cittadini, aiuta la comprensione e anche la comunicazione. Se invece si decide di dare attenzione alle domande e alle critiche (che non mancano mai) o ai suggerimenti dei cittadini bisogna saper creare un coordinamento con gli uffici e le funzioni (gli “uffici” temporanei tipici delle varie DICOMAC o Sale operative o Centri operativi comunali, allestiti per la gestione dell’emergenza) e rispondere con la precisione e il tempismo necessari.

6 – Gli hashtag. Rappresentano una vera e propria metafora della confusione che regna sotto il sole della comunicazione d’emergenza. Emblematico il caso dei vari #allertameteo a cui a seconda della regione prendevano il prefisso della stessa (#allertameteoTOS, #allertameteoLIG, ecc). Un tentativo peraltro che aveva tutte le possibilità per riuscire e trovare un ampio consenso, che si è rivelato però una strada tortuosa, lastricata di difficoltà dovute al noise e al trollaggio sistematico. Siamo di fronte ad un tema su cui riflettere e cercare di non sbagliare. La direzione giusta è quella della redazione di glossari completi magari da affiancare a policy e linee guida per guidare in qualche modo la comunicazione e offrire una gamma di scelte sull’hashtag che possa convogliare la discussione sui social e “instradare” le richieste e le informazioni più urgenti nelle fasi concitate di un evento emergenziale. La scelta del giusto hashtag è direttamente conseguenziale ad un’adeguata regolamentazione della comunicazione social. Si potrebbe pensare ad glossario che una community o comunque un insieme di istituzioni può produrre e distribuire così da abituare e “instradare” i cittadini che comunicano sui social e tutti gli stakeholder interessati.

7 – Le policy e le linee guida. Il concetto sembra stonare con la “libertà” dell’internet, che a detta di molti non vuole regole e chi le impone deve sempre ricredersi perché alla fine la parte corsara avrà sempre la meglio. Sarà. Ma nelle emergenze bisogna creare un “microsistema” condiviso che accetta priorità e responsabilità. Un sistema condiviso di autodisciplina, da autoimporsi nel nome del bene della collettività in momenti delicati per la stessa vita delle persone. E’ per questo che il percorso “socilprociv”, prima di diventare effettivamente una comunità, una community, aveva redatto delle policy e delle linee guida. Le prime per appunto “creare” un sistema di valori condiviso a valle del quale operare, le seconde per coadiuvare tutti, dalle istituzioni alle strutture operative a operare sui social in emergenza. Un’esperienza che non potrà non tornare utile. Parlando di policy è molto importante la gestione del feedback, di cui abbiamo parlato diffusamente.

8 – L’occasione #socialprociv. E’ l’unico, vero progetto verso una comunicazione d’emergenza sui social consapevole, regolata e condivisa, compiuto finora. Nel 2013 il Dipartimento della Protezione civile – su proposta di soggetti competenti, a partire proprio da Il Giornale della Protezione Civile.it – ha aperto un tavolo di lavoro molto largo e variegato con diversi esponenti del sistema di protezione civile per studiare e poi redigere alcuni documenti. Ne sono scaturiti un manifesto, un documento di policy e uno di linee guida all’utilizzo dei social per tematiche di protezione civile. Sono tutti consultabili sul sito del Dipartimento. Si è giunti a redarre un manifesto perché #socialprociv è pensata come una community. L’idea alla base di tutto, vista la natura del Sistema che non prevede un vertice che decide per tutti ma un coordinamento tra componenti, era quella della condivisione e sottoscrizione delle policy e linee guida con anche una dichiarazione di intenti rappresentata da un “bollino” che le istituzioni che avrebbero preso parte alla community potevano apporre sulle proprie bio, sulla falsariga dei bollini di autenticità che diversi social network concedono a personaggi famosi, associazioni, società, istituzioni. A valle dell’adesione a policy e linee guida condivise era prevista la creazione di un “albo” che raccoglieva gli aderenti alla community. Il tutto presentato con estrema trasparenza ai cittadini con apposite modalità di comunicazione. Un percorso importante, che purtroppo però non ha ancora trovato il suo compimento definitivo. Un percorso dal quale però sarà difficile discostarsi visto appunto la natura del sistema e vista la completezza dell’impianto strutturale. A nostro avviso non si può non partire da qui.

9 – Non solo social, le chat e le app. Proliferano in diverse regioni e in diversi territori le app da scaricare sugli smartphone, dedicate soprattutto al sistema di allertamento meteo, con alcune che si affacciano anche al campo dell’allertamento e delle informazioni sul rischio da parte degli enti locali. L’auspicio è che anche i creatori delle app e i committenti possano condividere il percorso #socialprociv o comunque un percorso coordinato sulla comunicazione in emergenza così da inscrivere questi strumenti utilissimi per la popolazione in questa “nuova comunicazione” in emergenza. Non fano eccezione i canali di chat tipo Telegram peraltro in grande crescita e utilizzati anche da diversi ministeri con un discreto successo (è il caso del Ministero della pubblica istruzione o di quello dell’economia e delle finanze). Non che whatsapp, diffusissimo non sia utilizzato da alcuni sindaci sensibili alle nuove modalità di comunicazione ma lo strumento potrebbe essere usato ancora di più e rappresenta forse la modalità più rapida ed efficace per raggiungere i cittadini e creare una certa fidelizzazione. Anche in questo caso sarà importante ottimizzare linee guida per non sbagliare e non “deludere” i cittadini che cominciano ad abituarsi alla presenza di messaggi autorevoli da parte delle istituzioni in emergenza e in “tempo di pace”.

 

Gianluca Garro

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Nasce l’Associazione PA Social

Fotona_pasocial

La P.A. mira ad avvicinare e coinvolgere cittadini e utenti grazie alla rete.

Nel novembre 2015 i responsabili dell’ufficio stampa e i social media manager della Presidenza del Consiglio, dei Ministeri e di alcune istituzioni nazionali hanno dato vita a un gruppo di lavoro dal quale è sorta da poco l’associazione PA Social. La presentazione avrà luogo il prossimo 14 settembre a Roma e sarà l’occasione per confrontarsi sui prossimi obiettivi grazie a una discussione organizzata attraverso dieci tavoli tematici. Si va dal ruolo dei comunicatori e dei servizi digitali al corretto uso del web, dal concetto di smart city alla gestione di eventi o emergenze in rete, dal confronto su una nuova legge per la comunicazione pubblica all’applicazione del principio della trasparenza.

La Pubblica Amministrazione ambisce sempre di più a essere un punto di riferimento credibile nel dare informazioni ai cittadini e affidabile nel fornire servizi agli utenti. Con la capillare diffusione dell’uso della rete si è però materializzata una nuova sfida, dal momento che sono inevitabilmente cambiati gli strumenti e i metodi di lavoro per chi opera all’interno della macchina amministrativa, in modo particolare per chi si occupa di comunicazione. La versatilità dei social media ad esempio risulta funzionale alla P.A perché avvicina quest’ultima ai cittadini/utenti, con le chat che diventano degli sportelli virtuali che offrono servizi in tempo reale. È però necessario ridefinire e riconoscere le nuove figure professionali coinvolte. L’associazione PA Social intende dunque valorizzare il nuovo comunicatore che opera in enti e aziende pubbliche e che è in grado di usare con competenza gli strumenti forniti dalle piattaforme digitali. L’obiettivo è ottenere una revisione della disciplina normativa in merito, ovvero della Legge del 2000, n. 150 sulla comunicazione pubblica. Nel frattempo però i suoi promotori, consapevoli che ormai quasi tutti gli uffici in contatto con il pubblico e con la stampa già adoperano web e social media, propongono una nuova struttura: l’Ufficio Comunicazione, Stampa e Servizi al Cittadino.

La nascita di PA Social però non riguarda soltanto gli addetti ai lavori ma tutti noi perché si impegnerà a promuovere l’uso consapevole dei nuovi mezzi di comunicazione e ci aiuterà a riconoscere le informazioni inesatte grazie a fonti verificate e autorevoli. Ancora, attraverso le sue finalità, garantirà maggiore trasparenza mediante una comunicazione bidirezionale, in tempo reale e che coinvolge direttamente i cittadini. L’utente sa che PA Social farà in modo che qualsiasi notizia sia a portata di click con persone competenti e preparate per rispondere alle sue esigenze. Cercare informazioni sui servizi del proprio Comune, consultare la normativa relativa a una materia di interesse, leggere un bando, chiedere notizie sono solo degli esempi per comprendere quanto sia ambizioso e rilevante lo scopo dell’associazione. Se il cittadino sa di trovare le risposte alle proprie domande, si accorciano metaforicamente le distanze dall’amministrazione, spesso ritenuta un dedalo inestricabile e confuso.
PA Social è aperta a nuove adesioni e mira a coinvolgere non solo i comunicatori delle amministrazioni centrali ma anche di quelle locali, mettendoli in collegamento tra di loro. Dal 2015 si susseguono workshop, seminari e corsi di formazione con soggetti pubblici e privati. Il lavoro è continuo ma già sta dando i suoi frutti con molte adesioni, numerose amministrazioni pubbliche già coinvolte e alcune pubblicazioni sul tema già all’attivo. Inoltre come ricorda tra gli altri anche Francesco Di Costanzo, direttore di cittadiniditwitter.it e autore di “PA Social. Viaggio nell’Italia della nuova comunicazione tra lavoro, servizi e innovazione”, sono già 4 mila le copie scaricate dell’ebook “Social e PA, dalla formazione ai consigli per l’uso” realizzato dal Formez PA proprio in collaborazione con PA Social. Non ci resta dunque che seguire con interesse le attività dell’associazione al sito http://www.pasocial.info/

Giusy Russo

Quando il politico “parla” in libreria

Se vuoi lasciare il segno e far sì che la tua comunicazione rimanga impressa nelle menti poco più di qualche minuto (tempo in cui rimane impresso un tweet o un post facebook/Instgram) scrivi un libro.
E’ la vecchia/nuova frontiera dei politici. Non che nel passato non scrivessero libri, di tutti i tipi, dal racconto dei fatti politici, alle storie di vita personale, ai retroscena da scoop, fino ai libri di cucina e di sport. In diversi formati, dal quasi-manuale di politologia o economia politica fino all’intervista o al diario.

Cosa permette un libro di successo al suo autore? Gli permette di esprimere il proprio discorso in grande tranquillità, con un’abbondanza di spazio e di pazienza del lettore. Una vera e propria manna per i politici dall’eloquio inarrestabile, confinati quotidianamente in 140 caratteri o in due parole da “status”.
Non solo, il libro permette di mettere il turbo allo storytelling, cioè di impostare una serie di paletti alla “storia” di se stessi che si vuole raccontare e quindi far veicolare il proprio messaggio, le proprie idee. Quello che un tempo veniva definito un “manifesto”.
E poi, esiste un netto guadagno “economico” rappresentato dal moltiplicatore di rumore di fondo che l’uscita di un libro può generare nel dibattito politico, “riempiendo” i media con apparizioni, interviste, puntate e spezzoni di puntate di talk show, dibattiti con l’autore e sull’autore, articoli di giornale, inchieste di settimanali e così via.

Certo, bisogna forse avere la statura di un “big” della politica per avere un ritorno così importante. Ci hanno provato diversi outsider, come Civati, che peraltro ne ha scritti diversi, o Fassina, tutti con alterne fortune, chiaramente non con lo stesso successo di pubblico di Renzi o Di Battista. Per tutti però, il moltiplicatore di spazi nell’universo mediatico, cioè in TV, radio, giornali e siti di tutti i tempi ha funzionato a dovere.

Sono diversi gli esempi di libri rimasti nell’immaginario collettivo della politica italiana. Citarne alcuni dà anche l’idea della varietà di sfaccettature nello scrivere un libro politico. Nel ‘96 un giovane Walter Veltroni, fino ad allora animatore culturale della Federazione dei giovani comunisti e poi speranza del Partito Democratico della sinistra, si fa intervistare da Stefano Del Re. Il libro diventa subito “virale” (come poteva essere virale qualcosa nel 96) e soprattutto diventa il manifesto del veltronismo. Da Bob Kennedy a Berlinguer, una politica, che allora si poteva chiamare pienamente ulivista, democratica come la intendono i democratici americani, in salsa post comunista. Con un modo di esprimersi accattivante. Nasceva una nuova stagione. Durata poco per Veltroni che diventerà segretario dei Ds prima e arriverà poi a poter esprimere la guida del Partito Democratico, orizzonte molto chiaro nel libro, ma forse troppo tardi e in un epoca completamente diversa.

Erano gli anni che a Veltroni faceva da contraltare Massimo D’Alema. Due facce della stessa medaglia del partito post comunista, uscito dalle forche caudine della Bolognina e poi delle varie pseudo trasformazioni dei primi anni 2000. E D’Alema non poteva essere da meno del rivale anche nella corsa al libro che rimane nella memoria almeno giornalistica. Nel 1995 fu la volta infatti del suo “Un paese normale” e poi nel 1997 de “La grande occasione” in cui quello che sarebbe diventato di lì a poco Presidente del Consiglio snocciolava la sua visione del paese, dall’economia a tante altre tematiche ma che rimase nella memoria per la versione dalemiana del famoso “patto della crostata” a casa di Gianni Letta. Libro ricordato ancora oggi, tanto per far capire l’importanza mediatica di una pubblicazione. Anche se magari la maggior parte di coloro che ne parlano non l’ha neanche letto.

Veniamo al leader postmoderno Matteo Renzi. I suoi libri: da “Fuori” a “Stil Novo” ad “Avanti” sono ciò che più si può accostare al vero pensiero dell’autore. Leggendo si capisce che quello che scrive lo ha pensato, meditato, e allo stesso tempo entusiasmato. E meglio non poteva dirlo. Una sincerità portata al massimo. Un lunghissimo post di Facebook? Magari una lunghissima E-news, le mail che l’ex sindaco di Firenze continua a inviare alla sua sterminata mailing list. Renzi è veloce, preparato certo, ma comunque la sua comunicazione è rapida e lui è del tutto a suo agio nello spazio di un post o di una mail seppur lunghi.
La sua forza nel declinare questa modalità di linguaggio è quella dell’accendere l’entusiasmo di chi la pensa come lui e di chi è, culturalmente, caratterialmente, politicamente incline a rivedersi nel segretario del PD. Meno per tutti gli altri. I suoi tre libri fotografano tre epoche diverse, la stessa persona, però con prospettive e bagaglio diverso, forse anche con sogni diversi, di sicuro con riflessioni su se stesso diverse. Non riguardo al suo progetto politico né sulle modalità di realizzarlo e neanche sulle modalità di comunicarlo.

Si sono cimentati a scrivere un libro personale anche Matteo Salvini e Alessandro Di Battista. Salvini dal punto di vista della resa è nella scia di Matteo Renzi. Si tratta di un lungo post di Facebook, in cui cerca di raccontare la sua visione della politica e dell’amministrazione dello stato cavalcando i suoi temi più “forti”. Nulla di più e nulla di meno di ciò che fa quotidianamente sui social, alternando con disinvoltura il suo lato simpatico e gigione con quello duro e puro con l’elmetto da ultimo uomo di destra del paese.
Di Battista invece si butta sul diario/biografia/racconto della visione del paese condito con le parole d’ordine del Movimento 5 stelle. Ma il racconto delle sue gesta, che ricordano i viaggi sulla motocicletta di Che Guevara, la fa da padrone. Un predestinato che dal terzomondismo approda a governare il paese contro la Casta.

Ottimo per il nostro discorso l’esempio del libro “Revolution” di Emmanuel Macron, attuale presidente francese che ha vinto grazie ad un patto con i cittadini del suo paese che mai come questa volta hanno votato la persona più che i partiti. Il massimo della personalizzazione politica dal dopo guerra ad oggi. Più di Mitterrand o Chirac o Sarkozy, pari forse solo a De Gaulle. Un libro un po’ da campagna elettorale, un po’ scritto per farsi conoscere e dare forza ad un’ascesa politico mediatica che l’anno scorso era in pieno svolgimento, tanto da avere un successo galattico solo se si pensa da dove era partito (un outsider del governo del Partito Socialista dal di lui diversissimo Hollande) e dov’è arrivato. Il linguaggio è tutto propositivo, l’intento forse era quello un po’ “messianico” alla Obama. La sua vittoria nella corsa all’Esilio forse non ha raggiunto le vette obamiane del 2008 ma Macron era indubbiamente il candidato di tutti, con un movimento nato dal niente che ha annientato il Partito Socialista, e posto un grande ostacolo e freno al populismo-nazionalismo di Marine Le Pen. Il libro può aiutare a conoscere il fenomeno Macron, ma fino ad un certo punto, proprio perché si tratta di un fenomeno tutto in divenire.

Un politico/tecnico a cui non mancano le pubblicazioni è Romano Prodi, che negli ultimi anni si è fatto intervistare due volte, prima da Marco Damilano ( Missione incompiuta, 2013) poi da Giulio Santagata (Il Piano inclinato, 2017). Le sue tante pubblicazioni comunque, non solo quelle degli ultimi mesi incentrate sostanzialmente su un’analisi della situazione politico economica, ricalcano la sua esperienza da professore. Inclinazione ovviamente presente anche nei suoi migliaia di articoli scritti nel corso degli anni sui principali quotidiani. Gli ultimi due sono i libri post impegno politico. Il Professore preferisce di gran lunga la politica europea e internazionale alle beghe nazionali, ma non disdegna di dire la sua anche sulla politica italiana, a volte con una certa malcelata ironia nei confronti dei protagonisti della politica nostrana. C’è un libro diverso: è “Insieme”, del 2006, scritto insieme alla moglie Flavia Franzoni e curato dalla sua portavoce storica Sandra Zampa. “Insieme” è un racconto. Slow come la comunicazione prodiana che sovente è stata oggetto di satira pungente. Un libro che non può dirsi un lungo post Facebook, ma che, leggendolo con una certa pazienza, si rivela molto importante per capire il punto di vista privilegiato di Prodi su diversi passaggi decisivi per la vita pubblica del paese, condito dal racconto di due generazioni e di una famiglia allargata. Non è uomo da social il professore bolognese, ma gli spunti per capire ce ne sono molti.

Nel caso di Bill Clinton e Tony Blair, che hanno sfornato qualche anno fa due best sellers come “My life” e “A journey”, si parla di autobiografie. Da romanzo americano la prima, dettagliatissima, con risposte a polemiche e accuse la seconda. In quanto autobiografie scritte a posteriori del proprio mandato, i due ex protagonisti della scena mondiale sono da considerare in maniera diversa rispetto agli altri che cercano di comunicare qualcosa per dare un contorno alle proprie idee e per raggiungere consenso immediato.

Infine l’esempio più famoso al mondo. Barack Obama. Nel suo caso i libri sono precisamente tagliati per il racconto mediatico che ha portato alla grande vittoria del 2008 poi bissata nel 2012. Inarrivabile per tutti, in quanto a successo e a riuscita dell’opera “Sogni di mio padre”, dai grandi toni autobiografici, con la storia di una famiglia che aveva in se in nuce il sogno americano. Comunque la grande voglia del tempo degli Stati Uniti (ma non solo) di “riscaldarsi” ad un racconto di speranza e di ripresa dopo le guerre in Iraq, la plumbea era Bush e la crisi che già picchiava duro, ha facilitato il pieno successo di un racconto così funzionale al sogno americano, divenuto in qualche modo sogno mondiale. Obama è chiaro e sincero nel suo discorso e nel suo caso è il racconto a lanciare in orbita il libro e il successo mediatico e la presenza del personaggio a favorire il successo del libro.

Poi c’è Silvio Berlusconi. In realtà due libri li avrebbe anche scritti, famigerato soprattutto il non proprio best seller “L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio”, ma lui non ha bisogno di scrivere. Sono i libri, gli articoli, le diverse pubblicazioni, che inseguono il suo successo. Ottenuto con tutti i modi possibili di comunicare tranne la parola scritta. Ma lui è Berlusconi.

Gianluca Garro 

Come narrare sui social network la “straordinaria” quotidianità

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Prima di pensare a come utilizzare i social network per raccontare le emergenze è fondamentale pensare, anzi studiare strategicamente, come narrare la quotidianità. Servizi quotidiani come un controllo di routine, la gestione di una chiamata, la conferenza stampa per la presentazione del bilancio o un intervento sul territorio possono e devono essere trasformati in un evento a cui legare uno storytelling sui social media e sui mass media.
Se ogni giorno, però, presentiamo la quotidianità come un “grande evento” l’utente/cittadino può “annoiarsi” e smettere di seguire i nostri aggiornamenti, per questo non dobbiamo abusarne ma dobbiamo scegliere il giusto evento quotidiano che può trasformarsi nell’Evento.
Due le iniziative che si prestano a raccontare questa strategia per creare engagement e interesse negli utenti che seguono gli account ufficiali dell’ente. La prima è #PLdinotte: racconto sui social del turno di notte delle polizie locali dell’Emilia Romagna. Dalle 19 alle 1 dell’8 aprile scorso, gli account della Polizia locale dell’Emilia Romagna e delle Pm di Parma, Modena, unione del Frignano, Val d’Enza, unione Tresinaro Secchia, Terre d’Acqua, Alta Val Taro, unione Terra di Mezzo e unione Terre d’Argine, hanno descritto su Twitter un normale turno di notte.

 Hanno riportato il quotidiano mettendo in primo piano le persone, i tanti vigili urbani che svolgono questo compito, i controlli che ogni sabato notte vengono svolti di routine e anche una criticità. È stato infatti raccontato l’intervento della polizia locale di Parma sul luogo di un incidente stradale.

L’altra iniziativa è quella della Protezione Civile di Sesto Fiorentino che ha scelto di trasformare una esercitazione di protezione civile con le scuole (pratica che i diversi gruppi di protezione civile svolgono periodicamente) in un evento mediatico e social. L’esercitazione, che si è svolta lo scorso 30 maggio, è stata anticipata nei giorni precedenti da un trailer e raccontata, il giorno stesso, con una diretta sugli account ufficiali su Twitter, Facebook e Instagram con l’hashtag #SestoInSalvo.

In più sono stati invitati i mass media locali che hanno coperto l’iniziativa con servizi video e con articoli, tanto che questa iniziativa ha aperto l’edizione del tg regionale della Rai, fatto estremamente raro trattandosi di una esercitazione a livello locale.

Da questi due eventi possiamo trarre alcuni elementi per trasformare il quotidiano in una narrazione straordinaria. Prima di tutto, è necessario scegliere una attività e trasformarla in un evento creando aspettativa sui mezzi di comunicazione scelti. Non dimentichiamo poi di definire un hashtag su cui sviluppare la narrazione dell’evento. Il tutto va poi raccontato con foto e video. Rendiamo parteci gli utenti facendogli vivere il nostro evento dal vivo proprio come se fossero presenti. E naturalmente non fermiamoci qui ma, dopo l’evento, dedichiamo un comunicato stampa e alcune uscite sui social network per raccontare come è andata e gli obiettivi raggiunti, andando a coinvolgere gli utenti, chiedendo loro in parere o consigli per il futuro.

 

Chiara Bianchini

Il “viaggio” di #pasocial . la tappa di Reggio Emilia

 

Ci occupiamo ancora di #pasocial, come è successo spesso di recente a Progràmmata.

Dopo la bella e significativa esperienza del forumPA a Roma, il gruppo di comunicatori istituzionali #pasocial, guidati da Francesco Di Costanzo, continua il “viaggio nell’Italia della nuova comunicazione, tra lavoro, servizi e innovazione.

Prossima tappa: il 9 giugno dalle ore 9.30 nella Sala del Tricolore del Comune di Reggio Emilia.
L’evento si svolgerà con il patrocinio di Regione Emilia-Romagna e di ANCI Emilia-Romagna e in collaborazione con la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento Informazione ed Editoria.

La Fondazione Ora! di Reggio Emilia, ha voluto fortemente che il viaggio di #pasocial toccasse anche la città dove nacque il Tricolore e dichiara, per voce di Alessio Pecoraro, che “si tratta di un’iniziativa che dimostra che il nostro territorio è sempre aperto all’innovazione ed a migliorare il rapporto con i cittadini anche con l’utilizzo dei social network e del digitale”.

Come sta cambiando il rapporto tra le Pubbliche Amministrazioni e i Social Media? Come questi possono essere utilizzati quali strumenti a servizio della comunità? Come i Social stanno cambiando il lavoro del comunicatore pubblico?
Sono solo alcuni degli interrogativi sui quale verterà l’intero evento che sarà diviso in due panel: un primo dal titolo “L’Italia e il digitale: come cambia e aiuta la Pubblica Amministrazione” e il secondo e ultimo panel sarà dedicato al tema: “La città diventa community: gli Enti Locali e la sfida digitale”.

Tutti gli ospiti e comunicatori che interverranno nel corso dell’iniziativa, saranno preceduti dall’intervento iniziale di Francesco Di Costanzo, promotore e ideatore di #pasocial.

Quella del 9 giugno a Reggio Emilia sarà, quindi, la prima occasione di confronto in Emilia Romagna e proprio su questo il promotore Di Costanzo, ha voluto centrare la sua attenzione.
“Con #pasocial stiamo lavorando anche ad un nuovo modello organizzativo della comunicazione pubblica e ad un’associazione nazionale dedicata alla nuova comunicazione” ha affermato Francesco Di Costanzo.

“È ormai noto a tutti- continua Di Costanzo- che web, social e chat stanno cambiando profondamente il rapporto tra pubblica amministrazione e cittadini e il lavoro del comunicatore pubblico”.

La partecipazione al seminario/evento dà diritto a n. 4 crediti per la formazione permanente dei giornalisti, previa iscrizione alla piattaforma Sigef. Per chi non è iscritto all’ordine dei giornalisti, l’evento è comunque a libero accesso.

Sarà, quindi, una bella giornata di confronto su tematiche più che mai attuali e“grazie alla disponibilità del Comune e della Fondazione Ora! anche a Reggio Emilia, ne parleremo, con buone pratiche nazionali e locali e con i contributi di tanti amministratori, esperti di comunicazione e giornalisti”. Ha concluso il promotore di #pasocial.

 

Luca Giuseppe Murrone

@LucaMurrone

#pasocial al ForumPa, suggerimenti per ridurre uno storico ritardo

ForumPa_facciata

ForumPA cresce, in attesa di dati e cifre ufficiali. Il luogo che ha ospitato la manifestazione , la famosa, o famigerata , dipende dai punti di vista, Nuvola di Fuksas ha rappresentato una sorta di passo avanti dell’evento che conquista un centro congressi avveniristico con 15 sale occupate, spazi ad hoc, addirittura studi radio-tv.

Tra le mille proposte del Forum la crescita e dell’affermazione di #pasocial. Ricordiamo a chi ancora non ha mai sentito parlare di #pasocial che si tratta di un gruppo di comunicatori del governo, della Presidenza del Consiglio, dei ministeri, delle agenzie governo, delle strutture di missione, delle forze dell’ordine, delle forze armate che partendo dalla condivisione delle esperienze anche informale si è organizzato a discutere e poi col tempo a mettere in comune delle idee e delle linee guida finalizzate allo sviluppo delle “nuove” forme di comunicazione al servizio dei cittadini. Un gruppo che sta per unirsi in associazione.

Sono stati numerosi gli incontri animati dalla comunità di #pasocial: non solo convegni, anche interventi radio-televisivi in onda in streaming sul sito FPA.net e alcune lezioni definite “academy” dove con maggiore calma e chiarezza i comunicatori hanno potuto dare un’idea completa delle modalità più efficaci di comunicazione social per la pubblica amministrazione.

E’ stata l’occasione anche di lanciare dei prodotti che finora erano ben lontani dall’essere adottati dalla PA come il canale Facebook Messenger del Ministero delle Politiche agricole che prevedrà l’utilizzo di un B.O.T. che potrà rispondere in tempo reale alle domande dei cittadini fin quando poi le domande stesse non meriteranno risposte più articolate che necessiteranno di un intervento umano.
Al centro del dibattito la necessità di una riforma decisa e completa della Legge 150 del 2000 che per la prima volta in Italia regolò la comunicazione istituzionale. Una legge obsoleta ormai, soprattutto perché pensata e scritta molto prima che i social network o i servizi di chat messaging entrassero nelle menti dei loro creatori. Non solo, anche perché si tratta di una legge al momento disattesa, e spesso neanche rispettata da tutte le istituzioni allo stesso modo.

Altro tema ricorrente nei dibattiti targati #pasocial la struttura degli uffici che pensano e producono comunicazione al cittadino. Il ritardo in molti casi è allarmante. Ritardo fatto di ancora troppi comunicati, a volte ancora fatti di carta e magari inviati via fax. Comunicati che nella maggior parte dei casi, se non inseguono o raramente creano una notizia non vengono neanche presi in considerazione dai quotidiani o dai TG o dalle radio e per questo completamente ignorati dai cittadini-audience. A tutto ciò si aggiunge un’obsolescenza affiancata da una diffusa inefficacia dei famosi uffici per le relazioni con il pubblico contemplati dalla succitata legge 150 del 2000.

Siamo di fronte ormai ad una necessità sempre maggiore di integrazione tra gruppi di lavoro e di conseguenza tra strumenti di lavoro per permettere alla comunicazione concepita dalla PA di giungere chiara ai cittadini così da favorire sempre migliori esperienze di “contatto” con la PA stessa.

Sarebbe auspicabile “affiancare” e rendere il più possibile osmotici i vari uffici. L’ufficio stampa e del portavoce (se è contemplato dall’organigramma dell’istituzione) con l’ufficio o servizio comunicazione (che di solito si occupa del sito web) con la redazione che si occupa dei social, con l’ufficio relazioni con il pubblico fino al contact centre che fa della comunicazione telefonica diretta il centro del suo lavoro.
In diversi casi è possibile far lavorare tutti nella stessa sala, sul modello di una sala operativa come le conosciamo per i comparti sicurezza o di protezione civile.
Alcuni la chiamerebbero romanticamente una “war room”. Ognuno può chiamarla come vuole, dando sfogo alla fantasia. Ma può rappresentare il futuro del lavoro della comunicazione nella pubblica amministrazione.

Un lavoro quindi integrato, con gli stessi obiettivi e con al centro l’ottimizzazione dello strumento dei social e dei servizi di chat messaging. Con un rapporto sempre più bilaterale con il cittadino. Con un servizio e quindi una strategia di risposte e di lancio di iniziative. Lo può fare un B.O.T., cioè un robot ma molto spesso un gruppo di professionisti preparati alla bisogna può rendere il servizio ancora più efficiente.
E’ questo il percorso su cui passa il grosso della modernizzazione della PA, la speranza è che non rimanga tutto una bella discussione fatta “dentro la Nuvola”.

Gianluca Garro

#PrimariePD: la sfida dei candidati “social”

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Emiliano parla di partito, congresso e primarie. Orlando punta su verbi programmatici come voglio, dobbiamo e serve, Renzi su parole d’ordine, come: Europa, giovani, Paese. Anche in queste Primarie del Partito Democratico, che si terranno domenica 30 aprile, i tre candidati si sono affidati ai social per la comunicazione quotidiana e diretta ai cittadini. Ma come? Le Primarie sono un appuntamento che permette agli iscritti e a coloro che intendono sostenere il partito alle prossime elezioni, di partecipare esprimendo direttamente la propria preferenza per uno dei tre. Scegliere un candidato equivale a condividerne le proposte, risulta quindi indispensabile per chi è in lizza, esporre in maniera chiara, semplice ma non riduttiva la propria linea programmatica. La rete e in particolare i social network costituiscono un canale privilegiato per farlo. Innanzitutto si arriva direttamente all’utente che può eventualmente interagire, inoltre si può testare grosso modo in tempo reale, l’approvazione di cui si gode presso le persone in rete. Quanto siano statisticamente rilevanti questi dati e rappresentativi del bacino elettorale effettivo è oggetto di studi e ricerche. Tuttavia sono molti gli aspetti che possono essere ricavati per gli addetti ai lavori e non solo.

Lo scorso 31 marzo, Wired nell’articolo “I social network in Italia: Facebook regna, ma i giovani guardano altrove” di Dario Falcini, ha riportato una ricerca condotta dalla società italiana leader nella social media intelligence BlogMeter. Quest’ultima ha esaminato 1500 persone residenti nel nostro Paese, dai 15 e ai 64 anni di età, utenti di almeno un canale social e di cui sono state analizzate le abitudini. In maniera nemmeno troppo sorprendente, la piattaforma più usata è risultata Facebook, con l’84 % di persone che ha affermato di adoperarlo più volte al giorno. Twitter invece, secondo quanto riportato da Wired, non sale nemmeno sul podio.[1] Tuttavia la piattaforma dai 140 caratteri è spesso usata dai politici per rilasciare dichiarazioni, in una sorta di comunicato stampa decisamente più breve e immediato, per annunciare iniziative, in breve per comunicare. Naturalmente lo stanno facendo anche i tre candidati alla segreteria del PD. Come sta andando dunque il dibattito politico sulla piattaforma dei cinguettii?

Per capirlo, può venirci in aiuto un articolo pubblicato su La Repubblica dello scorso 20 aprile, dal titolo “Twitter ‘racconta’ le primarie: Orlando il nuovo rottamatore e lo stile istituzionale di Renzi”, che riporta un’analisi condotta da Nicola Martocchia Diodati, della Scuola Normale Superiore di Firenze e Massimo Airoldi, dell’Università degli Studi di Milano. La loro analisi ha posto sotto la lente le interazioni dei candidati con gli utenti di Twitter ed ha selezionato le parole chiave usate, il tutto a partire dall’inizio della campagna delle primarie. È emerso che, fino alla data di pubblicazione dell’indagine, Renzi aveva scritto solo 144 tweet ma aveva raggiunto oltre 1200 tra retweet e favoriti per ogni cinguettio. Orlando ha collezionato 388 tweet con in media 117 interazioni per ognuno. Infine Emiliano ha twittato 491 volte, con una media di 78 tra retweet e favoriti. Cosa c’è nei tweet, quali temi e quali parole? Emiliano ha posto l’enfasi su: congresso, primarie, mozione, partito ma anche Puglia, Bari. Tra i temi compaiono lavoro e scuola. Molti sono invece, i verbi adoperati dal Ministro della Giustizia: voglio, dobbiamo, serve, diciamo, costruire. Tra i sostantivi vi sono: giovani, casa, paese e politica. Europa, sinistra, mondo, paura, scienza, culturale e insieme sono invece alcuni dei termini usati dall’ex Presidente del Consiglio.[2]

Twitter e gli altri social network possono fornire indicazioni ma probabilmente non dati statisticamente rappresentativi. Sarà quindi interessante capire quanti di questi temi saranno condivisi dagli elettori, li motiveranno a votare e soprattutto, per chi.

[1] https://www.wired.it/internet/social-network/2017/03/31/social-network-in-italia-facebook-regna/

[2] http://www.repubblica.it/speciali/politica/primarie-pd2017/2017/04/20/news/presenza_twitter_candidati_parole_chiave_interazioni-163427574/

Giusy Russo