#PASocial, la rete italiana della nuova comunicazione

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Un anno di lavoro, incontri, convegni, dibattiti, una rete che si allarga sempre più, una buona pratica che parte e va a creare qualcosa dove non c’era nulla. Tutto questo è #PASocial.

In Italia, da una decina d’anni, cioè da quando i social network hanno cominciato a far parte della vita di ognuno, per la prima volta, i comunicatori, cioè dei professionisti che fanno della comunicazione istituzionale il loro lavoro quotidiano, si mettono a sistema o, per meglio dire, fanno rete, per dare alla comunicazione sui nuovi “supporti” un indirizzo comune.

E’ tutto questo #PASocial, qualcosa di innovativo, di nascente. Qualcosa che ha molto a che vedere con i “Programmata”. Non perché si parli di comunicazione politica, quindi persuasiva, ma perché si tratta di una modalità di comunicazione da parte degli uffici pubblici direttamente rivolta ai cittadini, nell’ambito di una disintermediazione (termine molto alla moda in questi ultimi tempi) molto interessante.

La data del 15 febbraio 2017 per questo esperimento è molto importante per diversi motivi. E’ il giorno della presentazione del volume di Francesco Di Costanzo, giornalista, ideatore e coordinatore del gruppo #PASocial, dal titolo “PA Social. L’Italia della nuova comunicazione tra lavoro, servizi e innovazione” (Franco Angeli Editore), che raccoglie diverse testimonianze dei responsabili della comunicazione della Presidenza del Consiglio e di tutti i ministeri, uffici di governo, aziende pubbliche, agenzie, che hanno accompagnato la proposta fin dai primi passi.

Il libro raccoglie inoltre diverse “buone pratiche”, esempi validi di attività sui social network di istituzioni pubbliche. Non solo: il gruppo di comunicatori ha instaurato già da diversi mesi una fattiva collaborazione con i rappresentanti dei social network presenti nel nostro paese, Facebook, Twitter, Google e Linkedin in particolare. Si tratta quindi di un percorso condiviso proprio per comprendere insieme le modalità più efficaci per fornire una comunicazione sempre più valida, autorevole e comprensibile ai cittadini che ormai quotidianamente si informano sui social.

La presentazione del libro è stata anche l’occasione per annunciare, da parte del Dipartimento dell’Editoria della Presidenza del Consiglio, che presto si avvierà un gruppo di lavoro con l’obiettivo di guidare i prossimi sviluppi di #PASocial e rendere ancor più istituzionale questa esperienza cresciuta finora in maniera “informale”.

Dove sta dunque l’importanza di #PASocial? Come detto si tratta di qualcosa di “nuovo”. Con i suoi tempi, anche la pubblica amministrazione si rende conto che non può fare a meno di comunicare sui social network, che battono in velocità e ricettività di gran lunga i media tradizionali.

In ordine sparso, quasi tutte (con eccezioni, purtroppo, significative) le istituzioni che abbiamo menzionato si sono dotate di account in social anche più “sofisticati” di Twitter e Facebook, per esempio Instagram, o Flickr, o Google + o il nuovissimo Snapchat o addirittura si sono lanciati sui dispositivi di messaggistica  come Whatsapp e Telegram. Il fenomeno di cui stiamo parlando è la volontà di mettere a fattor comune le buone pratiche, le esperienze e i piani di azione della comunicazione istituzionale sui social.

Un tentativo, quindi, di non muoversi a caso, o a “fari spenti”, anzi la volontà di creare dei paradigmi, magari delle linee guida che possano tracciare una strada per il futuro.

La comunicazione istituzionale ha bisogno di una direzione. Anche in questo campo la rivoluzione tecnologica è stata devastante. Si è passati dalla telescrivente, dai fax, dalla carta ingombrante e onnipresente ai social in pochi anni. Ancora poco tempo fa, nel 2000, quando, pochi lo ricordano, veniva approvata la legge 150 che regola la comunicazione istituzionale, gli uffici comunicazione, stampa e gli URP (ufficio relazioni con il pubblico) i social non erano neanche nelle idee dei loro creatori.

Uno shock, dunque, che ha creato un gap significativo. Al contrario della comunicazione politica (per non parlare di quella commerciale) più “veloce” e comunque molto attenta al risultato, la comunicazione delle istituzioni non è quasi mai riuscita se non a stento e sempre avvalendosi della TV (che inevitabilmente tende a “personalizzare” favorendo le figure dei leader) a raggiungere la sempiterna “casalinga di Voghera”.

I social sono indispensabili per colmare il gap, e non si potrà prescindere dall’usarli anche se molti ancora sono scettici paventando magari un loro velocissimo declino (peraltro sempre annunciato e mai successo) e allora ben venga il Ministero dell’Istruzione o quello dell’Economia che addirittura scrivono ai loro iscritti sul canale Telegram.

Guai a farsi sfuggire i treni che passano, sono sempre troppo veloci.

 

Gianluca Garro

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I mille volti della Rete

Un luogo per partecipare, approfondire, criticare e sullo sfondo poca fiducia nella politica.

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La Rete deve essere ritenuta una nuova modalità di partecipazione, oppure si tratta soprattutto di uno strumento ulteriore per porre sotto la lente il mondo della politica?

Di recente è stato pubblicato il XIX Rapporto annuale sugli atteggiamenti degli Italiani nei confronti delle Istituzioni e della politica, realizzato da Demos per il Gruppo L’Espresso. Per il sondaggio sono state prese in considerazione anche le discussioni politiche avvenute su Social Network, blog e siti. Il valore che sintetizza questa nuova forma di partecipazione è 24, ossia dieci punti in più sia di uno che di due anni fa. Per valutare invece il tipo di partecipazione a cui siamo maggiormente abituati, quella tradizionale, è stato costruito un altro indice. Esso si basa su dei dati, ovvero l’aver preso parte almeno una volta nel corso del 2016 a manifestazioni politiche e di partito, o a iniziative collegate ai problemi del quartiere e della città, ancora a iniziative collegate a problemi dell’ambiente e del territorio oppure infine, a manifestazioni pubbliche di protesta. Il numero che fotografa l’anno appena trascorso è 52, che tradotto equivale ad un maggiore coinvolgimento dei cittadini rispetto agli ultimi due anni.

Alle persone interessa dire la propria, essere attivi, sostenere le cause in cui credono e ciò avviene anche grazie ai mezzi resi disponibili dalla tecnologia. Dedicare più tempo a queste attività equivale ad avere più fiducia nei confronti delle Istituzioni? Evidentemente no, visto che l’indice relativo, fermo a 26, appena un punto superiore al 2015 ma addirittura quindici punti inferiore al 2005, rende in maniera palese l’idea di quale sia il quadro. Si tratta comunque di un aumento, almeno rispetto al 2013 e soprattutto al 2014, ma è probabilmente ancora presto per dire cosa aspettarsi nei prossimi anni. Intanto in cima alla classifica della fiducia nel 2016, troviamo in ordine: il Papa, le Forze dell’Ordine, la Scuola, il Presidente della Repubblica fino ad arrivare in fondo alla lista, dove gli ultimi due posti sono occupati dal Parlamento e dai Partiti.[1] Non sorprende quindi che proprio i politici siano spesso oggetto di critiche e polemiche.

Tra gli ultimi casi pensiamo a Roma, dove qualche settimana fa sono apparsi dei manifesti anonimi che attaccavano Valeria Fedeli. Come è noto, lo scorso 12 dicembre si è insediato il Governo presieduto da Paolo Gentiloni e tra i nuovi Ministri nominati, ad occupare il Dicastero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca è stata chiamata appunto Valeria Fedeli, in precedenza Vice Presidente del Senato per il Partito Democratico. Varie sono state le questioni di cui si è occupata durante la sua attività parlamentare, dalle pari opportunità al fenomeno del femminicidio. Inoltre è stata la prima firmataria di una proposta di legge volta ad introdurre all’interno di scuole e aule universitarie l’educazione di genere[2], sollevando critiche negli ambienti più chiusi e conservatori. Tuttavia a porre al centro delle critiche la Fedeli è stato paradossalmente il suo titolo di studio.[3]

La rete dunque non è soltanto un prezioso strumento utile a favorire l’approfondimento e la partecipazione, spesso diventa un ulteriore canale che alimenta la polemica, come è accaduto anche nel caso della Fedeli. Il tutto infatti è partito proprio dalla consultazione del suo sito web, per poi trasferirsi velocemente sui social network fino a rimbalzare sui giornali, nonostante spiegazioni e chiarimenti.

Internet dai mille volti dunque, talvolta gli utenti ne approfittano per conoscere e approfondire, altre volte prevale un atteggiamento polemico e dai tratti quasi inquisitori. Ancora, lo spazio digitale può diventare teatro di polemiche oppure può essere una importante risorsa per la partecipazione e la protesta pacifica, come ad esempio sta accadendo negli ultimi giorni a seguito delle prime misure adottate dal Presidente Trump.   

Giusy Russo

[1] http://www.demos.it/a01341.php
[2] S. 1680 
Introduzione dell’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale da: http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Attsen/00026041_iniz.htm
[3] http://www.ilpost.it/2016/12/14/valeria-fedeli-laurea/