La strategia del “neanche un volantino”

Roma: Raggi, vorremmo presentare giunta prima del voto
La candidata sindaco di Roma del Movimento 5 Stelle, Virginia Raggi,  ANSA/GIORGIO ONORATI

67%. Questa la percentuale con cui Virginia Raggi ha vinto il ballottaggio contro Roberto Giachetti ed è diventata sindaco di Roma. Una vittoria netta, che è stata costruita nel tempo e che ha tante cause come più o meno dottamente si è discusso su media tradizionali e social network. Aggiungendoci la vittoria di Chiara Appendino a Torino si capisce che ci troviamo di fronte ad una convincente vittoria del Movimento 5 stelle/Casaleggio Associati.

Naturalmente ci sono i motivi politici legati al recente passato delle città in questione che hanno pesato come macigni sul PD, partito di governo, e che, soprattutto nel caso di Roma,(caso Marino, disgrazia vera e propria per il centro sinistra) hanno rappresentato una sorta di autostrada liscia e piana per il convoglio grillino spedito verso la vittoria.

Ma a parte questo: cosa è risultato vincente nella comunicazione dei 5 stelle? In cosa hanno sparigliato le menti pensanti della Casaleggio Associati?

Il presupposto da cui partire sono alcune frasi di Beppe Grillo. Che alcuni giornalisti e commentatori hanno forse troppo sbrigativamente rubricate a colpi di teatro tipici del comico ligure. «Non riuscite a capire – gridava il comico – non avete capito la nascita e l’evoluzione di questo movimento, perché lo inglobate nel vostro linguaggio. State fuori dalla realtà».

Quindi è un problema dei giornalisti che non capiscono e non riescono a dare un’idea precisa di ciò che è il Movimento? Non è proprio così. Diversi commentatori sui giornali hanno dato del Movimento 5 stelle uno spaccato preciso anche delle loro modalità di azione comunicativa orchestrata dalla Casaleggio Associati. Cito solo l’esempio di Jacopo Jacoboni con i suoi articoli quasi quotidiani su La Stampa.

Cosa intende Grillo e che c’entra con le vittorie di Raggi e Appendino?

La “diversità” evocata dal fondatore del Movimento sta nella particolare qualità di forza di connessione che caratterizza i pentastellati. Cioè l’idea antica,  e mai tramontata nei sogni di molti, della democrazia diretta, delle decisioni del popolo mediate e portate avanti dai suoi “portavoce” eletti nelle istituzioni di ogni ordine e grado.

Il Movimento esprime un’idea di diversità, cambiamento, novità, onestà. In diverse città il solo fatto di non aver mai governato è stata la garanzia per molti di buona scelta al momento del voto.

Però nelle menti e nella volontà di chi il Movimento l’ha pensato, creato e poi accompagnato nella sua crescita c’è qualcosa in più. La consapevolezza di stare compiendo una rivoluzione. Cioè quella che porterà all’inevitabile fine dei blocchi contrapposti in maniera bipolare, retaggio dell’incompiuta seconda repubblica, e l’approdo ad una democrazia diretta dal basso, insistente sulla rete, che si sviluppa secondo regole e modalità nuove. Un futuro in cui una forza come il Movimento 5 Stelle sta alla base del cambiamento e del gioco politico. La disintermediazione giunta allo stato più avanzato dove tutto può essere gestito secondo regole molto più vicine a quelle della rete ma ancora non sperimentate e che prescindono da una territorialità.

A Roma un PD in estrema difficoltà che aveva espresso una candidatura di sicuro valore come Roberto Giachetti non si è certo tirato indietro nella campagna elettorale.

Centinaia di ore di volantinaggio, decine di gazebo posti in tutti i quartieri della città, migliaia e migliaia di volantini distribuiti, comizi a tutte le ore del giorno, spot elettorali, nel caso dei candidati alla presidenza dei Municipi anche manifesti. Il Movimento 5 Stelle nulla di tutto questo. Né gazebo, né volantini e vittoria a valanga.

Solo lo sfruttamento di una situazione che si era fatta improvvisamente più che favorevole?

No. Una strategia che si sviluppa sui social. Con clickbating, siti ad hoc, l’onnipotente blog di Grillo gestito dai superesperti della Casaleggio Associati. Esperti di tutto ciò che è ricerca del consenso come si fa nel mercato “pubblicitario”, con i social come ambiente d’elezione. Mini campagne quotidiane, di screditamento dell’avversario (Renzi, basta lui, forse in compagnia di Maria Elena Boschi), di evidenziatura di “magagne” e di sfruttamento di presunti scandali giudiziari, o di plauso della solerte, presente, generosa sempre giusta azione dei “ragazzi” portavoce 5 stelle. Tutto studiato a tavolino.

Il PD e le altre forze politiche che si contrappongono al Movimento non possono prescindere né dal riconoscimento della vera natura del fenomeno grillino né dalla sfida che coinvolge la Rete e le modalità di consumo e di scelta che caratterizzano il tempo che stiamo vivendo.

La politica sta cambiando inesorabilmente. Le elezioni amministrative del 2016 sono a questo riguardo una cartina di tornasole.

Scadono paradigmi fortissimi, non solo le tanto vituperate o rimpiante ideologie. Cambia la forma partito, cambia la comunicazione politica, cambia in molti casi addirittura la concezione della “piazza” e della vita in comunità nei quartieri delle grandi città e nei piccoli comuni. Cambia la velocità di logoramento dei leader, il loro impatto in quanto appeal personale, cambia il rapporto poteri forti e deboli e massa, cambia la concezione del politico di “prossimità”, si annullano addirittura rapporti di do ut des “ti voto perché tu farai in modo di aumentare le possibilità che mio figlio possa essere assunto in qualche tipo di lavoro”.

Il Movimento 5 Stelle ha portato questo tipo di cambiamento che rappresenta al meglio ma non guida e non governa. I cambiamenti di solito infatti sopravvivono ai loro autori e fautori e vanno avanti con le loro gambe. Un ambiente diverso, sconosciuto ma non per questo meno affascinante per chi studia e produce comunicazione politica.

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Fenomenologia di Giorgia Meloni

Giorgia_Meloni

Ogni tanto qualcuno se lo chiede: “Sì ma Giorgia Meloni?”, “ora però toccherà a Giorgia Meloni, no?”, “magari se candidano Giorgia Meloni…” e invece poi il turno di Giorgia Meloni non arriva mai. Eppure la nostra Giorgia avrebbe tutto per poter, non solo essere la Marine Le Pen d’Italia come molti cantilenano, ma, con un’adeguata preparazione politica e personale, ambire a guidare un giorno il centro destra italiano.

In cosa consistono dunque gli impedimenti e le resistenze all’ascesa della nostra Giorgia?

Tra gli impedimenti qualcuno potrebbe annoverare il figlio in arrivo, annuncio sbandierato al Circo massimo, dalla piazza del Family day, pur avendolo avuto fuori dal matrimonio cristiano-cattolico. Comunque la candidatura di Guido Bertolaso ha salvato capra e cavoli.

I veri impedimenti sono di natura strettamente politica, ma non solo. Le difficoltà albergano anche nell’immagine diffusa che gli italiani hanno da alcuni mesi a questa parte della giovane militante ex missina. Immagine forse un po’ distorta da diversi errori di comunicazione succedutisi negli ultimi anni.

Ma andiamo per ordine.

RESISTENZE POLITICHE – I problemi di natura prettamente politica che Giorgia deve affrontare stanno nella drammatica situazione in cui versa il centro-destra in questo primo scorcio di 2016. Forza Italia, ridotta al lumicino, non ha più la forza per imporre le volontà del proprio padrone fondatore, ma rappresenta un veto importante alle ambizioni degli alleati. E Giorgia ne paga le conseguenze. Inoltre, la vicenda ancora non risolta del candidato che dovrebbe essere condiviso per la carica di sindaco di Roma è una cartina di tornasole della situazione. L’insistenza di Silvio Berlusconi per una candidatura forte come Guido Bertolaso rappresenta la volontà di Forza Italia di non sentirsi chiusa in un angolo e di non dare adito ad un’ascesa del piccolo partito dei Fratelli d’Italia rappresentato dalla Meloni. In più, il ruolo dell’alleato che parla la lingua della destra storica ma è a capo del partito sulla carta anticentralista per eccellenza, cioè Matteo Salvini, è ambiguo. A chiacchiere, il sostegno alla corsa di Giorgia sarebbe anche assicurato ma concretamente non abbiamo ancora assistito a via libera sostanziali. E se per la candidatura a sindaco della Capitale le resistenze sono tali, cosa succederebbe se Giorgia Meloni cercasse realmente la scalata alla leadership dell’intero centro-destra?

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UNA COMUNICAZIONE A INTERMITTENZA – Ragionando su come Giorgia Meloni negli ultimi anni ha comunicato se stessa è difficile farsi un’idea compiuta. Si potrebbe parlare di comunicazione intermittente, fatta di curve stile montagne russe.  Momenti di presenza mediatica, che coincidono naturalmente con le campagne elettorali ad altri di latitanza prolungata. Operazioni anche di immagine, che schiacciano l’occhio alla definizione della giovane, e bella ragazza, che con leggerezza guida la destra, che la rende moderna, da 21esimo secolo. Immagine che però contrasta con quella della militante, tutta casa e sezione del MSI o del Blocco studentesco che pure ha fruttato tanto alla scalata all’interno della vecchia Alleanza Nazionale ai tempi del dimenticato Gianfranco Fini. Ora, alla vigilia della campagna elettorale per la conquista del Campidoglio del 2016, la ragazza è diventata donna. Come detto, è ormai donna incinta, madre, che potrebbe anche diventare sindaco.

Nonostante i timori su una sua riuscita in campo nazionale, per la poltrona capitolina molti commentatori e anche furbi politici alla Salvini si dicono convinti che il nome di Giorgia funzioni. A Roma, dove la Meloni è conosciuta da tutti e dove lei conosce tutti.

Aldilà delle sicurezze di Salvini, effettivamente la candidatura di Giorgia Meloni, che pure scalderebbe tanti cuori a destra, rappresenta un’incognita. Perché lo storytelling di Giorgia è difficilmente comprensibile. E anche sul suo “placement” nella considerazione degli elettori. Cosa ci dice Giorgia a parte le chiacchiere da talk show e gli scambi in punta di spillo su Twitter e la propaganda trita e ritrita? E’ più Marine Le Pen o è più la ragazza della porta accanto? E’ più la Salvini de Roma o la sorellina di Storace e Alemanno? Che strada imboccherà? E soprattutto troveremo mai il suo nome sulla scheda elettorale?

Gianluca Garro