Quando il politico “parla” in libreria

Se vuoi lasciare il segno e far sì che la tua comunicazione rimanga impressa nelle menti poco più di qualche minuto (tempo in cui rimane impresso un tweet o un post facebook/Instgram) scrivi un libro.
E’ la vecchia/nuova frontiera dei politici. Non che nel passato non scrivessero libri, di tutti i tipi, dal racconto dei fatti politici, alle storie di vita personale, ai retroscena da scoop, fino ai libri di cucina e di sport. In diversi formati, dal quasi-manuale di politologia o economia politica fino all’intervista o al diario.

Cosa permette un libro di successo al suo autore? Gli permette di esprimere il proprio discorso in grande tranquillità, con un’abbondanza di spazio e di pazienza del lettore. Una vera e propria manna per i politici dall’eloquio inarrestabile, confinati quotidianamente in 140 caratteri o in due parole da “status”.
Non solo, il libro permette di mettere il turbo allo storytelling, cioè di impostare una serie di paletti alla “storia” di se stessi che si vuole raccontare e quindi far veicolare il proprio messaggio, le proprie idee. Quello che un tempo veniva definito un “manifesto”.
E poi, esiste un netto guadagno “economico” rappresentato dal moltiplicatore di rumore di fondo che l’uscita di un libro può generare nel dibattito politico, “riempiendo” i media con apparizioni, interviste, puntate e spezzoni di puntate di talk show, dibattiti con l’autore e sull’autore, articoli di giornale, inchieste di settimanali e così via.

Certo, bisogna forse avere la statura di un “big” della politica per avere un ritorno così importante. Ci hanno provato diversi outsider, come Civati, che peraltro ne ha scritti diversi, o Fassina, tutti con alterne fortune, chiaramente non con lo stesso successo di pubblico di Renzi o Di Battista. Per tutti però, il moltiplicatore di spazi nell’universo mediatico, cioè in TV, radio, giornali e siti di tutti i tempi ha funzionato a dovere.

Sono diversi gli esempi di libri rimasti nell’immaginario collettivo della politica italiana. Citarne alcuni dà anche l’idea della varietà di sfaccettature nello scrivere un libro politico. Nel ‘96 un giovane Walter Veltroni, fino ad allora animatore culturale della Federazione dei giovani comunisti e poi speranza del Partito Democratico della sinistra, si fa intervistare da Stefano Del Re. Il libro diventa subito “virale” (come poteva essere virale qualcosa nel 96) e soprattutto diventa il manifesto del veltronismo. Da Bob Kennedy a Berlinguer, una politica, che allora si poteva chiamare pienamente ulivista, democratica come la intendono i democratici americani, in salsa post comunista. Con un modo di esprimersi accattivante. Nasceva una nuova stagione. Durata poco per Veltroni che diventerà segretario dei Ds prima e arriverà poi a poter esprimere la guida del Partito Democratico, orizzonte molto chiaro nel libro, ma forse troppo tardi e in un epoca completamente diversa.

Erano gli anni che a Veltroni faceva da contraltare Massimo D’Alema. Due facce della stessa medaglia del partito post comunista, uscito dalle forche caudine della Bolognina e poi delle varie pseudo trasformazioni dei primi anni 2000. E D’Alema non poteva essere da meno del rivale anche nella corsa al libro che rimane nella memoria almeno giornalistica. Nel 1995 fu la volta infatti del suo “Un paese normale” e poi nel 1997 de “La grande occasione” in cui quello che sarebbe diventato di lì a poco Presidente del Consiglio snocciolava la sua visione del paese, dall’economia a tante altre tematiche ma che rimase nella memoria per la versione dalemiana del famoso “patto della crostata” a casa di Gianni Letta. Libro ricordato ancora oggi, tanto per far capire l’importanza mediatica di una pubblicazione. Anche se magari la maggior parte di coloro che ne parlano non l’ha neanche letto.

Veniamo al leader postmoderno Matteo Renzi. I suoi libri: da “Fuori” a “Stil Novo” ad “Avanti” sono ciò che più si può accostare al vero pensiero dell’autore. Leggendo si capisce che quello che scrive lo ha pensato, meditato, e allo stesso tempo entusiasmato. E meglio non poteva dirlo. Una sincerità portata al massimo. Un lunghissimo post di Facebook? Magari una lunghissima E-news, le mail che l’ex sindaco di Firenze continua a inviare alla sua sterminata mailing list. Renzi è veloce, preparato certo, ma comunque la sua comunicazione è rapida e lui è del tutto a suo agio nello spazio di un post o di una mail seppur lunghi.
La sua forza nel declinare questa modalità di linguaggio è quella dell’accendere l’entusiasmo di chi la pensa come lui e di chi è, culturalmente, caratterialmente, politicamente incline a rivedersi nel segretario del PD. Meno per tutti gli altri. I suoi tre libri fotografano tre epoche diverse, la stessa persona, però con prospettive e bagaglio diverso, forse anche con sogni diversi, di sicuro con riflessioni su se stesso diverse. Non riguardo al suo progetto politico né sulle modalità di realizzarlo e neanche sulle modalità di comunicarlo.

Si sono cimentati a scrivere un libro personale anche Matteo Salvini e Alessandro Di Battista. Salvini dal punto di vista della resa è nella scia di Matteo Renzi. Si tratta di un lungo post di Facebook, in cui cerca di raccontare la sua visione della politica e dell’amministrazione dello stato cavalcando i suoi temi più “forti”. Nulla di più e nulla di meno di ciò che fa quotidianamente sui social, alternando con disinvoltura il suo lato simpatico e gigione con quello duro e puro con l’elmetto da ultimo uomo di destra del paese.
Di Battista invece si butta sul diario/biografia/racconto della visione del paese condito con le parole d’ordine del Movimento 5 stelle. Ma il racconto delle sue gesta, che ricordano i viaggi sulla motocicletta di Che Guevara, la fa da padrone. Un predestinato che dal terzomondismo approda a governare il paese contro la Casta.

Ottimo per il nostro discorso l’esempio del libro “Revolution” di Emmanuel Macron, attuale presidente francese che ha vinto grazie ad un patto con i cittadini del suo paese che mai come questa volta hanno votato la persona più che i partiti. Il massimo della personalizzazione politica dal dopo guerra ad oggi. Più di Mitterrand o Chirac o Sarkozy, pari forse solo a De Gaulle. Un libro un po’ da campagna elettorale, un po’ scritto per farsi conoscere e dare forza ad un’ascesa politico mediatica che l’anno scorso era in pieno svolgimento, tanto da avere un successo galattico solo se si pensa da dove era partito (un outsider del governo del Partito Socialista dal di lui diversissimo Hollande) e dov’è arrivato. Il linguaggio è tutto propositivo, l’intento forse era quello un po’ “messianico” alla Obama. La sua vittoria nella corsa all’Esilio forse non ha raggiunto le vette obamiane del 2008 ma Macron era indubbiamente il candidato di tutti, con un movimento nato dal niente che ha annientato il Partito Socialista, e posto un grande ostacolo e freno al populismo-nazionalismo di Marine Le Pen. Il libro può aiutare a conoscere il fenomeno Macron, ma fino ad un certo punto, proprio perché si tratta di un fenomeno tutto in divenire.

Un politico/tecnico a cui non mancano le pubblicazioni è Romano Prodi, che negli ultimi anni si è fatto intervistare due volte, prima da Marco Damilano ( Missione incompiuta, 2013) poi da Giulio Santagata (Il Piano inclinato, 2017). Le sue tante pubblicazioni comunque, non solo quelle degli ultimi mesi incentrate sostanzialmente su un’analisi della situazione politico economica, ricalcano la sua esperienza da professore. Inclinazione ovviamente presente anche nei suoi migliaia di articoli scritti nel corso degli anni sui principali quotidiani. Gli ultimi due sono i libri post impegno politico. Il Professore preferisce di gran lunga la politica europea e internazionale alle beghe nazionali, ma non disdegna di dire la sua anche sulla politica italiana, a volte con una certa malcelata ironia nei confronti dei protagonisti della politica nostrana. C’è un libro diverso: è “Insieme”, del 2006, scritto insieme alla moglie Flavia Franzoni e curato dalla sua portavoce storica Sandra Zampa. “Insieme” è un racconto. Slow come la comunicazione prodiana che sovente è stata oggetto di satira pungente. Un libro che non può dirsi un lungo post Facebook, ma che, leggendolo con una certa pazienza, si rivela molto importante per capire il punto di vista privilegiato di Prodi su diversi passaggi decisivi per la vita pubblica del paese, condito dal racconto di due generazioni e di una famiglia allargata. Non è uomo da social il professore bolognese, ma gli spunti per capire ce ne sono molti.

Nel caso di Bill Clinton e Tony Blair, che hanno sfornato qualche anno fa due best sellers come “My life” e “A journey”, si parla di autobiografie. Da romanzo americano la prima, dettagliatissima, con risposte a polemiche e accuse la seconda. In quanto autobiografie scritte a posteriori del proprio mandato, i due ex protagonisti della scena mondiale sono da considerare in maniera diversa rispetto agli altri che cercano di comunicare qualcosa per dare un contorno alle proprie idee e per raggiungere consenso immediato.

Infine l’esempio più famoso al mondo. Barack Obama. Nel suo caso i libri sono precisamente tagliati per il racconto mediatico che ha portato alla grande vittoria del 2008 poi bissata nel 2012. Inarrivabile per tutti, in quanto a successo e a riuscita dell’opera “Sogni di mio padre”, dai grandi toni autobiografici, con la storia di una famiglia che aveva in se in nuce il sogno americano. Comunque la grande voglia del tempo degli Stati Uniti (ma non solo) di “riscaldarsi” ad un racconto di speranza e di ripresa dopo le guerre in Iraq, la plumbea era Bush e la crisi che già picchiava duro, ha facilitato il pieno successo di un racconto così funzionale al sogno americano, divenuto in qualche modo sogno mondiale. Obama è chiaro e sincero nel suo discorso e nel suo caso è il racconto a lanciare in orbita il libro e il successo mediatico e la presenza del personaggio a favorire il successo del libro.

Poi c’è Silvio Berlusconi. In realtà due libri li avrebbe anche scritti, famigerato soprattutto il non proprio best seller “L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio”, ma lui non ha bisogno di scrivere. Sono i libri, gli articoli, le diverse pubblicazioni, che inseguono il suo successo. Ottenuto con tutti i modi possibili di comunicare tranne la parola scritta. Ma lui è Berlusconi.

Gianluca Garro 

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Il comizio che toglie dai guai

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Fateci caso, spesso, nelle beghe politiche italiche quando un partito è in difficoltà, per uno scandalo, una dimissione, una luna storta, ecco che pochi giorni dopo interviene la “piazza” a cercare di trovare il bandolo della matassa perduto. Trattasi di “comizio riparatore” fatto di spiegazioni, invettive o fiere chiamate alle armi.

Cos’e’ In pratica ciò che succede più spesso è che il politico di turno sceglie le “mura amiche” di un comizio ben organizzato, con platea di militanti per poter “mettere una toppa” a guai dovuti a errori di tattica politica commessi nel turbine della quotidianità.

E’ delle ultime settimane il caso del comizio di Nettuno. Si trattava dell’ultima tappa del tour estivo in scooter di Alessandro Di Battista, stile Che Guevara. A salire sul palco, addirittura il comico fondatore del Movimento Beppe Grillo e il “candidato” a Palazzo Chigi Luigi Di Maio. I tre hanno creato un evento che ha fatto notizia, seguito da TV e stampa di diversi paesi.

La particolarità di Beppe Grillo – Nel caso di Grillo siamo, al solito, alla sarabanda di battute, paradossi, calembour tipici del comico genovese fin  dai tempi di Fantastico (1979). Grillo atterra gli avversari (Renzi), deride in uno slancio autoironico anche i suoi baby colonnelli (Di Maio e Di Battista). Minimizza gli errori e le “cazzate” del Movimento, denuncia il complotto della stampa di regime (motivo ricorrente anche nei discorsi del Cav, che denunciava il potere dei “signori della sinistra” fossero essi dirigenti dei partiti o manager pubblici e privati, opinionisti o editori). Poi lascia il palco a Di Maio che non ne approfitta visto che passa il tempo a chiedere scusa per non aver dato il giusto peso ad una comunicazione contenuta in una mail. 

Berlusconi – Il caso di Nettuno è emblematico ma non è il solo. Il vero mago dei comizi è sempre stato l’eterno Silvio Berlusconi che con i suoi bagni di folla nelle piazze romane o sui predellini delle auto di scorta fondava partiti come fece con il PdL nel 2007.  Il centro sinistra fa un “passo avanti” verso quella logica (maggioritaria) tutta americana, di due partiti contrapposti fondando il Partito Democratico? Niente paura, lui “rimedia” con il discorso del “predellino”. Sale sull’auto della scorta e proclama l’avvio del Partito che dovrebbe unire il centro destra. Una delle avventure più fallimentari della politica italiana, visto che dopo lo strappo con Gianfranco Fini il Cavaliere deciderà addirittura di tornare alla vecchia Forza Italia. 

Mussolini – Il comizio riparatore più inquietante della storia italiana è quello che il 3 gennaio 1925 Benito Mussolini proclamò alla Camera dei Deputati, che diede di fatto il via alla dittatura. Fino a quel giorno il governo di Mussolini era un ibrido scaturito dalla marcia su Roma dell’ottobre 1922. In quella sede, Mussolini sembra in netta difficoltà, tenuto all’angolo da un’opinione pubblica guidata dai grandi giornali liberali, in testa il Corriere della Sera, che imputa al Regime la colpa di aver “tolto di mezzo” un oppositore scomodo perché abile nell’arte della politica e perché stimato dalle classi popolari come Giacomo Matteotti. Mussolini allora capisce che per uscire dall’angolo deve puntare al tutto per tutto, la radicalizzazione del regime, che si fa totalitario: e la storia cambia verso. Lo fa con un discorso, che diventa comizio perché ripreso e diffuso in radio dall’EIAR. Il tono è calmo e risoluto. Le conseguenze devastanti. Il comizio però ha avuto i suoi effetti comunicativi. La parola si è fatta politica.

Scalfaro – Un altro celebre comizio riparatore è diretta conseguenza del periodo di Tangentopoli. A sorpresa, il 3 novembre 1993, il Presidente della Repubblica di allora, il democristiano Oscar Luigi Scalfaro, sceglie una modalità clamorosa. Chiede il collegamento a reti unificate della Rai: in diretta all’ora di cena fornisce le sue ragioni, dopo che un funzionario dei servizi segreti arrestato per una delle innumerevoli inchieste che infiammavano l’Italia in quei giorni aveva dichiarato che lo stesso Presidente, anni prima, durante il suo servizio come Ministro dell’Interno, aveva percepito alcune tangenti provenienti dai fondi riservati del servizio segreto civile. Addirittura un messaggio a reti unificate! Il massimo del discorso riparatore. Il non plus ultra dell’utilizzo di un mezzo antico con i mezzi moderni. Uno stratagemma utile? Forse. Se ne continuò a parlare per settimane, ma in definitiva il Presidente con il suo “io non ci sto!” uscì dall’angolo e la storia prese un’altra piega. E i giornali parlarono d’altro. 

Ci troviamo dunque di fronte a qualcosa di efficace? Dipende da diverse circostanze, in alcuni casi l’espediente ha funzionato, l’attenzione mediatica e dell’opinione pubblica ha virato verso altri lidi e il politico in difficoltà di turno ha potuto rifiatare. In altri casi si è trattato di affondare sempre più. Di sicuro è una freccia nell’arco del politico-comunicatore, non sempre la più efficace comunque del tutto dipendente dalle qualità oratorie, e di intrattenimento del soggetto in questione oltre che dall’attenzione che i media tradizionali e la “rete” rappresentata dal chiacchiericcio dei social network decidono di dedicargli, fino al prossimo scandalo.  

Gianluca Garro

video: Benito Mussolini

video: Oscar Luigi Scalfaro

video: Silvio Berlusconi

video: Beppe Grillo a Nettuno

Fenomenologia di Giorgia Meloni

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Ogni tanto qualcuno se lo chiede: “Sì ma Giorgia Meloni?”, “ora però toccherà a Giorgia Meloni, no?”, “magari se candidano Giorgia Meloni…” e invece poi il turno di Giorgia Meloni non arriva mai. Eppure la nostra Giorgia avrebbe tutto per poter, non solo essere la Marine Le Pen d’Italia come molti cantilenano, ma, con un’adeguata preparazione politica e personale, ambire a guidare un giorno il centro destra italiano.

In cosa consistono dunque gli impedimenti e le resistenze all’ascesa della nostra Giorgia?

Tra gli impedimenti qualcuno potrebbe annoverare il figlio in arrivo, annuncio sbandierato al Circo massimo, dalla piazza del Family day, pur avendolo avuto fuori dal matrimonio cristiano-cattolico. Comunque la candidatura di Guido Bertolaso ha salvato capra e cavoli.

I veri impedimenti sono di natura strettamente politica, ma non solo. Le difficoltà albergano anche nell’immagine diffusa che gli italiani hanno da alcuni mesi a questa parte della giovane militante ex missina. Immagine forse un po’ distorta da diversi errori di comunicazione succedutisi negli ultimi anni.

Ma andiamo per ordine.

RESISTENZE POLITICHE – I problemi di natura prettamente politica che Giorgia deve affrontare stanno nella drammatica situazione in cui versa il centro-destra in questo primo scorcio di 2016. Forza Italia, ridotta al lumicino, non ha più la forza per imporre le volontà del proprio padrone fondatore, ma rappresenta un veto importante alle ambizioni degli alleati. E Giorgia ne paga le conseguenze. Inoltre, la vicenda ancora non risolta del candidato che dovrebbe essere condiviso per la carica di sindaco di Roma è una cartina di tornasole della situazione. L’insistenza di Silvio Berlusconi per una candidatura forte come Guido Bertolaso rappresenta la volontà di Forza Italia di non sentirsi chiusa in un angolo e di non dare adito ad un’ascesa del piccolo partito dei Fratelli d’Italia rappresentato dalla Meloni. In più, il ruolo dell’alleato che parla la lingua della destra storica ma è a capo del partito sulla carta anticentralista per eccellenza, cioè Matteo Salvini, è ambiguo. A chiacchiere, il sostegno alla corsa di Giorgia sarebbe anche assicurato ma concretamente non abbiamo ancora assistito a via libera sostanziali. E se per la candidatura a sindaco della Capitale le resistenze sono tali, cosa succederebbe se Giorgia Meloni cercasse realmente la scalata alla leadership dell’intero centro-destra?

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UNA COMUNICAZIONE A INTERMITTENZA – Ragionando su come Giorgia Meloni negli ultimi anni ha comunicato se stessa è difficile farsi un’idea compiuta. Si potrebbe parlare di comunicazione intermittente, fatta di curve stile montagne russe.  Momenti di presenza mediatica, che coincidono naturalmente con le campagne elettorali ad altri di latitanza prolungata. Operazioni anche di immagine, che schiacciano l’occhio alla definizione della giovane, e bella ragazza, che con leggerezza guida la destra, che la rende moderna, da 21esimo secolo. Immagine che però contrasta con quella della militante, tutta casa e sezione del MSI o del Blocco studentesco che pure ha fruttato tanto alla scalata all’interno della vecchia Alleanza Nazionale ai tempi del dimenticato Gianfranco Fini. Ora, alla vigilia della campagna elettorale per la conquista del Campidoglio del 2016, la ragazza è diventata donna. Come detto, è ormai donna incinta, madre, che potrebbe anche diventare sindaco.

Nonostante i timori su una sua riuscita in campo nazionale, per la poltrona capitolina molti commentatori e anche furbi politici alla Salvini si dicono convinti che il nome di Giorgia funzioni. A Roma, dove la Meloni è conosciuta da tutti e dove lei conosce tutti.

Aldilà delle sicurezze di Salvini, effettivamente la candidatura di Giorgia Meloni, che pure scalderebbe tanti cuori a destra, rappresenta un’incognita. Perché lo storytelling di Giorgia è difficilmente comprensibile. E anche sul suo “placement” nella considerazione degli elettori. Cosa ci dice Giorgia a parte le chiacchiere da talk show e gli scambi in punta di spillo su Twitter e la propaganda trita e ritrita? E’ più Marine Le Pen o è più la ragazza della porta accanto? E’ più la Salvini de Roma o la sorellina di Storace e Alemanno? Che strada imboccherà? E soprattutto troveremo mai il suo nome sulla scheda elettorale?

Gianluca Garro

Se il consenso si conquista con lo storytelling

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Nel 2015 il consenso si conquista raccontando. E’ l’epoca dello storytelling. Una specie di super racconto assemblato con tanti pezzi che sono i “mezzi” su cui il racconto viene intercettato dal pubblico, multiforme e allo stesso tempo unica “massa”.

Lo storytelling passa da Instagram, Twitter, Facebook, i siti web politici e  informativi, la TV, la radio per poi posarsi sulla carta dei giornali e da lì ripartire verso i social network in un circuito dalle curve velocissime. Ad ogni giro del circuito prende forma una particolare immagine che si stampa nelle menti. A quel punto il risultato è ottenuto. La vittoria, politica, guadagnata.

L’osservazione rivela che non ci sono ormai “liturgie” che possano rappresentare delle eccezioni al tentativo dei protagonisti della politica di raccontare un determinato evento per orientare i “sentimenti” del pubblico.

E’ il “sentiment” che caratterizza un particolare momento sui social , e che accomuna tante opinioni espresse contemporaneamente. Il tutto concorre con il gioco di rimandi tra mondo dei social e media tradizionali a creare un filo conduttore che porta buona parte del pubblico a condividere il “sentiment” desiderato da un particolare emittente, valorizzando e premiando una determinata scelta.

Tutto questo è successo anche per le elezioni del Presidente della Repubblica nell’ultima settimana di gennaio del 2015. Per Matteo Renzi che ha proposto il nome di Sergio Mattarella, si è posta subito la necessità di legittimare la scelta agli occhi dell’opinione pubblica.

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La figura di Mattarella, molto nota agli addetti ai lavori, era per lo più sconosciuta al cittadino comune. Un giudice della Corte Costituzionale: quanto di più oscuro al pubblico.

Una situazione molto favorevole dal punto di vista dello storytelling. Perché pur senza snaturare le caratteristiche specifiche del personaggio, la pagina bianca che simboleggia la sua impronta nell’arena mediatica degli ultimi anni permetteva di raccontare con una certa libertà.

Nelle ore successive all’annuncio dagli account Twitter e Facebook del Partito Democratico partivano post e tweet che lanciavano la figura di Mattarella come l’aveva raccontato il Presidente del Consiglio nel suo discorso. Un professore che aveva scelto di impegnarsi nelle istituzioni e in politica dopo la morte, per mano della mafia, del fratello Piersanti che nel 1980 era Presidente della Regione Sicilia. Viene  rilanciata la foto degli attimi immediatamente seguenti all’attentato in cui si vede il neo Capo dello Stato sorreggere il corpo morente del fratello. Un “racconto” era partito. Un trait d’union tra le stagioni delle ferite inferte dal potere mafioso con il 2015 con il presente di un’Italia che cerca di uscire dalla crisi. Epoche unite da un uomo affidabile e competente, una “scelta giusta” per tutti questi motivi. Un successo di Matteo Renzi che l’ha colto tutto questo successo, supportato dallo storytelling della sua struttura di comunicazione.

Lo storytelling non nasce con Renzi in Italia. Ma solo da poco sembra che ci sia un “disegno”, una progettualità, nell’idearlo e nel metterlo in pratica. Silvio Berlusconi, negli anni del suo “ventennio”, supportato dall’ingombrante macchina comunicativa di Mediaset c’aveva propinato un suo storytelling . Magari un po’ vintage, con il self made man vincente nella creazione del suo impero e quasi “costretto” a ripetere l’impresa per il paese con l’obiettivo di salvare il liberalismo messo a dura prova dalle sinistre.

Ma lo storytelling di Berlusconi, raccontato dalle sue TV, dai suoi quotidiani, dai suoi periodici, dalle sue radio, dalle lettere inviate per posta a tutte le famiglie  s’è fermato al 2008. Da allora una lunga rincorsa a cercare di dimostrare che lo storytelling di olgettine, senatori pagati per cambiare casacca e condanne non erano il suo racconto.

Si aspetta ora un’altra storia che vada ad affiancare quella renziana del Pd 2.0. Uno storytelling di destra. Chissà quanto dovremo aspettare ancora.

P.s. Con questo pezzo inizia la mia piccola, personale, avventura nel mondo dei blog. Il nome Programmata (gli annunci elettorali scritti sui muri dell’antica Pompei, la più antica testimonianza di comunicazione politica “scritta” della storia dell’umanità) come cerco di spiegare nella pagina dal titolo “about” vuole essere uno sguardo, attraverso miei brevi pezzi sulla comunicazione politica e istituzionale italiana ma non solo. Per fotografare ciò che esiste e per cogliere le innovazioni che arrivano quando meno te l’aspetti. Ci sarà anche un archivio con pezzi di qualunque genere che scrivo per vari blog e siti di informazione. Curiosate pure!!