Fenomenologia di Casaleggio. Governo? Non chiedete a me.

casaleggio-davide-675

Chi è Davide Casaleggio? Per i grillini è il figlio del guru e della mente del Movimento che porterà avanti la sua eredità, quasi come una specie di protettore della verità del Movimento.  Per gli avversari politici qualcuno di cui non ci si può fidare, l’eminenza grigia, che si mostra poco e proprio per questo difficile da decifrare, quasi da decriptare. Per i detrattori uno scaltro che dal padre ha sì ereditato le teorie del futuro e la visione politico-manageriale ma anche la direzione di una macchina che funziona alla perfezione: la “Casaleggio associati”, fornitore di servizi di marketing digitale, di creazione e gestione di siti web, di “arbitraggio” e di altri servizi legati allo sviluppo di aziende commerciali sulla rete.

Un’azienda che non solo gestisce la piattaforma “Rousseau”, che corrisponde alla struttura di un partito, che non ha sedi né circoli, ma ha una piattaforma di connessione tra persone in rete e dove vengono prese le decisioni attraverso elezioni online (su cui però grava la decisione di Grillo e Casaleggio stesso se il risultato sia accettabile o no) e che inoltre decide le scelte editoriali di tutti i blog o siti afferenti al Movimento.

Detto questo cosa farà nel prossimo futuro Davide Casaleggio? Rimarrà nell’ombra a dirigere la “macchina” del Movimento lasciando la ribalta ai soliti Di Maio e Di Battista, telegenici showmen acchiappa-consenso o si candiderà in quanto leader in prima persona?

La domanda ha una facile risposta. E sta nel programma della “Leopoldina” del M5S, evento a cavallo tra l’happening politico e convegno sull’innovazione, il #SUM01, dedicato alla memoria di Gianroberto il capo-fondatore, che si è tenuta a Ivrea nella vecchia sede dell’Olivetti, sabato 7 aprile. Un incontro in cui si è parlato della vita del futuro: dai robot, alla rete, alla moneta virtuale, alle future connessioni tra individui e istituzioni, di democrazia dioretta mediata dalla piattaforma (attenzione: non dalla “rete”, dalla piattaforma). Nel programma dei lavori Davide Casaleggio non c’era. In sintesi, non è intervenuto, lasciando agli “attori” sul palco la rappresentazione, a lui basta rimanere in regia.

Si era speso in prima persona il giorno prima: per pubblicizzare l’evento in una puntata di 8 e mezzo di Lilli Gruber, tra l’altro accolto con tutti gli onori (la gente che fa TV capisce subito dove gira il vento: ricordarsi del primo Renzi osannato e dell’ultimo quasi bistrattato). Nient’altro. Almeno a guardare il programma di cui sopra.

E allora è inevitabile che anche lo show-down del Movimento alle elezioni politiche del 2018 (su cui grava il problema della legge elettorale che potrebbe bloccare la trionfale marcia dei grillini al governo) sarà come annunciato.

Davide non ci sarà. Di Maio sarà il candidato premier, come già deciso forse addirittura dal padre-fondatore. Come è successo per la Raggi a Roma, scelta di cui (loro non lo ammetteranno mai) si sono prontamente pentiti. Questo non vuol dire che Davide non deciderà tutto ciò che avviene all’interno del Movimento e nel governo. Lo farà con Grillo che però è sempre più “stanco” delle cose politiche che porta avanti e gestisce a malincuore. Lo testimonia il piglio con cui ha risposto alle domande di Lilli Gruber, concedendosi anche una tattica comunicativa tipica di molti politici “rampanti” la denigrazione e delegittimazione dell’avversario (in questo caso Renzi).

La strategia e lo storytelling di Davide sono chiari. Io ho le idee che mio padre mi ha insegnato, sono un innovatore intelligente e misericordioso nei confronti dei cittadini sfruttati dalla politica. Ma il mio ruolo è limitato, io sono solo il gestore di Rousseau, il capo politico è Grillo. Il prossimo Presidente del Consiglio Di Maio. Non chiedete a me. Io semmai organizzo #SUM01 e parlo di robot e futuro.

Resta da capire se con un governo a 5 stelle questo storytelling di Casaleggio funzionerà. Quando ci sarà da gestire un Movimento spesso litigioso (fenomeno normalissimo nei consessi umani) che avrà a disposizione Ministeri, uffici, strutture, ambasciate, forze armate e forze dell’ordine, e tutto l’apparato statale. Lì si capirà se Davide rimarrà tranquillo in un ufficio milanese a parlare con “Rousseau”.

Gianluca Garro

Annunci

#PASocial, la rete italiana della nuova comunicazione

cattura

Un anno di lavoro, incontri, convegni, dibattiti, una rete che si allarga sempre più, una buona pratica che parte e va a creare qualcosa dove non c’era nulla. Tutto questo è #PASocial.

In Italia, da una decina d’anni, cioè da quando i social network hanno cominciato a far parte della vita di ognuno, per la prima volta, i comunicatori, cioè dei professionisti che fanno della comunicazione istituzionale il loro lavoro quotidiano, si mettono a sistema o, per meglio dire, fanno rete, per dare alla comunicazione sui nuovi “supporti” un indirizzo comune.

E’ tutto questo #PASocial, qualcosa di innovativo, di nascente. Qualcosa che ha molto a che vedere con i “Programmata”. Non perché si parli di comunicazione politica, quindi persuasiva, ma perché si tratta di una modalità di comunicazione da parte degli uffici pubblici direttamente rivolta ai cittadini, nell’ambito di una disintermediazione (termine molto alla moda in questi ultimi tempi) molto interessante.

La data del 15 febbraio 2017 per questo esperimento è molto importante per diversi motivi. E’ il giorno della presentazione del volume di Francesco Di Costanzo, giornalista, ideatore e coordinatore del gruppo #PASocial, dal titolo “PA Social. L’Italia della nuova comunicazione tra lavoro, servizi e innovazione” (Franco Angeli Editore), che raccoglie diverse testimonianze dei responsabili della comunicazione della Presidenza del Consiglio e di tutti i ministeri, uffici di governo, aziende pubbliche, agenzie, che hanno accompagnato la proposta fin dai primi passi.

Il libro raccoglie inoltre diverse “buone pratiche”, esempi validi di attività sui social network di istituzioni pubbliche. Non solo: il gruppo di comunicatori ha instaurato già da diversi mesi una fattiva collaborazione con i rappresentanti dei social network presenti nel nostro paese, Facebook, Twitter, Google e Linkedin in particolare. Si tratta quindi di un percorso condiviso proprio per comprendere insieme le modalità più efficaci per fornire una comunicazione sempre più valida, autorevole e comprensibile ai cittadini che ormai quotidianamente si informano sui social.

La presentazione del libro è stata anche l’occasione per annunciare, da parte del Dipartimento dell’Editoria della Presidenza del Consiglio, che presto si avvierà un gruppo di lavoro con l’obiettivo di guidare i prossimi sviluppi di #PASocial e rendere ancor più istituzionale questa esperienza cresciuta finora in maniera “informale”.

Dove sta dunque l’importanza di #PASocial? Come detto si tratta di qualcosa di “nuovo”. Con i suoi tempi, anche la pubblica amministrazione si rende conto che non può fare a meno di comunicare sui social network, che battono in velocità e ricettività di gran lunga i media tradizionali.

In ordine sparso, quasi tutte (con eccezioni, purtroppo, significative) le istituzioni che abbiamo menzionato si sono dotate di account in social anche più “sofisticati” di Twitter e Facebook, per esempio Instagram, o Flickr, o Google + o il nuovissimo Snapchat o addirittura si sono lanciati sui dispositivi di messaggistica  come Whatsapp e Telegram. Il fenomeno di cui stiamo parlando è la volontà di mettere a fattor comune le buone pratiche, le esperienze e i piani di azione della comunicazione istituzionale sui social.

Un tentativo, quindi, di non muoversi a caso, o a “fari spenti”, anzi la volontà di creare dei paradigmi, magari delle linee guida che possano tracciare una strada per il futuro.

La comunicazione istituzionale ha bisogno di una direzione. Anche in questo campo la rivoluzione tecnologica è stata devastante. Si è passati dalla telescrivente, dai fax, dalla carta ingombrante e onnipresente ai social in pochi anni. Ancora poco tempo fa, nel 2000, quando, pochi lo ricordano, veniva approvata la legge 150 che regola la comunicazione istituzionale, gli uffici comunicazione, stampa e gli URP (ufficio relazioni con il pubblico) i social non erano neanche nelle idee dei loro creatori.

Uno shock, dunque, che ha creato un gap significativo. Al contrario della comunicazione politica (per non parlare di quella commerciale) più “veloce” e comunque molto attenta al risultato, la comunicazione delle istituzioni non è quasi mai riuscita se non a stento e sempre avvalendosi della TV (che inevitabilmente tende a “personalizzare” favorendo le figure dei leader) a raggiungere la sempiterna “casalinga di Voghera”.

I social sono indispensabili per colmare il gap, e non si potrà prescindere dall’usarli anche se molti ancora sono scettici paventando magari un loro velocissimo declino (peraltro sempre annunciato e mai successo) e allora ben venga il Ministero dell’Istruzione o quello dell’Economia che addirittura scrivono ai loro iscritti sul canale Telegram.

Guai a farsi sfuggire i treni che passano, sono sempre troppo veloci.

 

Gianluca Garro