Quando il politico “parla” in libreria

Se vuoi lasciare il segno e far sì che la tua comunicazione rimanga impressa nelle menti poco più di qualche minuto (tempo in cui rimane impresso un tweet o un post facebook/Instgram) scrivi un libro.
E’ la vecchia/nuova frontiera dei politici. Non che nel passato non scrivessero libri, di tutti i tipi, dal racconto dei fatti politici, alle storie di vita personale, ai retroscena da scoop, fino ai libri di cucina e di sport. In diversi formati, dal quasi-manuale di politologia o economia politica fino all’intervista o al diario.

Cosa permette un libro di successo al suo autore? Gli permette di esprimere il proprio discorso in grande tranquillità, con un’abbondanza di spazio e di pazienza del lettore. Una vera e propria manna per i politici dall’eloquio inarrestabile, confinati quotidianamente in 140 caratteri o in due parole da “status”.
Non solo, il libro permette di mettere il turbo allo storytelling, cioè di impostare una serie di paletti alla “storia” di se stessi che si vuole raccontare e quindi far veicolare il proprio messaggio, le proprie idee. Quello che un tempo veniva definito un “manifesto”.
E poi, esiste un netto guadagno “economico” rappresentato dal moltiplicatore di rumore di fondo che l’uscita di un libro può generare nel dibattito politico, “riempiendo” i media con apparizioni, interviste, puntate e spezzoni di puntate di talk show, dibattiti con l’autore e sull’autore, articoli di giornale, inchieste di settimanali e così via.

Certo, bisogna forse avere la statura di un “big” della politica per avere un ritorno così importante. Ci hanno provato diversi outsider, come Civati, che peraltro ne ha scritti diversi, o Fassina, tutti con alterne fortune, chiaramente non con lo stesso successo di pubblico di Renzi o Di Battista. Per tutti però, il moltiplicatore di spazi nell’universo mediatico, cioè in TV, radio, giornali e siti di tutti i tempi ha funzionato a dovere.

Sono diversi gli esempi di libri rimasti nell’immaginario collettivo della politica italiana. Citarne alcuni dà anche l’idea della varietà di sfaccettature nello scrivere un libro politico. Nel ‘96 un giovane Walter Veltroni, fino ad allora animatore culturale della Federazione dei giovani comunisti e poi speranza del Partito Democratico della sinistra, si fa intervistare da Stefano Del Re. Il libro diventa subito “virale” (come poteva essere virale qualcosa nel 96) e soprattutto diventa il manifesto del veltronismo. Da Bob Kennedy a Berlinguer, una politica, che allora si poteva chiamare pienamente ulivista, democratica come la intendono i democratici americani, in salsa post comunista. Con un modo di esprimersi accattivante. Nasceva una nuova stagione. Durata poco per Veltroni che diventerà segretario dei Ds prima e arriverà poi a poter esprimere la guida del Partito Democratico, orizzonte molto chiaro nel libro, ma forse troppo tardi e in un epoca completamente diversa.

Erano gli anni che a Veltroni faceva da contraltare Massimo D’Alema. Due facce della stessa medaglia del partito post comunista, uscito dalle forche caudine della Bolognina e poi delle varie pseudo trasformazioni dei primi anni 2000. E D’Alema non poteva essere da meno del rivale anche nella corsa al libro che rimane nella memoria almeno giornalistica. Nel 1995 fu la volta infatti del suo “Un paese normale” e poi nel 1997 de “La grande occasione” in cui quello che sarebbe diventato di lì a poco Presidente del Consiglio snocciolava la sua visione del paese, dall’economia a tante altre tematiche ma che rimase nella memoria per la versione dalemiana del famoso “patto della crostata” a casa di Gianni Letta. Libro ricordato ancora oggi, tanto per far capire l’importanza mediatica di una pubblicazione. Anche se magari la maggior parte di coloro che ne parlano non l’ha neanche letto.

Veniamo al leader postmoderno Matteo Renzi. I suoi libri: da “Fuori” a “Stil Novo” ad “Avanti” sono ciò che più si può accostare al vero pensiero dell’autore. Leggendo si capisce che quello che scrive lo ha pensato, meditato, e allo stesso tempo entusiasmato. E meglio non poteva dirlo. Una sincerità portata al massimo. Un lunghissimo post di Facebook? Magari una lunghissima E-news, le mail che l’ex sindaco di Firenze continua a inviare alla sua sterminata mailing list. Renzi è veloce, preparato certo, ma comunque la sua comunicazione è rapida e lui è del tutto a suo agio nello spazio di un post o di una mail seppur lunghi.
La sua forza nel declinare questa modalità di linguaggio è quella dell’accendere l’entusiasmo di chi la pensa come lui e di chi è, culturalmente, caratterialmente, politicamente incline a rivedersi nel segretario del PD. Meno per tutti gli altri. I suoi tre libri fotografano tre epoche diverse, la stessa persona, però con prospettive e bagaglio diverso, forse anche con sogni diversi, di sicuro con riflessioni su se stesso diverse. Non riguardo al suo progetto politico né sulle modalità di realizzarlo e neanche sulle modalità di comunicarlo.

Si sono cimentati a scrivere un libro personale anche Matteo Salvini e Alessandro Di Battista. Salvini dal punto di vista della resa è nella scia di Matteo Renzi. Si tratta di un lungo post di Facebook, in cui cerca di raccontare la sua visione della politica e dell’amministrazione dello stato cavalcando i suoi temi più “forti”. Nulla di più e nulla di meno di ciò che fa quotidianamente sui social, alternando con disinvoltura il suo lato simpatico e gigione con quello duro e puro con l’elmetto da ultimo uomo di destra del paese.
Di Battista invece si butta sul diario/biografia/racconto della visione del paese condito con le parole d’ordine del Movimento 5 stelle. Ma il racconto delle sue gesta, che ricordano i viaggi sulla motocicletta di Che Guevara, la fa da padrone. Un predestinato che dal terzomondismo approda a governare il paese contro la Casta.

Ottimo per il nostro discorso l’esempio del libro “Revolution” di Emmanuel Macron, attuale presidente francese che ha vinto grazie ad un patto con i cittadini del suo paese che mai come questa volta hanno votato la persona più che i partiti. Il massimo della personalizzazione politica dal dopo guerra ad oggi. Più di Mitterrand o Chirac o Sarkozy, pari forse solo a De Gaulle. Un libro un po’ da campagna elettorale, un po’ scritto per farsi conoscere e dare forza ad un’ascesa politico mediatica che l’anno scorso era in pieno svolgimento, tanto da avere un successo galattico solo se si pensa da dove era partito (un outsider del governo del Partito Socialista dal di lui diversissimo Hollande) e dov’è arrivato. Il linguaggio è tutto propositivo, l’intento forse era quello un po’ “messianico” alla Obama. La sua vittoria nella corsa all’Esilio forse non ha raggiunto le vette obamiane del 2008 ma Macron era indubbiamente il candidato di tutti, con un movimento nato dal niente che ha annientato il Partito Socialista, e posto un grande ostacolo e freno al populismo-nazionalismo di Marine Le Pen. Il libro può aiutare a conoscere il fenomeno Macron, ma fino ad un certo punto, proprio perché si tratta di un fenomeno tutto in divenire.

Un politico/tecnico a cui non mancano le pubblicazioni è Romano Prodi, che negli ultimi anni si è fatto intervistare due volte, prima da Marco Damilano ( Missione incompiuta, 2013) poi da Giulio Santagata (Il Piano inclinato, 2017). Le sue tante pubblicazioni comunque, non solo quelle degli ultimi mesi incentrate sostanzialmente su un’analisi della situazione politico economica, ricalcano la sua esperienza da professore. Inclinazione ovviamente presente anche nei suoi migliaia di articoli scritti nel corso degli anni sui principali quotidiani. Gli ultimi due sono i libri post impegno politico. Il Professore preferisce di gran lunga la politica europea e internazionale alle beghe nazionali, ma non disdegna di dire la sua anche sulla politica italiana, a volte con una certa malcelata ironia nei confronti dei protagonisti della politica nostrana. C’è un libro diverso: è “Insieme”, del 2006, scritto insieme alla moglie Flavia Franzoni e curato dalla sua portavoce storica Sandra Zampa. “Insieme” è un racconto. Slow come la comunicazione prodiana che sovente è stata oggetto di satira pungente. Un libro che non può dirsi un lungo post Facebook, ma che, leggendolo con una certa pazienza, si rivela molto importante per capire il punto di vista privilegiato di Prodi su diversi passaggi decisivi per la vita pubblica del paese, condito dal racconto di due generazioni e di una famiglia allargata. Non è uomo da social il professore bolognese, ma gli spunti per capire ce ne sono molti.

Nel caso di Bill Clinton e Tony Blair, che hanno sfornato qualche anno fa due best sellers come “My life” e “A journey”, si parla di autobiografie. Da romanzo americano la prima, dettagliatissima, con risposte a polemiche e accuse la seconda. In quanto autobiografie scritte a posteriori del proprio mandato, i due ex protagonisti della scena mondiale sono da considerare in maniera diversa rispetto agli altri che cercano di comunicare qualcosa per dare un contorno alle proprie idee e per raggiungere consenso immediato.

Infine l’esempio più famoso al mondo. Barack Obama. Nel suo caso i libri sono precisamente tagliati per il racconto mediatico che ha portato alla grande vittoria del 2008 poi bissata nel 2012. Inarrivabile per tutti, in quanto a successo e a riuscita dell’opera “Sogni di mio padre”, dai grandi toni autobiografici, con la storia di una famiglia che aveva in se in nuce il sogno americano. Comunque la grande voglia del tempo degli Stati Uniti (ma non solo) di “riscaldarsi” ad un racconto di speranza e di ripresa dopo le guerre in Iraq, la plumbea era Bush e la crisi che già picchiava duro, ha facilitato il pieno successo di un racconto così funzionale al sogno americano, divenuto in qualche modo sogno mondiale. Obama è chiaro e sincero nel suo discorso e nel suo caso è il racconto a lanciare in orbita il libro e il successo mediatico e la presenza del personaggio a favorire il successo del libro.

Poi c’è Silvio Berlusconi. In realtà due libri li avrebbe anche scritti, famigerato soprattutto il non proprio best seller “L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio”, ma lui non ha bisogno di scrivere. Sono i libri, gli articoli, le diverse pubblicazioni, che inseguono il suo successo. Ottenuto con tutti i modi possibili di comunicare tranne la parola scritta. Ma lui è Berlusconi.

Gianluca Garro 

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Come narrare sui social network la “straordinaria” quotidianità

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Prima di pensare a come utilizzare i social network per raccontare le emergenze è fondamentale pensare, anzi studiare strategicamente, come narrare la quotidianità. Servizi quotidiani come un controllo di routine, la gestione di una chiamata, la conferenza stampa per la presentazione del bilancio o un intervento sul territorio possono e devono essere trasformati in un evento a cui legare uno storytelling sui social media e sui mass media.
Se ogni giorno, però, presentiamo la quotidianità come un “grande evento” l’utente/cittadino può “annoiarsi” e smettere di seguire i nostri aggiornamenti, per questo non dobbiamo abusarne ma dobbiamo scegliere il giusto evento quotidiano che può trasformarsi nell’Evento.
Due le iniziative che si prestano a raccontare questa strategia per creare engagement e interesse negli utenti che seguono gli account ufficiali dell’ente. La prima è #PLdinotte: racconto sui social del turno di notte delle polizie locali dell’Emilia Romagna. Dalle 19 alle 1 dell’8 aprile scorso, gli account della Polizia locale dell’Emilia Romagna e delle Pm di Parma, Modena, unione del Frignano, Val d’Enza, unione Tresinaro Secchia, Terre d’Acqua, Alta Val Taro, unione Terra di Mezzo e unione Terre d’Argine, hanno descritto su Twitter un normale turno di notte.

 Hanno riportato il quotidiano mettendo in primo piano le persone, i tanti vigili urbani che svolgono questo compito, i controlli che ogni sabato notte vengono svolti di routine e anche una criticità. È stato infatti raccontato l’intervento della polizia locale di Parma sul luogo di un incidente stradale.

L’altra iniziativa è quella della Protezione Civile di Sesto Fiorentino che ha scelto di trasformare una esercitazione di protezione civile con le scuole (pratica che i diversi gruppi di protezione civile svolgono periodicamente) in un evento mediatico e social. L’esercitazione, che si è svolta lo scorso 30 maggio, è stata anticipata nei giorni precedenti da un trailer e raccontata, il giorno stesso, con una diretta sugli account ufficiali su Twitter, Facebook e Instagram con l’hashtag #SestoInSalvo.

In più sono stati invitati i mass media locali che hanno coperto l’iniziativa con servizi video e con articoli, tanto che questa iniziativa ha aperto l’edizione del tg regionale della Rai, fatto estremamente raro trattandosi di una esercitazione a livello locale.

Da questi due eventi possiamo trarre alcuni elementi per trasformare il quotidiano in una narrazione straordinaria. Prima di tutto, è necessario scegliere una attività e trasformarla in un evento creando aspettativa sui mezzi di comunicazione scelti. Non dimentichiamo poi di definire un hashtag su cui sviluppare la narrazione dell’evento. Il tutto va poi raccontato con foto e video. Rendiamo parteci gli utenti facendogli vivere il nostro evento dal vivo proprio come se fossero presenti. E naturalmente non fermiamoci qui ma, dopo l’evento, dedichiamo un comunicato stampa e alcune uscite sui social network per raccontare come è andata e gli obiettivi raggiunti, andando a coinvolgere gli utenti, chiedendo loro in parere o consigli per il futuro.

 

Chiara Bianchini

Fenomenologia di Casaleggio. Governo? Non chiedete a me.

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Chi è Davide Casaleggio? Per i grillini è il figlio del guru e della mente del Movimento che porterà avanti la sua eredità, quasi come una specie di protettore della verità del Movimento.  Per gli avversari politici qualcuno di cui non ci si può fidare, l’eminenza grigia, che si mostra poco e proprio per questo difficile da decifrare, quasi da decriptare. Per i detrattori uno scaltro che dal padre ha sì ereditato le teorie del futuro e la visione politico-manageriale ma anche la direzione di una macchina che funziona alla perfezione: la “Casaleggio associati”, fornitore di servizi di marketing digitale, di creazione e gestione di siti web, di “arbitraggio” e di altri servizi legati allo sviluppo di aziende commerciali sulla rete.

Un’azienda che non solo gestisce la piattaforma “Rousseau”, che corrisponde alla struttura di un partito, che non ha sedi né circoli, ma ha una piattaforma di connessione tra persone in rete e dove vengono prese le decisioni attraverso elezioni online (su cui però grava la decisione di Grillo e Casaleggio stesso se il risultato sia accettabile o no) e che inoltre decide le scelte editoriali di tutti i blog o siti afferenti al Movimento.

Detto questo cosa farà nel prossimo futuro Davide Casaleggio? Rimarrà nell’ombra a dirigere la “macchina” del Movimento lasciando la ribalta ai soliti Di Maio e Di Battista, telegenici showmen acchiappa-consenso o si candiderà in quanto leader in prima persona?

La domanda ha una facile risposta. E sta nel programma della “Leopoldina” del M5S, evento a cavallo tra l’happening politico e convegno sull’innovazione, il #SUM01, dedicato alla memoria di Gianroberto il capo-fondatore, che si è tenuta a Ivrea nella vecchia sede dell’Olivetti, sabato 7 aprile. Un incontro in cui si è parlato della vita del futuro: dai robot, alla rete, alla moneta virtuale, alle future connessioni tra individui e istituzioni, di democrazia dioretta mediata dalla piattaforma (attenzione: non dalla “rete”, dalla piattaforma). Nel programma dei lavori Davide Casaleggio non c’era. In sintesi, non è intervenuto, lasciando agli “attori” sul palco la rappresentazione, a lui basta rimanere in regia.

Si era speso in prima persona il giorno prima: per pubblicizzare l’evento in una puntata di 8 e mezzo di Lilli Gruber, tra l’altro accolto con tutti gli onori (la gente che fa TV capisce subito dove gira il vento: ricordarsi del primo Renzi osannato e dell’ultimo quasi bistrattato). Nient’altro. Almeno a guardare il programma di cui sopra.

E allora è inevitabile che anche lo show-down del Movimento alle elezioni politiche del 2018 (su cui grava il problema della legge elettorale che potrebbe bloccare la trionfale marcia dei grillini al governo) sarà come annunciato.

Davide non ci sarà. Di Maio sarà il candidato premier, come già deciso forse addirittura dal padre-fondatore. Come è successo per la Raggi a Roma, scelta di cui (loro non lo ammetteranno mai) si sono prontamente pentiti. Questo non vuol dire che Davide non deciderà tutto ciò che avviene all’interno del Movimento e nel governo. Lo farà con Grillo che però è sempre più “stanco” delle cose politiche che porta avanti e gestisce a malincuore. Lo testimonia il piglio con cui ha risposto alle domande di Lilli Gruber, concedendosi anche una tattica comunicativa tipica di molti politici “rampanti” la denigrazione e delegittimazione dell’avversario (in questo caso Renzi).

La strategia e lo storytelling di Davide sono chiari. Io ho le idee che mio padre mi ha insegnato, sono un innovatore intelligente e misericordioso nei confronti dei cittadini sfruttati dalla politica. Ma il mio ruolo è limitato, io sono solo il gestore di Rousseau, il capo politico è Grillo. Il prossimo Presidente del Consiglio Di Maio. Non chiedete a me. Io semmai organizzo #SUM01 e parlo di robot e futuro.

Resta da capire se con un governo a 5 stelle questo storytelling di Casaleggio funzionerà. Quando ci sarà da gestire un Movimento spesso litigioso (fenomeno normalissimo nei consessi umani) che avrà a disposizione Ministeri, uffici, strutture, ambasciate, forze armate e forze dell’ordine, e tutto l’apparato statale. Lì si capirà se Davide rimarrà tranquillo in un ufficio milanese a parlare con “Rousseau”.

Gianluca Garro

Roberto Saviano, romanziere

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Roberto Saviano è un caso. Tutti, in Italia, sanno tutto di lui. Il modo in cui è giunto al successo , le vicissitudini in seguito alla pubblicazione del best seller “Gomorra”. La scorta, e poi i viaggi, le trasmissioni con Fabio Fazio, i romanzi e libri successivi. Fino all’ultimo, “La Paranza dei bambini”, che fa luce sul fenomeno dei clan sempre più creati e gestiti da ragazzini, una realtà sotto agli occhi di tutti ma che poi quando si va a leggere ci si stupisce lo stesso.

Quello che vogliamo analizzare qui è la modalità di comunicazione di Saviano. Il suo “discorso”. Praticamente ininterrotto. Su tutti i mezzi possibili e immaginabili. Libri, giornali, TV, radio, social network (entrambi i più utilizzati per le news: Twitter  e Facebook). E questo continuo racconto non si limita al periodo di promozione del libro in uscita, come capita a molti intellettuali italiani. Dura sempre.

Una comunicazione bulimica? Sì. Ma non per questo inefficace o isolata. I comunicatori che vanno per la maggiore oggi, politici, giornalisti e non solo, comunicano con una frequenza impressionante. Forse non quanto Saviano, ma quasi. Saviano si inserisce in un flusso definito. Ciò che lo rende particolare è proprio la multimedialità, il saper comunicare con tutti i media a disposizione e non per questo risultare meno efficace.

E non parla di sola camorra. Senza Gomorra, quel libro straordinario che ha “amplificato” un discorso grazie soprattutto alla scelta stilistica della docufiction, Saviano non avrebbe avuto il successo quasi planetario di questi anni, è vero, ma abbiamo potuto leggere o ascoltare le sue opinioni sulla politica, le istituzioni, l’economia, la cronaca, l’immigrazione, ecc.

Opinioni sempre tranchant, che dividono e molto spesso indignano. Saviano vive con una scorta sempre presente e i suoi movimenti sono monitorati e inevitabilmente limitati.  Ma i suoi nemici non sono solo i boss della Camorra, “resi famosi” da Saviano (si pensi solo ai casalesi ben conosciuti da forze dell’ordine,  popolazione e stampa locali ma scoperti dal grande pubblico solo dopo Gomorra).

I suoi nemici sono  molti colleghi, politici da lui presi di mira, amministratori locali, sindacalisti, odiatori da tastiera e tanti altri. Basti pensare, dopo l’uscita del suo ultimo libro, alle polemiche roventi con il sindaco Luigi De Magistris che, forse con qualche ragione (anche se poi, come spesso gli succede esagera con i toni e gli epiteti) cerca di lanciare messaggi di una Napoli “rinnovata”, “ripulita” e “idonea a raccogliere turisti”.

A chi fa del giornalismo il proprio pane quotidiano interessa anche sapere cos’è che fa di Saviano l’oggetto di diversi tipi di attacco. Tra la comunità dei giornalisti c’è la recriminazione per cui nel suo lavoro più famoso, Gomorra, il nostro avrebbe utilizzato interi stralci di articoli di giornali locali senza fornire la giusta comunicazione su chi per primo avesse lavorato sulle storie di criminalità che raccontava. Addirittura sono arrivate accuse di “copia e incolla”.

Chi è e cosa rappresenta dunque Saviano? Se qualcuno facesse il gioco del “chi vorresti essere e chi sei veramente”, probabilmente lo scrittore casertano ambirebbe al Pasolini dei primi anni 70, per chi non può sopportarlo invece è solo un grillo parlante troppo petulante. Fermandoci ad un’analisi della comunicazione, Saviano costruisce in maniera sapiente un suo storytelling. Tutta la sua vita, dal 2006 a oggi, è una “storia”, e in questa storia c’è la connotazione del personaggio.

Un racconto puntellato dai suoi interventi ma anche dai suoi gusti, dai suoi sogni, dallo stile di vita che sogna e dalla quotidianità fatta di rinunce. Saviano entra nei fatti e li racconta. Le doti di comunicatore e di cantore di storie, di romanziere sono innegabili. Quello che riesce meglio allo scrittore campano in particolare nei suoi libri è l’entrare in sintonia con i mondi che racconta. Ed è ciò che più si nota nell’ultimo romanzo: il sapere effettivamente riprodurre un linguaggio e un modo di pensare (in questo caso quello degli adolescenti che creano clan già a 16 anni, con armi, spaccio ed estorsioni). Un linguaggio semplice,  che riesce meglio quando non si lascia andare a sparate più o meno lunghe di carattere sociologico,  che riproduce perfettamente anche nel raccontare la sua, di vita, o quando sulla Repubblica fa interventi raccontando mondi e persone anche lontani da lui. Lì c’è vita e realtà. Lì c’è induzione al pensiero, all’indignazione o all’indulgenza. E’ quello il suo valore.

Valore che scade nella noia quando si lancia in polemiche, che sembrano inevitabili, ma da cui può con il tempo affrancarsi. Saviano non è Pasolini. Gli manca forse la sofferenza personale, il soffrire  sulla propria pelle un dolore che nell’artista friulano era più profondo anche della costrizione e della paura delle rappresaglie dei clan.

In fondo Saviano è un ottimista, un innamorato della vita. Ma è un divulgatore, un cantore di storie, non un fustigatore di costumi. E’ lì che perde la sua forza e si trova costretto a polemizzare con un De Magistris. Quando lavorerà anche di sottrazione nell’indicare il suo pensiero avremo uno scrittore intellettuale ancora più efficace. Questo non vuol dire dover ricorrere ad Aventini o autoostracisimi vari ma rafforzare la propria voce.

Gianluca Garro

I giorni di Di Battista

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Sono i giorni di Di Battista. In questa fase post referendaria il Movimento 5 stelle ha deciso di puntare forte sul suo elemento più “social”, più “cool”, più adatto a tenere testa alle telecamere e alle sfide comunicative più importanti. Comunicare, o meglio, far passare in maniera efficace i messaggi, in questo momento per i 5 stelle non è difficile. Basta scegliere i canali migliori, gli espedienti più originali e allo stesso tempo più adatti al flusso dei social e alla TV. E agli interscambi tra questi due mezzi.

Il referendum, con il messaggio che si porta con sé, cioè una risposta negativa nei confronti delle politiche di Matteo Renzi da parte del 60% dell’elettorato, è stata una sorta di via libera. Non che la comunicazione dei 5 stelle e del Dibba in particolare fosse diversa, ma ora il “discorso”, il “Programmata” del giovane leader pentastellato si fa ancora più chiaro: “Noi siamo con i cittadini, diciamo basta a questi partiti e a questi politici usurpatori, fateci votare, parola alla gente”.

Facendoci caso, sono un po’ spariti gli altri esponenti di punta. Perché, appunto, questo è il momento di martellare il ferro “caldo” di un Renzi in netta difficoltà (non di consensi però…) e questo è lavoro da Dibba. Si vede poco il diplomatico e istituzionale Di Maio; ha difficoltà a farsi sentire il pur ambizioso Fico; è troppo presa dalle beghe romane la scalpitante Lombardi; è come al solito di poche parole l’operativo Casaleggio; è stanchissimo e confuso il leader Grillo; impegnata nelle dimissioni notturne e negli arresti dei collaboratori la stressata sindaca Raggi; non emerge come dovrebbe la timida capogruppo Giulia Grillo; sono spariti completamente altri eroi grillini del passato come Vito Crimi, Giulia Di Vita, Marta Grande, rimane suo malgrado dietro le quinte il “fratellino” della prima ora Rocco Casalino. E allora tocca a Dibba, che non si tira indietro. Citiamo tre suoi interventi/performance che raccontano molto del personaggio, del suo storytelling, che, la si pensi come si vuole, funziona, e arriva dritto all’obiettivo che si prefigge.  

Il “pianto” su Rai News 24. Appoggiato al muro del Palazzo di Montecitorio, circondato dal solito circo mediatico, con diversi faretti sparati in faccia l’eloquio di Alessandro arriva quasi al pianto. Siamo a pochissimi giorni dal referendum. La lamentazione di Di Battista ha come bersaglio tutti i politici che ancora sono in Parlamento. Chiaramente ha in mente il PD più che altri, ma in fondo l’esponente grillino non fa differenze, si lamenta perché invoca elezioni. La faccia contrita, le parole indignate, sa bene dov’è la telecamera ma non guarda giustamente in camera. I social si scatenano, un ragazzo addirittura trasforma l’indignata dichiarazione in un trailer cinematografico, nell’intenzione di risaltare la capacità attoriale del nostro. Però alla fin fine non è quello che pensano tanti, indignati e arrabbiati che guardano il video? Non è alla fin fine confortante o esaltante a seconda dei casi qualcuno che dice qualcosa che vogliamo che dica?

Il faccia a faccia con Minoli. Il vecchio direttore, il creatore di Mixer e poi di Rai Storia è uno dei protagonisti della nostra infanzia, anche di quella di Dibba, ne siamo certi. Negli anni 80 ricordiamo i faccioni di Gianni Agnelli, Bettino Craxi, Giulio Andreotti, Enrico Berlinguer, Marco Pannella e tanti altri quasi sudare quando venivano sottoposti alla raffica di domande di Minoli. Per molti si tratta di interviste da studiare, da manuale di giornalismo. La settimana scorsa, nel 2016, tocca ad Alessandro Di Battista. Complice la gran voglia di Minoli di riproporre quel format. Quello che gli riesce meglio. D’altronde perché non cominciare con l’astro nascente della politica così fotogenico e ben adatto alla TV? Minoli conduce il gioco e Di Battista nei primi minuti si vede bene che teme un’intervista difficile da controllare, difficile da preparare anche, seppure potesse intuire in anticipo i temi. Minoli tende a interrompere e cambiare velocità, tono e registro da un momento all’altro. Può partire con una domanda secca che ti inchioda subito dopo averti fatto credere che è un amico e ti fa solo domande facili. Dibba si difende bene e attacca spesso con pistolotti molto bene preparati. Ma è sulle risposte trachant, senza rete, che Alessandro dà il meglio di se’. Fa notare sempre la deriva attoriale ma se provocato esce e risponde velocemente, senza giri di parole. Esce più chiaramente la passionalità anche genuina, l’intelligenza mista all’ambizione molto alta e una certa, eccessiva stima di sé. Non è l’obiettivo di Di Battista quello di far uscire il vero se stesso: i suoi obiettivi sono in fondo due, quello di promuovere le idee e le proposte del M5S e quello di piacere per quelle che lui ritiene sue doti. Propositi legittimi.

La lettera ai denigratori del M5S. Qui Dibba inventa. Un vecchio/nuovo genere, la lettera. Decide, cioè, di scrivere una missiva sul suo account di Facebook non ai militanti e amici del Movimento ma a coloro che quotidianamente polemizzano sui social contro i grillini. “Lettera ai denigratori del M5S” è il titolo. Qui Di Battista si fa serio, ammette che la si può pensare diversamente, è legittimo anche militare in un altro partito, anche nell’odiato PD. Però invita proprio questi militanti che ogni giorno portano avanti una guerra di parole a fermarsi un attimo a riflettere e a capire che a fregarli è proprio il PD. Che non c’è alternativa alle tesi del Movimento, unico interlocutore e rappresentante dei cittadini. E giù col solito elenco di nefandezze di Matteo Renzi e del PD. La novità sta proprio nel rivolgersi agli avversari, con un retro-obiettivo, rafforzare proprio i militanti e simpatizzanti dei 5 stelle: “Noi siamo nel giusto e addirittura cerchiamo di convincere i nostri avversari, e prima o poi convinceremo tutti”. Il “Programmata” di cui parlavamo prima.

In questi episodi c’è tanto dello storytelling che Di Battista sa realizzare molto bene, verrebbe da dire che si è costruito su misura. Addirittura con un libro sui suoi viaggi in Sud America, novello Che Guevara senza mitra e tuta militare. Due giornalisti del Foglio si divertono quotidianamente a estrapolare alcune frasi su situazioni a volte esilaranti accadute in Guatemala o Amazzonia. Ma tutto questo contribuisce a dettagliare ancora meglio lo storytelling personale di Dibba. Uomo di sinistra, terzomondista, con il padre fascista, ma anche catechista, frequentatore di Ponte Milvio però anche politologo, che gira in motorino ma che sguscia in Transatlantico come pochi. Un politico del 2016.

Gianluca Garro

Fenomenologia di Giorgia Meloni

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Ogni tanto qualcuno se lo chiede: “Sì ma Giorgia Meloni?”, “ora però toccherà a Giorgia Meloni, no?”, “magari se candidano Giorgia Meloni…” e invece poi il turno di Giorgia Meloni non arriva mai. Eppure la nostra Giorgia avrebbe tutto per poter, non solo essere la Marine Le Pen d’Italia come molti cantilenano, ma, con un’adeguata preparazione politica e personale, ambire a guidare un giorno il centro destra italiano.

In cosa consistono dunque gli impedimenti e le resistenze all’ascesa della nostra Giorgia?

Tra gli impedimenti qualcuno potrebbe annoverare il figlio in arrivo, annuncio sbandierato al Circo massimo, dalla piazza del Family day, pur avendolo avuto fuori dal matrimonio cristiano-cattolico. Comunque la candidatura di Guido Bertolaso ha salvato capra e cavoli.

I veri impedimenti sono di natura strettamente politica, ma non solo. Le difficoltà albergano anche nell’immagine diffusa che gli italiani hanno da alcuni mesi a questa parte della giovane militante ex missina. Immagine forse un po’ distorta da diversi errori di comunicazione succedutisi negli ultimi anni.

Ma andiamo per ordine.

RESISTENZE POLITICHE – I problemi di natura prettamente politica che Giorgia deve affrontare stanno nella drammatica situazione in cui versa il centro-destra in questo primo scorcio di 2016. Forza Italia, ridotta al lumicino, non ha più la forza per imporre le volontà del proprio padrone fondatore, ma rappresenta un veto importante alle ambizioni degli alleati. E Giorgia ne paga le conseguenze. Inoltre, la vicenda ancora non risolta del candidato che dovrebbe essere condiviso per la carica di sindaco di Roma è una cartina di tornasole della situazione. L’insistenza di Silvio Berlusconi per una candidatura forte come Guido Bertolaso rappresenta la volontà di Forza Italia di non sentirsi chiusa in un angolo e di non dare adito ad un’ascesa del piccolo partito dei Fratelli d’Italia rappresentato dalla Meloni. In più, il ruolo dell’alleato che parla la lingua della destra storica ma è a capo del partito sulla carta anticentralista per eccellenza, cioè Matteo Salvini, è ambiguo. A chiacchiere, il sostegno alla corsa di Giorgia sarebbe anche assicurato ma concretamente non abbiamo ancora assistito a via libera sostanziali. E se per la candidatura a sindaco della Capitale le resistenze sono tali, cosa succederebbe se Giorgia Meloni cercasse realmente la scalata alla leadership dell’intero centro-destra?

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UNA COMUNICAZIONE A INTERMITTENZA – Ragionando su come Giorgia Meloni negli ultimi anni ha comunicato se stessa è difficile farsi un’idea compiuta. Si potrebbe parlare di comunicazione intermittente, fatta di curve stile montagne russe.  Momenti di presenza mediatica, che coincidono naturalmente con le campagne elettorali ad altri di latitanza prolungata. Operazioni anche di immagine, che schiacciano l’occhio alla definizione della giovane, e bella ragazza, che con leggerezza guida la destra, che la rende moderna, da 21esimo secolo. Immagine che però contrasta con quella della militante, tutta casa e sezione del MSI o del Blocco studentesco che pure ha fruttato tanto alla scalata all’interno della vecchia Alleanza Nazionale ai tempi del dimenticato Gianfranco Fini. Ora, alla vigilia della campagna elettorale per la conquista del Campidoglio del 2016, la ragazza è diventata donna. Come detto, è ormai donna incinta, madre, che potrebbe anche diventare sindaco.

Nonostante i timori su una sua riuscita in campo nazionale, per la poltrona capitolina molti commentatori e anche furbi politici alla Salvini si dicono convinti che il nome di Giorgia funzioni. A Roma, dove la Meloni è conosciuta da tutti e dove lei conosce tutti.

Aldilà delle sicurezze di Salvini, effettivamente la candidatura di Giorgia Meloni, che pure scalderebbe tanti cuori a destra, rappresenta un’incognita. Perché lo storytelling di Giorgia è difficilmente comprensibile. E anche sul suo “placement” nella considerazione degli elettori. Cosa ci dice Giorgia a parte le chiacchiere da talk show e gli scambi in punta di spillo su Twitter e la propaganda trita e ritrita? E’ più Marine Le Pen o è più la ragazza della porta accanto? E’ più la Salvini de Roma o la sorellina di Storace e Alemanno? Che strada imboccherà? E soprattutto troveremo mai il suo nome sulla scheda elettorale?

Gianluca Garro

Lo storytelling di un ministro

Delrio

Le figure dei ministri sono quasi ovunque delle figure oscure, offuscate dagli “uomini forti”, le superstar della politica, cioè i capi di stato e di governo che popolano le pagine dei giornali, i servizi dei tg e le pagine web.

In America, per esempio, sarebbe difficile ricevere una risposta soddisfacente se si chiedesse all’”uomo della strada” chi è e cosa fa un segretario di governo (i ministri USA).

In Italia si possono annoverare alcune figure balzate all’attenzione delle cronache non solo politiche. Da quelle più positive come Carlo Azeglio Ciampi alle più grottesche come Gianni De Michelis.

Nel governo smart di Matteo Renzi del 2014/15 c’è un ministro che ha provato a “raccontare una storia” per comunicare con i cittadini. Graziano Delrio. Perché –  checchè ne dicano cronache più o meno verificate che parlano di disaccordi con Matteo Renzi –  la figura del ministro reggiano fa parte della narrazione del renzismo, ne incarna dei messaggi chiari e univoci. Cotti, però, con una salsa meno indigesta a chi si oppone all’ex sindaco di Firenze, soprattutto nell’ambito del Partito Democratico.

E’ indubitabile dunque che Delrio abbia una sua narrazione personale. In particolare, si può dire che esistano molti aspetti che “cementano” il messaggio che Delrio “racconta”:

L’Emilianità –  La bonarietà, l’entusiasmo, la sincerità, il sorriso, la terra, la buona tavola. E l’efficienza della pubblica amministrazione. La regione che si rialza presto dalla ferita di un forte terremoto. L’Emilia, sia quella rossa sia quella bianca, diventata l’Emilia del Pd (anche se il consenso dell’epoca PCI-PDS-DS è ormai ben lontano).

Il ministro green – E’ la novità del Delrio ministro rispetto al Graziano sottosegretario. Questo aspetto ecologista è specificato da un tentativo di storytelling “social” realizzato il giorno dell’insediamento al ministero di Porta Pia. Una sequenza di foto postate sui social network del ministro in bici che parte dal cortile di Palazzo Chigi e arriva al ministero incrociando il pazzesco traffico romano e portando una goccia di verde in un mare di smog. Poi, con la consueta e a volte stucchevole ironia, i webnauti si soffermano su una piccola infrazione in arrivo in piazzale di Porta Pia. Ma poco importa. Il ministro green ha dato la linea arrivando al Ministero dei Trasporti con il mezzo meno invasivo e più cool, quasi hipster si direbbe. Un nuovo inizio.

Il padre giovane – Altra caratteristica che Delrio non potrà, pure se volesse, scrollarsi di dosso è quella del padre giovane. Il padre all’italiana. 9 figli. Certo, un po’ tanti. Però il punto è la famiglia. Cattolica, emiliana, normale, sorridente, governativa. E un padre che è anche un medico ed è anche uno dei collaboratori più importanti del Presidente del Consiglio ed è pure il ministro delle opere pubbliche. Una garanzia.

L’amministratore – Dopo la bici e la famiglia l’altro tratto del Delrio ministro è quello dell’amministratore. Sindaco per anni – come dicevamo di professione medico (che non pratica da anni) – ha governato una città come Reggio Emilia che rappresenta una realtà laboriosa, in cui i servizi funzionano e sono ancora all’avanguardia, anche se talvolta si sentono sinistri scricchiolii, ma che ha saputo rispondere egregiamente ad una ferita grave come quella del terremoto del 2012. Si tratta di un biglietto da visita di grande valore. Tra l’altro perfettamente compatibile con i dettami del primo Renzi, che durante le campagne elettorali per le primarie insisteva tanto sulla generazioni di sindaci/amministratori, gente a contatto con i cittadini tutti i giorni, che ci mette la faccia, al contrario di una classe politica ormai delegittimata.

Il Ministro all’Italia che fa – E’ inevitabile che il Ministero delle Infrastrutture, forse il più “difficile” da tanti punti di vista, sia stato affidato al giovane padre/bravo amministratore/ministro green. Una figura importante e uno dei pochi a poter gestire il ginepraio delle opere pubbliche ambiente.

I contenuti – Sempre in linea con il Presidente del Consiglio, i contenuti sono le cose che il governo fa o ha in programma di fare. Spesso spiegarli non è facile e richiede tempo ma la pacatezza di Delrio aiuta. Lo sguardo nel raccontarli è sempre rivolto al ”lato positivo” delle cose. Se non fosse così sarebbe una bella zappa sui piedi e risulterebbe incoerente. Comunque ottimismo senza mai prendere in giro i cittadini.

Un racconto italiano.  Ma qual è il ruolo di Delrio nel racconto quotidiano del governo? E’ forse questo che può far capire bene di cosa si parla.

Il ruolo di Del Rio non è da ridurre a quello di Ministro delle Infrastrutture (peraltro prezioso e funzionale al “discorso” renziano di una nuova classe dirigente che fa in maniera trasparente), ma bisogna pensarlo come un ruolo di “puntellatore” delle idee e delle parole d’ordine renziane.

Il suo argomentare pacato anche sui social network, dove con 140 caratteri è difficile essere pacati, fa da contraltare alla velocità “martellante” di Renzi. Ed entra nei dibattiti per spiegare l’opinione del governo anche sui temi più “scottanti” non soltanto quindi sul viadotto siciliano crollato ad aprile:


Graziano Delrio ‏@graziano_delrio  20 giu

non è con le guerre e con la non comprensione che si può favorire la solidarietà alla famiglia. #familyday

Graziano Delrio ‏@graziano_delrio  20 giu

la famiglia è un bene comune.  il governo ha messo molte politiche organiche in campo, come mai prima, con fondi specifici #familyday

Graziano Delrio ‏@graziano_delrio  20 giu

c’é sempre bisogno di ascolto reciproco, senza strumentalizzare. aumentare i diritti non è un pericolo per la famiglia. #familiday


L’esempio dei tweet partiti dall’account di Delrio il giorno del Family day è molto importante. Crea l’immagine del governo-conciliatore. Respingendo la logica del muro contro muro.

Un tema caldo, si direbbe scottante. Delrio prova a trovare una chiave: il dialogo, che le diverse tifoserie non sembrano aver adottato.

Si tratta semplicemente di un esempio, se ne possono trovare facilmente altri e non solo su Twitter o Facebook. Le sue lunghissime interviste ai quotidiani principali corrono sullo stesso solco. Magari arrivando ad un pubblico meno numeroso.

La curiosità è capire, nei prossimi mesi che vedranno diverse sfide importanti sul tappeto come la riforma del Senato o la riforma della pubblica amministrazione, se Delrio lascerà temporaneamente le tematiche infrastrutturali per intervenire nel dibattito e mostrare una sua strada di mediazione. C’è da aspettarselo. Comunque la si pensi, una presenza necessaria.

Gianluca Garro