Quando il politico “parla” in libreria

Se vuoi lasciare il segno e far sì che la tua comunicazione rimanga impressa nelle menti poco più di qualche minuto (tempo in cui rimane impresso un tweet o un post facebook/Instgram) scrivi un libro.
E’ la vecchia/nuova frontiera dei politici. Non che nel passato non scrivessero libri, di tutti i tipi, dal racconto dei fatti politici, alle storie di vita personale, ai retroscena da scoop, fino ai libri di cucina e di sport. In diversi formati, dal quasi-manuale di politologia o economia politica fino all’intervista o al diario.

Cosa permette un libro di successo al suo autore? Gli permette di esprimere il proprio discorso in grande tranquillità, con un’abbondanza di spazio e di pazienza del lettore. Una vera e propria manna per i politici dall’eloquio inarrestabile, confinati quotidianamente in 140 caratteri o in due parole da “status”.
Non solo, il libro permette di mettere il turbo allo storytelling, cioè di impostare una serie di paletti alla “storia” di se stessi che si vuole raccontare e quindi far veicolare il proprio messaggio, le proprie idee. Quello che un tempo veniva definito un “manifesto”.
E poi, esiste un netto guadagno “economico” rappresentato dal moltiplicatore di rumore di fondo che l’uscita di un libro può generare nel dibattito politico, “riempiendo” i media con apparizioni, interviste, puntate e spezzoni di puntate di talk show, dibattiti con l’autore e sull’autore, articoli di giornale, inchieste di settimanali e così via.

Certo, bisogna forse avere la statura di un “big” della politica per avere un ritorno così importante. Ci hanno provato diversi outsider, come Civati, che peraltro ne ha scritti diversi, o Fassina, tutti con alterne fortune, chiaramente non con lo stesso successo di pubblico di Renzi o Di Battista. Per tutti però, il moltiplicatore di spazi nell’universo mediatico, cioè in TV, radio, giornali e siti di tutti i tempi ha funzionato a dovere.

Sono diversi gli esempi di libri rimasti nell’immaginario collettivo della politica italiana. Citarne alcuni dà anche l’idea della varietà di sfaccettature nello scrivere un libro politico. Nel ‘96 un giovane Walter Veltroni, fino ad allora animatore culturale della Federazione dei giovani comunisti e poi speranza del Partito Democratico della sinistra, si fa intervistare da Stefano Del Re. Il libro diventa subito “virale” (come poteva essere virale qualcosa nel 96) e soprattutto diventa il manifesto del veltronismo. Da Bob Kennedy a Berlinguer, una politica, che allora si poteva chiamare pienamente ulivista, democratica come la intendono i democratici americani, in salsa post comunista. Con un modo di esprimersi accattivante. Nasceva una nuova stagione. Durata poco per Veltroni che diventerà segretario dei Ds prima e arriverà poi a poter esprimere la guida del Partito Democratico, orizzonte molto chiaro nel libro, ma forse troppo tardi e in un epoca completamente diversa.

Erano gli anni che a Veltroni faceva da contraltare Massimo D’Alema. Due facce della stessa medaglia del partito post comunista, uscito dalle forche caudine della Bolognina e poi delle varie pseudo trasformazioni dei primi anni 2000. E D’Alema non poteva essere da meno del rivale anche nella corsa al libro che rimane nella memoria almeno giornalistica. Nel 1995 fu la volta infatti del suo “Un paese normale” e poi nel 1997 de “La grande occasione” in cui quello che sarebbe diventato di lì a poco Presidente del Consiglio snocciolava la sua visione del paese, dall’economia a tante altre tematiche ma che rimase nella memoria per la versione dalemiana del famoso “patto della crostata” a casa di Gianni Letta. Libro ricordato ancora oggi, tanto per far capire l’importanza mediatica di una pubblicazione. Anche se magari la maggior parte di coloro che ne parlano non l’ha neanche letto.

Veniamo al leader postmoderno Matteo Renzi. I suoi libri: da “Fuori” a “Stil Novo” ad “Avanti” sono ciò che più si può accostare al vero pensiero dell’autore. Leggendo si capisce che quello che scrive lo ha pensato, meditato, e allo stesso tempo entusiasmato. E meglio non poteva dirlo. Una sincerità portata al massimo. Un lunghissimo post di Facebook? Magari una lunghissima E-news, le mail che l’ex sindaco di Firenze continua a inviare alla sua sterminata mailing list. Renzi è veloce, preparato certo, ma comunque la sua comunicazione è rapida e lui è del tutto a suo agio nello spazio di un post o di una mail seppur lunghi.
La sua forza nel declinare questa modalità di linguaggio è quella dell’accendere l’entusiasmo di chi la pensa come lui e di chi è, culturalmente, caratterialmente, politicamente incline a rivedersi nel segretario del PD. Meno per tutti gli altri. I suoi tre libri fotografano tre epoche diverse, la stessa persona, però con prospettive e bagaglio diverso, forse anche con sogni diversi, di sicuro con riflessioni su se stesso diverse. Non riguardo al suo progetto politico né sulle modalità di realizzarlo e neanche sulle modalità di comunicarlo.

Si sono cimentati a scrivere un libro personale anche Matteo Salvini e Alessandro Di Battista. Salvini dal punto di vista della resa è nella scia di Matteo Renzi. Si tratta di un lungo post di Facebook, in cui cerca di raccontare la sua visione della politica e dell’amministrazione dello stato cavalcando i suoi temi più “forti”. Nulla di più e nulla di meno di ciò che fa quotidianamente sui social, alternando con disinvoltura il suo lato simpatico e gigione con quello duro e puro con l’elmetto da ultimo uomo di destra del paese.
Di Battista invece si butta sul diario/biografia/racconto della visione del paese condito con le parole d’ordine del Movimento 5 stelle. Ma il racconto delle sue gesta, che ricordano i viaggi sulla motocicletta di Che Guevara, la fa da padrone. Un predestinato che dal terzomondismo approda a governare il paese contro la Casta.

Ottimo per il nostro discorso l’esempio del libro “Revolution” di Emmanuel Macron, attuale presidente francese che ha vinto grazie ad un patto con i cittadini del suo paese che mai come questa volta hanno votato la persona più che i partiti. Il massimo della personalizzazione politica dal dopo guerra ad oggi. Più di Mitterrand o Chirac o Sarkozy, pari forse solo a De Gaulle. Un libro un po’ da campagna elettorale, un po’ scritto per farsi conoscere e dare forza ad un’ascesa politico mediatica che l’anno scorso era in pieno svolgimento, tanto da avere un successo galattico solo se si pensa da dove era partito (un outsider del governo del Partito Socialista dal di lui diversissimo Hollande) e dov’è arrivato. Il linguaggio è tutto propositivo, l’intento forse era quello un po’ “messianico” alla Obama. La sua vittoria nella corsa all’Esilio forse non ha raggiunto le vette obamiane del 2008 ma Macron era indubbiamente il candidato di tutti, con un movimento nato dal niente che ha annientato il Partito Socialista, e posto un grande ostacolo e freno al populismo-nazionalismo di Marine Le Pen. Il libro può aiutare a conoscere il fenomeno Macron, ma fino ad un certo punto, proprio perché si tratta di un fenomeno tutto in divenire.

Un politico/tecnico a cui non mancano le pubblicazioni è Romano Prodi, che negli ultimi anni si è fatto intervistare due volte, prima da Marco Damilano ( Missione incompiuta, 2013) poi da Giulio Santagata (Il Piano inclinato, 2017). Le sue tante pubblicazioni comunque, non solo quelle degli ultimi mesi incentrate sostanzialmente su un’analisi della situazione politico economica, ricalcano la sua esperienza da professore. Inclinazione ovviamente presente anche nei suoi migliaia di articoli scritti nel corso degli anni sui principali quotidiani. Gli ultimi due sono i libri post impegno politico. Il Professore preferisce di gran lunga la politica europea e internazionale alle beghe nazionali, ma non disdegna di dire la sua anche sulla politica italiana, a volte con una certa malcelata ironia nei confronti dei protagonisti della politica nostrana. C’è un libro diverso: è “Insieme”, del 2006, scritto insieme alla moglie Flavia Franzoni e curato dalla sua portavoce storica Sandra Zampa. “Insieme” è un racconto. Slow come la comunicazione prodiana che sovente è stata oggetto di satira pungente. Un libro che non può dirsi un lungo post Facebook, ma che, leggendolo con una certa pazienza, si rivela molto importante per capire il punto di vista privilegiato di Prodi su diversi passaggi decisivi per la vita pubblica del paese, condito dal racconto di due generazioni e di una famiglia allargata. Non è uomo da social il professore bolognese, ma gli spunti per capire ce ne sono molti.

Nel caso di Bill Clinton e Tony Blair, che hanno sfornato qualche anno fa due best sellers come “My life” e “A journey”, si parla di autobiografie. Da romanzo americano la prima, dettagliatissima, con risposte a polemiche e accuse la seconda. In quanto autobiografie scritte a posteriori del proprio mandato, i due ex protagonisti della scena mondiale sono da considerare in maniera diversa rispetto agli altri che cercano di comunicare qualcosa per dare un contorno alle proprie idee e per raggiungere consenso immediato.

Infine l’esempio più famoso al mondo. Barack Obama. Nel suo caso i libri sono precisamente tagliati per il racconto mediatico che ha portato alla grande vittoria del 2008 poi bissata nel 2012. Inarrivabile per tutti, in quanto a successo e a riuscita dell’opera “Sogni di mio padre”, dai grandi toni autobiografici, con la storia di una famiglia che aveva in se in nuce il sogno americano. Comunque la grande voglia del tempo degli Stati Uniti (ma non solo) di “riscaldarsi” ad un racconto di speranza e di ripresa dopo le guerre in Iraq, la plumbea era Bush e la crisi che già picchiava duro, ha facilitato il pieno successo di un racconto così funzionale al sogno americano, divenuto in qualche modo sogno mondiale. Obama è chiaro e sincero nel suo discorso e nel suo caso è il racconto a lanciare in orbita il libro e il successo mediatico e la presenza del personaggio a favorire il successo del libro.

Poi c’è Silvio Berlusconi. In realtà due libri li avrebbe anche scritti, famigerato soprattutto il non proprio best seller “L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio”, ma lui non ha bisogno di scrivere. Sono i libri, gli articoli, le diverse pubblicazioni, che inseguono il suo successo. Ottenuto con tutti i modi possibili di comunicare tranne la parola scritta. Ma lui è Berlusconi.

Gianluca Garro 

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Roberto Saviano, romanziere

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Roberto Saviano è un caso. Tutti, in Italia, sanno tutto di lui. Il modo in cui è giunto al successo , le vicissitudini in seguito alla pubblicazione del best seller “Gomorra”. La scorta, e poi i viaggi, le trasmissioni con Fabio Fazio, i romanzi e libri successivi. Fino all’ultimo, “La Paranza dei bambini”, che fa luce sul fenomeno dei clan sempre più creati e gestiti da ragazzini, una realtà sotto agli occhi di tutti ma che poi quando si va a leggere ci si stupisce lo stesso.

Quello che vogliamo analizzare qui è la modalità di comunicazione di Saviano. Il suo “discorso”. Praticamente ininterrotto. Su tutti i mezzi possibili e immaginabili. Libri, giornali, TV, radio, social network (entrambi i più utilizzati per le news: Twitter  e Facebook). E questo continuo racconto non si limita al periodo di promozione del libro in uscita, come capita a molti intellettuali italiani. Dura sempre.

Una comunicazione bulimica? Sì. Ma non per questo inefficace o isolata. I comunicatori che vanno per la maggiore oggi, politici, giornalisti e non solo, comunicano con una frequenza impressionante. Forse non quanto Saviano, ma quasi. Saviano si inserisce in un flusso definito. Ciò che lo rende particolare è proprio la multimedialità, il saper comunicare con tutti i media a disposizione e non per questo risultare meno efficace.

E non parla di sola camorra. Senza Gomorra, quel libro straordinario che ha “amplificato” un discorso grazie soprattutto alla scelta stilistica della docufiction, Saviano non avrebbe avuto il successo quasi planetario di questi anni, è vero, ma abbiamo potuto leggere o ascoltare le sue opinioni sulla politica, le istituzioni, l’economia, la cronaca, l’immigrazione, ecc.

Opinioni sempre tranchant, che dividono e molto spesso indignano. Saviano vive con una scorta sempre presente e i suoi movimenti sono monitorati e inevitabilmente limitati.  Ma i suoi nemici non sono solo i boss della Camorra, “resi famosi” da Saviano (si pensi solo ai casalesi ben conosciuti da forze dell’ordine,  popolazione e stampa locali ma scoperti dal grande pubblico solo dopo Gomorra).

I suoi nemici sono  molti colleghi, politici da lui presi di mira, amministratori locali, sindacalisti, odiatori da tastiera e tanti altri. Basti pensare, dopo l’uscita del suo ultimo libro, alle polemiche roventi con il sindaco Luigi De Magistris che, forse con qualche ragione (anche se poi, come spesso gli succede esagera con i toni e gli epiteti) cerca di lanciare messaggi di una Napoli “rinnovata”, “ripulita” e “idonea a raccogliere turisti”.

A chi fa del giornalismo il proprio pane quotidiano interessa anche sapere cos’è che fa di Saviano l’oggetto di diversi tipi di attacco. Tra la comunità dei giornalisti c’è la recriminazione per cui nel suo lavoro più famoso, Gomorra, il nostro avrebbe utilizzato interi stralci di articoli di giornali locali senza fornire la giusta comunicazione su chi per primo avesse lavorato sulle storie di criminalità che raccontava. Addirittura sono arrivate accuse di “copia e incolla”.

Chi è e cosa rappresenta dunque Saviano? Se qualcuno facesse il gioco del “chi vorresti essere e chi sei veramente”, probabilmente lo scrittore casertano ambirebbe al Pasolini dei primi anni 70, per chi non può sopportarlo invece è solo un grillo parlante troppo petulante. Fermandoci ad un’analisi della comunicazione, Saviano costruisce in maniera sapiente un suo storytelling. Tutta la sua vita, dal 2006 a oggi, è una “storia”, e in questa storia c’è la connotazione del personaggio.

Un racconto puntellato dai suoi interventi ma anche dai suoi gusti, dai suoi sogni, dallo stile di vita che sogna e dalla quotidianità fatta di rinunce. Saviano entra nei fatti e li racconta. Le doti di comunicatore e di cantore di storie, di romanziere sono innegabili. Quello che riesce meglio allo scrittore campano in particolare nei suoi libri è l’entrare in sintonia con i mondi che racconta. Ed è ciò che più si nota nell’ultimo romanzo: il sapere effettivamente riprodurre un linguaggio e un modo di pensare (in questo caso quello degli adolescenti che creano clan già a 16 anni, con armi, spaccio ed estorsioni). Un linguaggio semplice,  che riesce meglio quando non si lascia andare a sparate più o meno lunghe di carattere sociologico,  che riproduce perfettamente anche nel raccontare la sua, di vita, o quando sulla Repubblica fa interventi raccontando mondi e persone anche lontani da lui. Lì c’è vita e realtà. Lì c’è induzione al pensiero, all’indignazione o all’indulgenza. E’ quello il suo valore.

Valore che scade nella noia quando si lancia in polemiche, che sembrano inevitabili, ma da cui può con il tempo affrancarsi. Saviano non è Pasolini. Gli manca forse la sofferenza personale, il soffrire  sulla propria pelle un dolore che nell’artista friulano era più profondo anche della costrizione e della paura delle rappresaglie dei clan.

In fondo Saviano è un ottimista, un innamorato della vita. Ma è un divulgatore, un cantore di storie, non un fustigatore di costumi. E’ lì che perde la sua forza e si trova costretto a polemizzare con un De Magistris. Quando lavorerà anche di sottrazione nell’indicare il suo pensiero avremo uno scrittore intellettuale ancora più efficace. Questo non vuol dire dover ricorrere ad Aventini o autoostracisimi vari ma rafforzare la propria voce.

Gianluca Garro

I giorni di Di Battista

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Sono i giorni di Di Battista. In questa fase post referendaria il Movimento 5 stelle ha deciso di puntare forte sul suo elemento più “social”, più “cool”, più adatto a tenere testa alle telecamere e alle sfide comunicative più importanti. Comunicare, o meglio, far passare in maniera efficace i messaggi, in questo momento per i 5 stelle non è difficile. Basta scegliere i canali migliori, gli espedienti più originali e allo stesso tempo più adatti al flusso dei social e alla TV. E agli interscambi tra questi due mezzi.

Il referendum, con il messaggio che si porta con sé, cioè una risposta negativa nei confronti delle politiche di Matteo Renzi da parte del 60% dell’elettorato, è stata una sorta di via libera. Non che la comunicazione dei 5 stelle e del Dibba in particolare fosse diversa, ma ora il “discorso”, il “Programmata” del giovane leader pentastellato si fa ancora più chiaro: “Noi siamo con i cittadini, diciamo basta a questi partiti e a questi politici usurpatori, fateci votare, parola alla gente”.

Facendoci caso, sono un po’ spariti gli altri esponenti di punta. Perché, appunto, questo è il momento di martellare il ferro “caldo” di un Renzi in netta difficoltà (non di consensi però…) e questo è lavoro da Dibba. Si vede poco il diplomatico e istituzionale Di Maio; ha difficoltà a farsi sentire il pur ambizioso Fico; è troppo presa dalle beghe romane la scalpitante Lombardi; è come al solito di poche parole l’operativo Casaleggio; è stanchissimo e confuso il leader Grillo; impegnata nelle dimissioni notturne e negli arresti dei collaboratori la stressata sindaca Raggi; non emerge come dovrebbe la timida capogruppo Giulia Grillo; sono spariti completamente altri eroi grillini del passato come Vito Crimi, Giulia Di Vita, Marta Grande, rimane suo malgrado dietro le quinte il “fratellino” della prima ora Rocco Casalino. E allora tocca a Dibba, che non si tira indietro. Citiamo tre suoi interventi/performance che raccontano molto del personaggio, del suo storytelling, che, la si pensi come si vuole, funziona, e arriva dritto all’obiettivo che si prefigge.  

Il “pianto” su Rai News 24. Appoggiato al muro del Palazzo di Montecitorio, circondato dal solito circo mediatico, con diversi faretti sparati in faccia l’eloquio di Alessandro arriva quasi al pianto. Siamo a pochissimi giorni dal referendum. La lamentazione di Di Battista ha come bersaglio tutti i politici che ancora sono in Parlamento. Chiaramente ha in mente il PD più che altri, ma in fondo l’esponente grillino non fa differenze, si lamenta perché invoca elezioni. La faccia contrita, le parole indignate, sa bene dov’è la telecamera ma non guarda giustamente in camera. I social si scatenano, un ragazzo addirittura trasforma l’indignata dichiarazione in un trailer cinematografico, nell’intenzione di risaltare la capacità attoriale del nostro. Però alla fin fine non è quello che pensano tanti, indignati e arrabbiati che guardano il video? Non è alla fin fine confortante o esaltante a seconda dei casi qualcuno che dice qualcosa che vogliamo che dica?

Il faccia a faccia con Minoli. Il vecchio direttore, il creatore di Mixer e poi di Rai Storia è uno dei protagonisti della nostra infanzia, anche di quella di Dibba, ne siamo certi. Negli anni 80 ricordiamo i faccioni di Gianni Agnelli, Bettino Craxi, Giulio Andreotti, Enrico Berlinguer, Marco Pannella e tanti altri quasi sudare quando venivano sottoposti alla raffica di domande di Minoli. Per molti si tratta di interviste da studiare, da manuale di giornalismo. La settimana scorsa, nel 2016, tocca ad Alessandro Di Battista. Complice la gran voglia di Minoli di riproporre quel format. Quello che gli riesce meglio. D’altronde perché non cominciare con l’astro nascente della politica così fotogenico e ben adatto alla TV? Minoli conduce il gioco e Di Battista nei primi minuti si vede bene che teme un’intervista difficile da controllare, difficile da preparare anche, seppure potesse intuire in anticipo i temi. Minoli tende a interrompere e cambiare velocità, tono e registro da un momento all’altro. Può partire con una domanda secca che ti inchioda subito dopo averti fatto credere che è un amico e ti fa solo domande facili. Dibba si difende bene e attacca spesso con pistolotti molto bene preparati. Ma è sulle risposte trachant, senza rete, che Alessandro dà il meglio di se’. Fa notare sempre la deriva attoriale ma se provocato esce e risponde velocemente, senza giri di parole. Esce più chiaramente la passionalità anche genuina, l’intelligenza mista all’ambizione molto alta e una certa, eccessiva stima di sé. Non è l’obiettivo di Di Battista quello di far uscire il vero se stesso: i suoi obiettivi sono in fondo due, quello di promuovere le idee e le proposte del M5S e quello di piacere per quelle che lui ritiene sue doti. Propositi legittimi.

La lettera ai denigratori del M5S. Qui Dibba inventa. Un vecchio/nuovo genere, la lettera. Decide, cioè, di scrivere una missiva sul suo account di Facebook non ai militanti e amici del Movimento ma a coloro che quotidianamente polemizzano sui social contro i grillini. “Lettera ai denigratori del M5S” è il titolo. Qui Di Battista si fa serio, ammette che la si può pensare diversamente, è legittimo anche militare in un altro partito, anche nell’odiato PD. Però invita proprio questi militanti che ogni giorno portano avanti una guerra di parole a fermarsi un attimo a riflettere e a capire che a fregarli è proprio il PD. Che non c’è alternativa alle tesi del Movimento, unico interlocutore e rappresentante dei cittadini. E giù col solito elenco di nefandezze di Matteo Renzi e del PD. La novità sta proprio nel rivolgersi agli avversari, con un retro-obiettivo, rafforzare proprio i militanti e simpatizzanti dei 5 stelle: “Noi siamo nel giusto e addirittura cerchiamo di convincere i nostri avversari, e prima o poi convinceremo tutti”. Il “Programmata” di cui parlavamo prima.

In questi episodi c’è tanto dello storytelling che Di Battista sa realizzare molto bene, verrebbe da dire che si è costruito su misura. Addirittura con un libro sui suoi viaggi in Sud America, novello Che Guevara senza mitra e tuta militare. Due giornalisti del Foglio si divertono quotidianamente a estrapolare alcune frasi su situazioni a volte esilaranti accadute in Guatemala o Amazzonia. Ma tutto questo contribuisce a dettagliare ancora meglio lo storytelling personale di Dibba. Uomo di sinistra, terzomondista, con il padre fascista, ma anche catechista, frequentatore di Ponte Milvio però anche politologo, che gira in motorino ma che sguscia in Transatlantico come pochi. Un politico del 2016.

Gianluca Garro

Vince Sarkozy – Il Guerriero è tornato

«La destra francese ha deciso di fare la sua strada e, purtroppo, ha anche vinto». Sono le parole di Matteo Renzi che commenta nel suo discorso alla Direzione del Pd del 30 marzo la vittoria di Nicolas Sarkozy alle elezioni regionali. Sarkozy ha vinto, e parliamoci chiaro, ha fatto capire che se c’è una destra (una, senza sottilizzare) le forze estremiste – quindi il Front National – perdono terreno. Ma oltre al dato politico è interessante capire: che comunicazione ha fatto? E poi, c’è stata una comunicazione social che abbia se non favorito almeno “accompagnato” il successo dell’ex Presidente della Repubblica?

Da un’osservazione a “caldo” e prima che si scatenino esperti, politologi e mass mediologici si può dire che:

Twitter

L’utilizzo di twitter denota volontà, spontaneità, attendibilità, rapidità. Allo stesso tempo, però, scorrere i tweet e i retweet dell’account ufficiale di Sarkozy (@NicolasSarkozy) e dell’UMP, il suo partito (@ump) denota un uso superficiale del mezzo. Sembra quasi che non si sia voluto/potuto esplorare tutte le potenzialità del social network nello ‘spreading delle parole di Sarkozy che pure ha twittato con una certa frequenza nei 15 giorni finali della campagna elettorale. Durante le ultime settimane della campagna partivano dall’account frasi che scandivano la giornata, scritte con tono colloquiale (spesso con accuse dirette a Hollande), in un linguaggio semplice, accompagnate da non più di un hashtag, quello ufficiale della campagna senza soffermarsi sulle discussioni di giornata o su hashtag mirati. I retweet riguardano manifesti (virtuali), moderni “Programmata” con frasi, o appuntamenti o slide esplicative. Quindi un utilizzo sagace, pensato anche se poco interattivo. Non risultano sessioni di risposte ai cittadini o altre forme di bidirezionalità. Un uso intelligente ma cauto dello strumento.

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• Facebook

Su Facebook l’impegno di Sarkozy e del suo staff è stato molto ingente. Post brevi o veri e propri “comizi” via post, filmati, “programmata” ben ragionati. Quasi tutto “rimpallato” con Twitter. Esiste un evidente fil rouge tra le uscite di Sarkozy nei vari social network. E si nota mestiere nell’adattare i messaggi alle differenze delle caratteristiche dei social stessi. I post sono ben argomentati e hanno lo stesso stile dei tweet. Il leader offre le sue opinioni agli elettori con piglio deciso e sicurezza di sé. Evita ogni tipo di interazione, ma s’impegna a dimostrare vicinanza al pubblico a cui offre la propria idea e la propria soluzione sia che i problemi siano locali sia che riguardino la politica estera o temi fondamentali come il terrorismo.

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• Instagram

Il profilo è pieno zeppo di foto di Sarkozy, l’uomo della rivincita. L’uomo che sembrava finito e invece poi vince. Anche se si ferma incredibilmente a tre settimane prima delle elezioni.Per riprendere l’8 aprile quando Sarko ha incontrato il Presidente tunisino Béji Caïd Essebsi. Risulta quantomeno strano. Ripensamenti? Eppure le foto, seppur sempre tecnicamente perfette e scelte tra tante per la loro riuscita, apparivano naturali e sufficientemente adatte ad una campagna elettorale del 2015.

  • Periscope

Sarkozy fa in tempo a lanciarsi anche in Periscope, il tool di Twitter pensato per condividere streaming in diretta di qualsivoglia evento. Il lancio mondiale della piattaforma cade proprio durante il rush finale della sua campagna per le elezioni regionali. Certo, la definizione di tale servizio, non solo per Sarkozy è rimandata a tempi in cui lo sviluppo sarà completato e “maturo” ma la volontà c’è.

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  • Il sito

Nicolas Sarkozy non ha un sito personale. E solo questo dovrebbe far capire tante cose sulla natura dell’approccio ai social e al web. Buona copertura di campagna, debole veduta “lungimirante” su un’organica comunicazione “social”.

  • Il racconto di Sarkozy

Il “guerriero” Sarkozy è tornato sulla scena con il coltello tra i denti. Dato per morto dopo le disfatte politiche e d’immagine ha saputo attendere il suo momento e approfittando dell’appannamento di un Hollande che non riesce a scaldare i cuori si prende le sue rivincite. E la comunicazione è uno strumento nel cui uso cui l’ex avvocato di Berlusconi non difetta. Neanche quella social utilizzata come detto con intelligenza, oculatezza ma anche coraggio e un certo “ardore da battaglia”. Chiaramente Sarkozy non ha l’utilizzo dei social tra le sue esperienze di formazione. E’ di certo un politico 1.0 ma questo non ha fermato lui e il suo staff nell’utilizzare i social per una comunicazione politica di certo unidirezionale, ancora fatta più di “programmata” che di condivisione e discussione ma di certo lo spazio l’ha occupato.

Se il consenso si conquista con lo storytelling

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Nel 2015 il consenso si conquista raccontando. E’ l’epoca dello storytelling. Una specie di super racconto assemblato con tanti pezzi che sono i “mezzi” su cui il racconto viene intercettato dal pubblico, multiforme e allo stesso tempo unica “massa”.

Lo storytelling passa da Instagram, Twitter, Facebook, i siti web politici e  informativi, la TV, la radio per poi posarsi sulla carta dei giornali e da lì ripartire verso i social network in un circuito dalle curve velocissime. Ad ogni giro del circuito prende forma una particolare immagine che si stampa nelle menti. A quel punto il risultato è ottenuto. La vittoria, politica, guadagnata.

L’osservazione rivela che non ci sono ormai “liturgie” che possano rappresentare delle eccezioni al tentativo dei protagonisti della politica di raccontare un determinato evento per orientare i “sentimenti” del pubblico.

E’ il “sentiment” che caratterizza un particolare momento sui social , e che accomuna tante opinioni espresse contemporaneamente. Il tutto concorre con il gioco di rimandi tra mondo dei social e media tradizionali a creare un filo conduttore che porta buona parte del pubblico a condividere il “sentiment” desiderato da un particolare emittente, valorizzando e premiando una determinata scelta.

Tutto questo è successo anche per le elezioni del Presidente della Repubblica nell’ultima settimana di gennaio del 2015. Per Matteo Renzi che ha proposto il nome di Sergio Mattarella, si è posta subito la necessità di legittimare la scelta agli occhi dell’opinione pubblica.

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La figura di Mattarella, molto nota agli addetti ai lavori, era per lo più sconosciuta al cittadino comune. Un giudice della Corte Costituzionale: quanto di più oscuro al pubblico.

Una situazione molto favorevole dal punto di vista dello storytelling. Perché pur senza snaturare le caratteristiche specifiche del personaggio, la pagina bianca che simboleggia la sua impronta nell’arena mediatica degli ultimi anni permetteva di raccontare con una certa libertà.

Nelle ore successive all’annuncio dagli account Twitter e Facebook del Partito Democratico partivano post e tweet che lanciavano la figura di Mattarella come l’aveva raccontato il Presidente del Consiglio nel suo discorso. Un professore che aveva scelto di impegnarsi nelle istituzioni e in politica dopo la morte, per mano della mafia, del fratello Piersanti che nel 1980 era Presidente della Regione Sicilia. Viene  rilanciata la foto degli attimi immediatamente seguenti all’attentato in cui si vede il neo Capo dello Stato sorreggere il corpo morente del fratello. Un “racconto” era partito. Un trait d’union tra le stagioni delle ferite inferte dal potere mafioso con il 2015 con il presente di un’Italia che cerca di uscire dalla crisi. Epoche unite da un uomo affidabile e competente, una “scelta giusta” per tutti questi motivi. Un successo di Matteo Renzi che l’ha colto tutto questo successo, supportato dallo storytelling della sua struttura di comunicazione.

Lo storytelling non nasce con Renzi in Italia. Ma solo da poco sembra che ci sia un “disegno”, una progettualità, nell’idearlo e nel metterlo in pratica. Silvio Berlusconi, negli anni del suo “ventennio”, supportato dall’ingombrante macchina comunicativa di Mediaset c’aveva propinato un suo storytelling . Magari un po’ vintage, con il self made man vincente nella creazione del suo impero e quasi “costretto” a ripetere l’impresa per il paese con l’obiettivo di salvare il liberalismo messo a dura prova dalle sinistre.

Ma lo storytelling di Berlusconi, raccontato dalle sue TV, dai suoi quotidiani, dai suoi periodici, dalle sue radio, dalle lettere inviate per posta a tutte le famiglie  s’è fermato al 2008. Da allora una lunga rincorsa a cercare di dimostrare che lo storytelling di olgettine, senatori pagati per cambiare casacca e condanne non erano il suo racconto.

Si aspetta ora un’altra storia che vada ad affiancare quella renziana del Pd 2.0. Uno storytelling di destra. Chissà quanto dovremo aspettare ancora.

P.s. Con questo pezzo inizia la mia piccola, personale, avventura nel mondo dei blog. Il nome Programmata (gli annunci elettorali scritti sui muri dell’antica Pompei, la più antica testimonianza di comunicazione politica “scritta” della storia dell’umanità) come cerco di spiegare nella pagina dal titolo “about” vuole essere uno sguardo, attraverso miei brevi pezzi sulla comunicazione politica e istituzionale italiana ma non solo. Per fotografare ciò che esiste e per cogliere le innovazioni che arrivano quando meno te l’aspetti. Ci sarà anche un archivio con pezzi di qualunque genere che scrivo per vari blog e siti di informazione. Curiosate pure!!