I social in emergenza, un mondo in cerca d’autore

Articolo pubblicato come post sul blog “Prevenire è meglio che curare” apparso sul sito del giornale della Protezione civile nella sezione #GPCBlog il 18/10/2017 

 

Ogni tanto sui giornali si torna a parlare di comunicazione in emergenza. Per dire in sostanza che nel nostro paese non sono stati ancora fatti quei passi avanti significativi perché le persone possano usufruire di informazioni il più possibile dettagliate su cosa fare e cosa non fare in un momento delicatissimo come una grande emergenza in corso. Ci troviamo in un’epoca in cui la comunicazione tradizionale funziona, seppure con tutte le sue lacune e con contatti in calo e comunque nettamente inferiori di quelli dei social network, consultati soprattutto sugli smartphone. Uno scenario dove però la “nuova” comunicazione social versa in uno stato di completa confusione. Il tutto vissuto con la netta impressione che se la comunicazione sui social in emergenza fosse “regolata” e “organizzata” al meglio potrebbe rivelarsi il mezzo più efficace di veicolazione dei messaggi alla popolazione.

La situazione attuale si può osservare facilmente nei minuti successivi ad un terremoto, o nelle ore in cui un territorio viene colpito da un nubifragio. Tweet, post su Facebook, foto e stories su Instagram si rincorrono disordinatamente. Con fonti diverse, istituzioni, forze dell’ordine, account di giornali, radio e TV, cittadini colpiti, cittadini lontani ma partecipi, persone che sentono il terremoto in zone anche molto lontane dall’epicentro che arrivano a postare “Terremoto a Roma” quando l’epicentro è prossimo ad Amatrice in provincia di Rieti. Nello stesso momento odiatori seriali già se la prendono col governo di turno, attuale o passato, per la magnitudo errata di qualche decimale o mentre angosciati genitori con figli studenti fuori sede entrano nel panico o mentre tweetstar famose già cavalcano l’onda della solidarietà. Con hashtag che si succedono o si contrastano, quando quelle poche, decisive informazioni che servirebbero davvero magari si perdono nell’etere come un astronauta di “Gravity”.

A questi problemi si aggiunge la natura davvero particolare del Sistema di Protezione civile italiano, così come è scaturito dalla famosa riforma del Titolo V della Costituzione del 2001. Il Sistema si basa sul coordinamento in emergenza, tra le “componenti”, cioè le istituzioni di diverso livello responsabili del governo di comuni, aree vaste e regioni e le “strutture operative”, cioè i Vigili del Fuoco, le Forze dell’ordine, le Forze Armate, le organizzazioni di volontariato dalle più grandi (Croce Rossa, CNSAS, Anpas, Misericordie, CISOM, ecc) fino alle più piccole associazioni comunali. A questi soggetti vanno aggiunti i Centri di Competenza, cioè gli istituti scientifici che coadiuvano la Protezione civile (sia quella nazionale, sia quelle regionali), dal famoso INGV, per terremoti e vulcani, al CNR Irpi, all’Ispra, alle ARPA regionali, ai centri specializzati nelle previsioni meterologiche. E poi le grandi aziende di servizi, dalle Ferrovie dello Stato, ad Alitalia, fino a ENEL, ENI, TERNA, ACEA, ecc. Senza dimenticare i giornali e in generale tutti gli operatori dell’informazione, qualunque mezzo essi usino per informare la popolazione. In tutto questo il coordinamento a seconda della portata dell’evento spetta al Dipartimento della Protezione civile nazionale della Presidenza del Consiglio o ai Presidenti delle Regioni fino ai sindaci, prima vera e propria autorità di protezione civile.

Solo leggendo distrattamente tutto questo ci si rende conto delle difficoltà sostanziali a prendersi la decisiva (in emergenza) responsabilità di informare i cittadini e creare la giusta comunicazione vincente, nell’ottica dello sviluppo della prevenzione e della resilienza necessarie.
A ciò si aggiunga l’attenzione, comunque giusta e legittima della magistratura che per esempio nel caso del terremoto de L’Aquila in primo grado aveva proprio punito comunicazioni fuorvianti.
Ma per fare chiarezza cerchiamo a mo’ di elenco di fare luce sugli aspetti più discussi e rilevanti ma allo stesso tempo ancora poco chiari.

1 – La querelle delle fonti. E’ forse il problema principale nei primi minuti di un’emergenza. Chi comunica cosa e quando. La prima autorità di protezione civile è il sindaco. Un evento colpisce un comune o un insieme di comuni, in una sola o in diverse regioni. Diventa importante cominciare a comunicare sui social anche per i centri più piccoli. E’ difficile, oggi, trovare un sindaco che non abbia i propri account personali, aperti e sviluppati in campagna elettorale. Oppure un comune che non abbia account istituzionali. Si può partire anche da lì. Account che raccolgono quotidianamente le attività di tutta l’amministrazione ma che in emergenza possono essere dedicati alle informazioni utili alla comunicazione. L’alternativa è pensare ad “account di protezione civile” dedicati alla comunicazione sul rischio in “tempo di pace” e alle informazioni ai cittadini in emergenza, soluzione che molti addetti ai lavori preferiscono per una questione di chiarezza.
Le comunicazioni che arrivano dall’ente di prossimità più vicino all’epicentro di un terremoto o dove si è verificata una piena di un fiume o di un torrente sono fondamentali. E possono “condurre” il resto del sistema, dalle Regioni al Dipartimento nazionale nell’indicare a chi da lontano cerca di ricevere notizie. Ai comuni si possono affiancare, come fonti “primarie in emergenza”, le strutture operative impegnate sul campo fin dai primi minuti. Diventano importanti account come quello dei Vigili del fuoco, o del Soccorso Alpino o dei Carabinieri Forestali. Le voci “autorevoli” di Regioni e DPC acquistano un ruolo decisivo nell’indicare quali account seguire e per quanto tempo. A ruota gli account informativi che darebbero ancora più affidabilità a voci coordinate e dotate di un’autorevolezza condivisa.

2 – La mancata legge. Secondo la legge 265 del 1999 il sindaco ha la responsabilità di informare i cittadini sui rischi, sul piano di protezione civile che ha il dovere di realizzare e su tutto quello che riguarda un’emergenza che colpisce il territorio comunale. Stop. La legislazione italiana non contempla nient’altro e non indica ulteriori responsabilità. Né in capo al Capo Dipartimento della Protezione civile, né al Presidente del Consiglio né ai prefetti, né ai presidenti di regione. Anzi la legge emenda proprio un articolo di un regolamento precedente che dava al Prefetto la stessa responsabilità. Anno? Come detto, 1999. Quando, forse, qualcuno aveva un e-mail. La legge delega, approvata nel 2017, fa ben sperare visto che parla chiaramente di comunicazione al comma 2 dell’articolo : “omogeneizzazione, su base nazionale, delle terminologie e dei codici convenzionali adottati dal Servizio nazionale della protezione civile per classificare e per gestire le diverse attività di protezione civile, ivi compresi gli aspetti relativi alla comunicazione del rischio, anche in relazione alla redazione dei piani di protezione civile, al fine di garantire un quadro coordinato e chiaro in tutto il territorio nazionale e l’integrazione tra i sistemi di protezione civile dei diversi territori…”. Non si fa riferimento ai social, ma c’è qualche speranza in più.

3 – Il citizen journalism al suo massimo. Le emergenze sono i momenti in cui si manifesta in maniera più visibile una delle caratteristiche più interessanti dei social network. Quando i cittadini possono, se non “dare” una notizia, fornire uno spaccato veritiero della realtà. Allo stesso tempo però è uno dei momenti in cui un “racconto” distorto può fare più danni possibile. Entrano in ballo le categorie dell’affidabilità e della responsabilità. Il sistema di protezione civile è stato creato a favore dei cittadini che però non possono e non devono avere solo un ruolo passivo di fruitori. Questo vale anche per la comunicazione. Detto questo in momenti spesso confusi e soprattutto a rischio per la vita di tante persone l’improvvisazione non può e non deve trovare spazio. Il ruolo dei cittadini nel testimoniare un disagio o un pericolo non deve essere minimizzato ma allo stesso tempo bisogna trovare strade condivise di accettazione che la responsabilità di comunicare sia sulle spalle di istituzioni che operano secondo norme, policy e linee guida. Istituzioni che però tengano presente, anche in emergenza, attraverso procedure precise, le sollecitazioni che giungono dai cittadini.

4 – Il “noise” non così di sottofondo. E’ uno dei problemi principali della comunicazione in emergenza. Il “rumore” è tipico della comunicazione social, soprattutto di Twitter e Facebook, luoghi in cui tutti possono dire la loro. Nel caso delle emergenze il noise più comune è quello generato dai post che si intromettono nelle “conversazioni” formatesi grazie ad un determinato hashtag, ma che già dai primi minuti in cui seguono la percezione di un evento emergenziale propongono argomenti di critica, denuncia, commento o qualsivoglia altro “sentimento” comunque lontano dalle necessità del momento. Un problema che potrebbe, un giorno, con l’ulteriore sviluppo di queste modalità di comunicazione, arrecare danni alla popolazione. Un’attenta e condivisa gestione degli hashtag in emergenza è molto importante, possono avere successo nel diminuire il più possibile il noise ma, ripetiamo, l’accordo, l’adesione, di tutti gli attori istituzionali in campo sono decisivi per vincere questa partita.

5 – Il feedback, chi e quando rispondere. E’ un tema molto delicato, affrontato peraltro dal tavolo di lavoro “socialprociv”, discussione poi sfociata nelle policy e nelle linee guida di cui abbiamo parlato. Un ufficio pubblico non è concepito come una sala operativa o come una task force sempre in azione. Così si può dire per le migliaia di comuni italiani. Prescindendo dal discorso ampio e complesso dei diversi centri operativi e sale operative che vengono allestite in emergenza secondo le procedure standard del sistema di protezione civile, il punto sta in come far funzionare i team che immaginiamo o già esistenti e che si occupano di social impegnati su queste tematiche. La cosa più importante è non “bluffare” mai con i cittadini. Anzi, è prioritario annunciare gli orari o comunque le policy di risposta. E’ meglio rinunciare del tutto a rispondere che farlo senza la necessaria regolarità, rischiando di trovarsi in situazioni spiacevoli durante le emergenze. Ammettere che in emergenza non è possibile rispondere alle diverse (a volte innumerevoli) sollecitazioni che arrivano dai cittadini, aiuta la comprensione e anche la comunicazione. Se invece si decide di dare attenzione alle domande e alle critiche (che non mancano mai) o ai suggerimenti dei cittadini bisogna saper creare un coordinamento con gli uffici e le funzioni (gli “uffici” temporanei tipici delle varie DICOMAC o Sale operative o Centri operativi comunali, allestiti per la gestione dell’emergenza) e rispondere con la precisione e il tempismo necessari.

6 – Gli hashtag. Rappresentano una vera e propria metafora della confusione che regna sotto il sole della comunicazione d’emergenza. Emblematico il caso dei vari #allertameteo a cui a seconda della regione prendevano il prefisso della stessa (#allertameteoTOS, #allertameteoLIG, ecc). Un tentativo peraltro che aveva tutte le possibilità per riuscire e trovare un ampio consenso, che si è rivelato però una strada tortuosa, lastricata di difficoltà dovute al noise e al trollaggio sistematico. Siamo di fronte ad un tema su cui riflettere e cercare di non sbagliare. La direzione giusta è quella della redazione di glossari completi magari da affiancare a policy e linee guida per guidare in qualche modo la comunicazione e offrire una gamma di scelte sull’hashtag che possa convogliare la discussione sui social e “instradare” le richieste e le informazioni più urgenti nelle fasi concitate di un evento emergenziale. La scelta del giusto hashtag è direttamente conseguenziale ad un’adeguata regolamentazione della comunicazione social. Si potrebbe pensare ad glossario che una community o comunque un insieme di istituzioni può produrre e distribuire così da abituare e “instradare” i cittadini che comunicano sui social e tutti gli stakeholder interessati.

7 – Le policy e le linee guida. Il concetto sembra stonare con la “libertà” dell’internet, che a detta di molti non vuole regole e chi le impone deve sempre ricredersi perché alla fine la parte corsara avrà sempre la meglio. Sarà. Ma nelle emergenze bisogna creare un “microsistema” condiviso che accetta priorità e responsabilità. Un sistema condiviso di autodisciplina, da autoimporsi nel nome del bene della collettività in momenti delicati per la stessa vita delle persone. E’ per questo che il percorso “socilprociv”, prima di diventare effettivamente una comunità, una community, aveva redatto delle policy e delle linee guida. Le prime per appunto “creare” un sistema di valori condiviso a valle del quale operare, le seconde per coadiuvare tutti, dalle istituzioni alle strutture operative a operare sui social in emergenza. Un’esperienza che non potrà non tornare utile. Parlando di policy è molto importante la gestione del feedback, di cui abbiamo parlato diffusamente.

8 – L’occasione #socialprociv. E’ l’unico, vero progetto verso una comunicazione d’emergenza sui social consapevole, regolata e condivisa, compiuto finora. Nel 2013 il Dipartimento della Protezione civile – su proposta di soggetti competenti, a partire proprio da Il Giornale della Protezione Civile.it – ha aperto un tavolo di lavoro molto largo e variegato con diversi esponenti del sistema di protezione civile per studiare e poi redigere alcuni documenti. Ne sono scaturiti un manifesto, un documento di policy e uno di linee guida all’utilizzo dei social per tematiche di protezione civile. Sono tutti consultabili sul sito del Dipartimento. Si è giunti a redarre un manifesto perché #socialprociv è pensata come una community. L’idea alla base di tutto, vista la natura del Sistema che non prevede un vertice che decide per tutti ma un coordinamento tra componenti, era quella della condivisione e sottoscrizione delle policy e linee guida con anche una dichiarazione di intenti rappresentata da un “bollino” che le istituzioni che avrebbero preso parte alla community potevano apporre sulle proprie bio, sulla falsariga dei bollini di autenticità che diversi social network concedono a personaggi famosi, associazioni, società, istituzioni. A valle dell’adesione a policy e linee guida condivise era prevista la creazione di un “albo” che raccoglieva gli aderenti alla community. Il tutto presentato con estrema trasparenza ai cittadini con apposite modalità di comunicazione. Un percorso importante, che purtroppo però non ha ancora trovato il suo compimento definitivo. Un percorso dal quale però sarà difficile discostarsi visto appunto la natura del sistema e vista la completezza dell’impianto strutturale. A nostro avviso non si può non partire da qui.

9 – Non solo social, le chat e le app. Proliferano in diverse regioni e in diversi territori le app da scaricare sugli smartphone, dedicate soprattutto al sistema di allertamento meteo, con alcune che si affacciano anche al campo dell’allertamento e delle informazioni sul rischio da parte degli enti locali. L’auspicio è che anche i creatori delle app e i committenti possano condividere il percorso #socialprociv o comunque un percorso coordinato sulla comunicazione in emergenza così da inscrivere questi strumenti utilissimi per la popolazione in questa “nuova comunicazione” in emergenza. Non fano eccezione i canali di chat tipo Telegram peraltro in grande crescita e utilizzati anche da diversi ministeri con un discreto successo (è il caso del Ministero della pubblica istruzione o di quello dell’economia e delle finanze). Non che whatsapp, diffusissimo non sia utilizzato da alcuni sindaci sensibili alle nuove modalità di comunicazione ma lo strumento potrebbe essere usato ancora di più e rappresenta forse la modalità più rapida ed efficace per raggiungere i cittadini e creare una certa fidelizzazione. Anche in questo caso sarà importante ottimizzare linee guida per non sbagliare e non “deludere” i cittadini che cominciano ad abituarsi alla presenza di messaggi autorevoli da parte delle istituzioni in emergenza e in “tempo di pace”.

 

Gianluca Garro

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#pasocial al ForumPa, suggerimenti per ridurre uno storico ritardo

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ForumPA cresce, in attesa di dati e cifre ufficiali. Il luogo che ha ospitato la manifestazione , la famosa, o famigerata , dipende dai punti di vista, Nuvola di Fuksas ha rappresentato una sorta di passo avanti dell’evento che conquista un centro congressi avveniristico con 15 sale occupate, spazi ad hoc, addirittura studi radio-tv.

Tra le mille proposte del Forum la crescita e dell’affermazione di #pasocial. Ricordiamo a chi ancora non ha mai sentito parlare di #pasocial che si tratta di un gruppo di comunicatori del governo, della Presidenza del Consiglio, dei ministeri, delle agenzie governo, delle strutture di missione, delle forze dell’ordine, delle forze armate che partendo dalla condivisione delle esperienze anche informale si è organizzato a discutere e poi col tempo a mettere in comune delle idee e delle linee guida finalizzate allo sviluppo delle “nuove” forme di comunicazione al servizio dei cittadini. Un gruppo che sta per unirsi in associazione.

Sono stati numerosi gli incontri animati dalla comunità di #pasocial: non solo convegni, anche interventi radio-televisivi in onda in streaming sul sito FPA.net e alcune lezioni definite “academy” dove con maggiore calma e chiarezza i comunicatori hanno potuto dare un’idea completa delle modalità più efficaci di comunicazione social per la pubblica amministrazione.

E’ stata l’occasione anche di lanciare dei prodotti che finora erano ben lontani dall’essere adottati dalla PA come il canale Facebook Messenger del Ministero delle Politiche agricole che prevedrà l’utilizzo di un B.O.T. che potrà rispondere in tempo reale alle domande dei cittadini fin quando poi le domande stesse non meriteranno risposte più articolate che necessiteranno di un intervento umano.
Al centro del dibattito la necessità di una riforma decisa e completa della Legge 150 del 2000 che per la prima volta in Italia regolò la comunicazione istituzionale. Una legge obsoleta ormai, soprattutto perché pensata e scritta molto prima che i social network o i servizi di chat messaging entrassero nelle menti dei loro creatori. Non solo, anche perché si tratta di una legge al momento disattesa, e spesso neanche rispettata da tutte le istituzioni allo stesso modo.

Altro tema ricorrente nei dibattiti targati #pasocial la struttura degli uffici che pensano e producono comunicazione al cittadino. Il ritardo in molti casi è allarmante. Ritardo fatto di ancora troppi comunicati, a volte ancora fatti di carta e magari inviati via fax. Comunicati che nella maggior parte dei casi, se non inseguono o raramente creano una notizia non vengono neanche presi in considerazione dai quotidiani o dai TG o dalle radio e per questo completamente ignorati dai cittadini-audience. A tutto ciò si aggiunge un’obsolescenza affiancata da una diffusa inefficacia dei famosi uffici per le relazioni con il pubblico contemplati dalla succitata legge 150 del 2000.

Siamo di fronte ormai ad una necessità sempre maggiore di integrazione tra gruppi di lavoro e di conseguenza tra strumenti di lavoro per permettere alla comunicazione concepita dalla PA di giungere chiara ai cittadini così da favorire sempre migliori esperienze di “contatto” con la PA stessa.

Sarebbe auspicabile “affiancare” e rendere il più possibile osmotici i vari uffici. L’ufficio stampa e del portavoce (se è contemplato dall’organigramma dell’istituzione) con l’ufficio o servizio comunicazione (che di solito si occupa del sito web) con la redazione che si occupa dei social, con l’ufficio relazioni con il pubblico fino al contact centre che fa della comunicazione telefonica diretta il centro del suo lavoro.
In diversi casi è possibile far lavorare tutti nella stessa sala, sul modello di una sala operativa come le conosciamo per i comparti sicurezza o di protezione civile.
Alcuni la chiamerebbero romanticamente una “war room”. Ognuno può chiamarla come vuole, dando sfogo alla fantasia. Ma può rappresentare il futuro del lavoro della comunicazione nella pubblica amministrazione.

Un lavoro quindi integrato, con gli stessi obiettivi e con al centro l’ottimizzazione dello strumento dei social e dei servizi di chat messaging. Con un rapporto sempre più bilaterale con il cittadino. Con un servizio e quindi una strategia di risposte e di lancio di iniziative. Lo può fare un B.O.T., cioè un robot ma molto spesso un gruppo di professionisti preparati alla bisogna può rendere il servizio ancora più efficiente.
E’ questo il percorso su cui passa il grosso della modernizzazione della PA, la speranza è che non rimanga tutto una bella discussione fatta “dentro la Nuvola”.

Gianluca Garro

Il Pd di Renzi sarà degno erede dell’Ulivo?

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A 36 anni siamo già vecchi? E’ ciò che ci si chiedeva con alcuni amici, “pazzi” per la politica. Eravamo bambini nel ‘93, quando un referendum cancellava le preferenze. Quando il maggioritario diceva che le elezioni si sarebbero svolte quasi come in America. Ed eravamo adolescenti quando il centrosinistra vinceva finalmente le elezioni. Con quel clima da scudetto atteso 40 anni, l’Ulivo si apprestava a governare. E si cominciava a parlare di “ulivismo”. Una categoria della politica nuova e molto cool in quel momento. Sembrava a portata di mano la possibilità di far convivere in maniera produttiva i rappresentanti delle due grandi culture che avevano dialogato odiandosi cordialmente per decenni. Il comunismo che si affacciava alla socialdemocrazia e il cattolicesimo democratico che, almeno a parole, aveva ispirato la “sinistra” democristiana a partire dai primi anni 70.

Poi sappiamo tutti come è andata. E non c’è bisogno di tornarci. Qualche tempo dopo, cioè nel biennio 2004-2005, si capì improvvisamente che l’ulivismo, dopo essere stato messo da parte, poteva prendersi le sue rivincite. Rimaneva quel rimpianto del governo 96/98, che sembrava veramente aver ridato fiducia a un Paese disilluso. La competenza e la serietà potevano anche governare.

Ma venne un voto della direzione della Margherita, nel maggio 2005, che diceva no alla lista unitaria dell’Ulivo anche al Senato. Si trattava di una premonizione, di uno sfilacciamento che poi puntualmente avrebbe detto che l’Ulivo e quell’idea al massimo potevano andare a riempire qualchepantheon. Chi aveva 30 anni nel 2008 ed era cresciuto nella speranza dell’Ulivo poteva considerarsi vecchio politicamente. Era nato il Pd della fusione a freddo. Sia chiaro, il Pd era quel partito che tutti, anche i vecchi ulivisti, avevano sognato e ha ancora tutte le possibilità per diventarlo, ma è chiaro che nei primi anni non è stato quella nuova grande forza politica scritta nelle radici uliviste. Quella forza che avrebbe “dimenticato” i partiti di provenienza e avrebbe creato una nuova classe dirigente fatta di “nativi democratici”, e cercato il maggioritario con tutte le sue forze in una logica bipolare, se non bipartitica.

E oggi? E con Renzi? Le polemiche di questi giorni, sollevate dalla minoranza del Pd, in particolare da alcuni esponenti che hanno rivendicato uno spirito “ulivista”, intravedendo addirittura la possibilità di creare una “nuova” forza, hanno fatto riparlare i giornali dell’Ulivo. E allora giù ancora tutti a dire la propria, sui social network, sui giornali, in TV. Chi si ricorda che si trattava di  un cartello elettorale, chi dice che era una cosa solo di Prodi, chi boh.

Eppure c’è chi ha appoggiato Renzi e visto nella sua alternativa una possibilità di considerare il Pd un degno erede dell’Ulivo. Un partito inclusivo come dicono tanti, ma veramente. Né liquido né solido. Un partito aperto, ma nell’animo. Un partito che accoglie. C’è ancora chi ci crede. Perché la leadership di Renzi deve ancora dipanarsi e svilupparsi. Molti dicono che se fosse stato per lui, Renzi non avrebbe preso il partito, perchè puntava solo e sempre a Palazzo Chigi. Chissà, di certo però c’è che è riuscito, approfittando anche della débâcle delle elezioni del 2013, a scalarlo il partito. Che per fortuna è rimasto scalabile, come era previsto dai visionari e pazzi ulivisti. Ora pare addirittura che stia partendo il lavoro di una Commissione dedicata alla forma partito da costruire. Il Pd di Renzi quindi. Possono sperare anche i pazzi, pirateschi, ulivisti? La speranza c’è ancora. Ma sta solo dentro il Pd. Inevitabilmente.

Pubblicato su http://www.ateniesi.it

Gianluca Garro

La difesa della patria passa anche dalla Protezione Civile

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Il 9 ottobre un’alluvione colpiva Genova per l’ennesima volta. Centinaia di millimetri di pioggia facevano esondare il Bisagno e gli altri torrenti tristemente famosi per aver causato morti e distruzione già nel ’92 nel ’93, nel 2010 e nel 2011 per rimanere agli ultimi vent’anni.
E poi si sono succeduti giorni di lavoro intenso per i soccorritori tra cui i famosi e giustamente celebrati angeli del fango. Giorni caratterizzati da tante polemiche, discussioni, interviste e talk show, di belle testimonianze e di gaffe assortite.

L’immagine è stata quella di un quadro triste, complesso, retrogrado.

Proviamo però a parlare di Protezione civile, cioè un sistema. Anche se non tutti, compresi alcuni operatori dell’informazione, sanno cosa sia. Un sistema che nasce quasi spontaneamente dopo la terribile esperienza dei soccorsi scattati dopo il terremoto che colpì l’Irpinia il 23 novembre del 1981. Esperienza in cui i primi aiuti per alcuni paesini arrivarono anche diversi giorni dopo l’evento e per cui il Mattino coniò uno dei titoli più importanti della storia del giornalismo italiano :“FATE PRESTO” a caratteri cubitali. Un grido disperato. Un sistema che cominciò ad organizzarsi grazie all’impulso del Presidente Pertini e per opera di Giuseppe Zamberletti e tanti altri funzionari, volontari, donne e uomini che ci misero tutto l’impegno di una vita.

Un sistema che è cresciuto e che negli ultimi anni a fronte di prove di efficienza e organizzazione s’è visto additato come un sistema corrotto, corruttore, addirittura libertino. E invece è un sistema che comprende oltre al Dipartimento della Protezione civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri guidato dal Prefetto Franco Gabrielli, le componenti cioè le regioni, le province e i comuni di tutti i tipi, anche le città metropolitane e tutte le prefetture e quelle che vengono chiamate “strutture operative” cioè i Vigili del Fuoco, le grandi organizzazioni di volontariato nazionale, le migliaia associazioni comunali e regionali, le forze armate, le forze dell’ordine, i centri di competenza, come l’INGV o il CNR o le grandi società di servizi essenziali come Ferrovie dello stato, Alitalia, ENEL, le società di telefonia. Realtà che un minuto dopo aver ricevuto la prima notizia di una calamità si mettono intorno ad un tavolo, formando quel Comitato operativo che guida le operazioni nelle emergenze nazionali.

Questo sistema in questi anni è stato penalizzato. Il presunto scandalo scoppiato negli ultimi mesi in cui Guido Bertolaso era a capo del Dipartimento nazionale ha portato a cambiare radicalmente la disponibilità dello stato nei confronti della protezione civile. Partendo dal presupposto giusto di delimitare meglio le competenze e di correggere il ricorso continuo alla decretazione d’emergenza si è passati ad un controllo sempre più forte tale da rendere l’intervento nelle emergenze e le attività di previsione e prevenzione ancora più difficili. Le modalità di trasferimento di fondi per le emergenze e per il fondo di protezione civile si sono assottigliate sempre più.

Si è andati quindi a indebolire un sistema che si poteva annoverare tra i fiori all’occhiello del nostro paese. Un sistema studiato e imitato dagli altri partner del Meccanismo europeo di Protezione civile, che ha offerto nelle prime emergenze degli esempi di efficienza, rapidità, efficacia in diverse grandi calamità avvalendosi di una realtà forte, il volontariato di protezione civile presente in quasi tutti i comuni d’Italia.

E non si tratta solo delle Misericordie, o della Croce Rossa o dell’Anpas ma di tutte quelle piccole associazioni comunali in cui molti cittadini sono impegnati quotidianamente.

La risposta all’emergenza ottimale la si fa con queste persone, con questa organizzazione. Che oltre ad avere la passione, il cuore, il coraggio, ha le capacità operative, organizzative e di coordinamento.
Detto questo non bisogna distogliere neanche per un attimo l’attenzione dai ragazzi di Genova o di altre parti d’Italia che spontaneamente si mettono a disposizione. Ma un paese moderno deve sapersi difendere e proteggere con efficacia. Ci vuole organizzazione, coordinamento, e quella che molti chiamano accountability, che è presa di coscienza e responsabilità nei confronti delle istituzioni e dei cittadini.

E ci vuole collaborazione. Non tutti ricordano che secondo la legge 225 del 1992 che ha istituito il servizio nazionale è il sindaco la prima autorità di protezione civile. E’ il primo cittadino che appronta il piano d’emergenza comunale, che si interfaccia con i cittadini e con le altre istituzioni compreso il Dipartimento nazionale in caso di evento calamitoso. E il caso della zona rossa del Vesuvio e dei Campi Flegrei sono esempi di sinergia che funziona e che tutti devono sapere che esiste.

Si deve tener conto che si può costruire un paese moderno anche sapendolo proteggere. E tutto questo passa attraverso le opere su cui oltre agli enti locali e al Dipartimento ci sta lavorando la struttura di missione di Palazzo Chigi guidata da Erasmo D’Angelis, ma passa attraverso una protezione civile partecipata, coordinata e che abbia le risorse e il sostegno necessari da parte del governo e delle forze politiche.

Quanto pubblicato corrisponde alle opinioni personali dello scrivente e non del Dipartimento della Protezione civile.

Pubblicato su www.patrioti.org

Giacomo Matteotti, patriota.

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«Il presupposto essenziale di ogni libera elezione è che i candidati possano esporre pubblicamente le proprie opinioni. In Italia nelle elezione dell’aprile scorso (6 aprile 1924, n.d.A.) questo non è stato possibile». «Noi difendiamo la libera espressione del popolo italiano … e crediamo di rivendicarne la dignità domandando l’annullamento delle elezioni, inficiate dalla violenza fascista».

Con un coraggio impensabile, Giacomo Matteotti pronunciava queste parole pochi giorni prima di essere ucciso dalla Ceca, la polizia privata del partito fascista. Non si trattava di un articolo su qualche “foglio” politico (gli antichi blog), Matteotti pronunciava quelle parole in una seduta della Camera dei Deputati, guardando negli occhi Benito Mussolini e i suoi gerarchi più violenti, come Farinacci. E lo faceva mentre in segreto indagava su una possibile corruzione del duce in un affare di estrazione del gas.

Giacomo Matteotti a 90 anni di distanza fa venire in mente due qualificazioni. Quella del socialista e quella del patriota. Quest’ultima potrebbe sembrare una definizione avventata. Il Partito Socialista degli anni 20 non faceva certo dello spirito di rivalsa nazionale post grande guerra un suo cavallo di battaglia.

Quello era il cavallo di battaglia dei fascisti che trovava negli scontenti reduci di guerra orecchie attente.

Le rivendicazioni del biennio rosso che seguivano una strenua posizione di neutralità durante il conflitto si basavano sulle necessità del popolo. Le masse contadine – e in pochi casi industriali – oppresse, da sostenere nella lotta contro i padroni (latifondisti e capitani d’industria sfruttatori nel nome della produzione e del profitto) fino alla presa del governo per condurre politiche di stampo socialista.

Matteotti quindi era un fervente socialista. Lo spirito delle sue idee sta nel cuore della teoria socialista. E in questo spirito muoveva anche la sua azione politica quotidiana. Ma è proprio pensando all’azione quotidiana che viene da pensare al suo essere patriota. La motivazione principale per cui viene ricordato.

Tornando a quel fatidico 1924, a quei mesi terribili si capisce quanto gli eventi di quei giorni siano stati decisivi per la storia d’Italia anche nei decenni successivi. Mussolini, dopo aver preso il potere tramite l’accordo col Re del 1922 non aveva ancora deciso di rompere gli indugi come gli veniva continuamente richiesto dall’ala più oltranzista del suo partito. Il governo rimaneva “stretto” in un abito ipocritamente democratico anche per i tentennamenti del duce romagnolo.

Matteotti è colui che proprio in quei giorni decide di perseguire quella che sembra ai suoi occhi l’unica strategia possibile: la denuncia a voce alta del carattere violento e corrotto del potere fascista. Il fatto che i Fascisti, con la connivenza del Re, riducessero il popolo italiano ad una massa da governare e condurre con la forza. “Ricacciandola” – letteralmente – indietro. Qui Matteotti smette i panni del socialista a tutto tondo e veste i panni dell’eroe civile. Sceglie per se stesso il ruolo più luminoso e appunto civile in senso universale ma anche il più tragico.

E’ l’unico difensore della Patria in un senso moderno del termine. Il difensore della gente o come si sarebbe detto nel ’24 delle masse oppresse. Una Cassandra che mette in guardia dall’abisso che una dittatura poteva contribuire a spalancare andando al potere in una grande nazione. In un tempo complesso. Sì Matteotti fu un patriota, come lo possiamo intendere oggi. Il difensore della comunità. Un difensore caduto. Che però 90 anni dopo si ricorda ancora. Allora non è morto invano.

Pubblicato su www.patrioti.org

Gianluca Garro

 

La Jihad in casa

Pubblicato su www.patrioti.org

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I fatti di Parigi hanno scardinato un’altra convinzione dell’epoca dell’innocenza occidentale sulla violenza jihadista: che alcuni luoghi che noi riteniamo “sacri” non vengano toccati e che la libertà di espressione debba essere sempre garantita e lontana da episodi di violenza.

Invece i jihadisti hanno messo in pratica ciò che da sempre avevano minacciato. Perché i terroristi sono pratici e non si nascondono. Non vivono in clandestinità come i vili brigatisti degli anni di piombo che comunicavano con oscuri volantini dal linguaggio incomprensibile.
La reti dell’ISIS e di Al Qaeda propongono le loro visioni delle cose su internet, su Twitter e Facebook con account raggiungibili da tutti, facilmente. O con video ben confezionati postati su Youtube.
In questo contesto si inserisce la scelta di numerosi giovani immigrati di seconda e terza generazione di entrare a far parte più o meno attivamente delle cellule terroristiche, arrivando a raggiungere in numerosi casi la Siria.

Dal 7 gennaio sui giornali si parla di ogni minimo aspetto della tragedia. Nonostante questo, ciò che appare più difficile da decifrare sono i motivi che spingono tanti giovani a fare la scelta totalizzante di abbracciare la causa jihadista fino alle estreme conseguenze.

Nemmeno i tanti esperti di Islam  sono giunti ad una risposta definitiva, che peraltro, nel campo della sociologia è arduo raggiungere. Si può però individuare alcuni aspetti importanti. In particolare tre.

L’ATTIVITA’ DEGLI IMAM 

E’ la predicazione di personaggi carismatici, dotati di grandi capacità di appeal che ha portato in numerosi casi alla radicalizzazione delle idee e delle azioni di tanti giovani di seconda e terza generazione. La totale mancanza di una disciplina e di una direzione condivisa tra i predicatori di una religione (nella sua parte sunnita) che non è organizzata come una chiesa e non prevede un clero “autorizzato” ha portato all’affermarsi di un ritorno alla teorizzazione dell’integralismo con pratiche non conformi alle abitudini del nostro tempo. Una “purezza” che affascina. Per il messaggio grande e “salvifico”, per la speranza di una vita pienamente vissuta che da’ a tanti giovani.

IL FASCINO DEL CAMBIAMENTO.LE RAGIONI DELL’IDEALISMO 

Molto significative sono le immagini della propaganda dell’ISIS che ritraggono momenti di entusiasmo e di cameratismo tra i miliziani. Al netto del loro intento promozionale (qui si è felici e si combatte dalla parte giusta) esprimono un vero entusiasmo di questi giovani. Sembra lo stesso entusiasmo che muoveva i giovani militanti della lotta “continua” degli anni 60 e 70 in Europa e negli Stati Uniti. Certo, siamo in campi diversi e allora tutto era cominciato con il mito della non violenza ma la lotta armata s’era imposta quando era nato il conflitto degli anni di piombo. Sotto il fuoco del terrorismo islamico c’è anche questo. La ricerca di una “vendetta” nei confronti del mondo “infedele” che ha il volto per tanti ragazzi dell’oppressione economica e sociale dei grandi ghetti delle metropoli europee. Quei paesi e quelle nazioni che hanno deciso il destino del mondo arabo centinaia di anni fa, che hanno portato avanti il sistema delle colonie. Responsabili agli occhi di tanti giovani di oppressione e di morte. E allora l’ISIS è la risposta. Una risposta finalmente organizzata, forte e fedele. Perché lo dice il Corano. Allora è giusto.

LA STRUTTURA DELL’ISIS 

La novità è l’ISIS. La formazione che ha la sua struttura centrale a Raqqa in Siria e nasce da una costola di Al Qaeda. In particolare, dalla “sezione” irachena, fondata da Al Zarqawi, terrorista giordano ucciso dalle forze occidentali dopo la guerra in Iraq del 2003. Zarkawi era famoso non solo per il suo integralismo ma per la particolare efferatezza delle sue azioni con decapitazioni e altre nefandezze realizzate in nome della Jihad.
La vera novità sta nel fatto che i seguaci di Zarqawi hanno saputo essere pazienti e dopo aver ricevuto finanziamenti e ingrossato le loro fila hanno approfittato della rivolta in Siria del 2012 scoppiata per abbattere il regime di Bashar Al Assad. Con una notevole organizzazione militare e un ingente numero di uomini si sono impadroniti di metà del territorio siriano allargandosi all’Iraq nord-occidentale fino a Falluja e Mosul raggiungendo le vicinanze della capitale Baghdad. Molto presto gli uomini dell’ISIS hanno dichiarato la nascita del nuovo Califfato di Abu Bakr Al Baghdadi. Uno stato quindi, un’organizzazione funzionante o almeno così appare dai filmati di propaganda affidati ad alcuni giornalisti occidentali costretti a collaborare. Grande è quindi la differenza con l’organizzazione seppur notevole ma clandestina e “nomade” di Al Qaeda. Per la prima volta i giovani “foreign fighters” hanno una bandiera da issare, un territorio da raggiungere, una guerra simmetrica da combattere, un nuovo “mondo” da costruire, dei valori da rendere vivi e stabili in un paese. Stupefacente.

Sono questi solo alcuni tra gli aspetti che possono aiutare ad avere conoscenza e consapevolezza del fenomeno. Una faccenda molto complessa con motivi economici, sociali, religiosi, politici, sociologici e psicologici alla radice. Una sfida che fa tremare i polsi ma allo stesso tempo il solo conoscerla aiuta e come dice la saggezza popolare è metà dell’opera.

Pubblicato su www.patrioti.org

Gianluca Garro

Le Feste Pd, una palestra d’impegno politico

Pubblico-presentazione-Festa-dellUnità-Casale-23-luglio-2010Pubblicato su http://www.ateniesi.it

 

Piazza centrale del quartiere, adiacente alla parrocchia. Due palchi per concerti e dibattiti. Una cucina da campo all’interno di uno stand. Altri quattro stand per esposizioni, per la vendita al dettaglio e per la presentazione di un’iniziativa sullo scambio dei libri. Una dozzina di militanti volontari che si occupa di tutto.

Con queste dotazioni, uno dei quartieri popolari di Roma, il Portuense, organizzava pochi giorni fa la sua “Festa Democratica”, come si leggeva sui volantini con il programma, quindi non Festa de L’Unità, denominazione ancora utilizzata da quella organizzata dalla federazione romana o da quella nazionale, tenutasi quest’anno a Bologna.

L’impegno dei volontari di Portuense è stato encomiabile e, tra l’altro, imitato solo da pochissimi altri quartieri/municipi della Capitale. Tra gli ospiti politici spiccava Pierluigi Bersani, impegnato a farsi selfie con i militanti in cucina (come hanno fatto Renzi e quasi tutti i ministri del governo a quella bolognese).

Tutto questo farebbe pensare che le feste di partito, del Pd in particolare (ora ci si cimenteranno anche i grillini, il cui Movimento ha bisogna di una botta di vita), godano di ottima salute. Ma è proprio così? Scorrendo l’elenco delle feste nelle città e borghi d’Italia si direbbe di sì. La lista è molto lunga. Si tratta di una vera e propria istituzione italiana. Un misto di sagra di paese, happening politico, festa patronale, balera, festival musicale, fiera e chi più ne ha più ne metta. Un posto dove la politica è, sinceramente o no, vicina alla gente. Dove tanti ministri e parlamentari si aprono a un dialogo con i cittadini.

La partecipazione poi di membri del governo e dell’opposizione rende molto spesso la giornata finale della Festa nazionale il momento politico della giornata. Detto quindi il meglio possibile dell’istituzione-Festa, ci si chiede quale sarà il suo futuro. In un tempo di crisi, in cui il giornale a cui viene dedicata dal dopoguerra ha chiuso i battenti.

Non si può far finta che il Pd non sia cambiato. Almeno a livello di leadership. Un tema che è ancora troppo cronaca per farsi storia, ma c’è da scommettere che sarà studiato sui libri di scuola. Per la prima volta il gruppo dirigente dei “giovani di Berlinguer” ha perso il comando del partito a favore di un outsider apparentemente senza corrente ed establishmentad appoggiarlo. Nonostante tutto questo, però, l’elenco di feste (ben) organizzate è lungo. Gli stand sono ancora lì, insieme ai palchi per i dibattiti, le piadine, le salsicce e il vino. E si nota anche un piglio e un’esperienza notevoli nell’organizzazione della Festa nazionale, curata da Lino Paganelli in primis. Una prova concreta di una vitalità né sparita né dimenticata.

Viene da pensare che se la Festa tiene, può tenere il Partito. Senza addentrarci troppo in questo ardito pensiero si possono fare però delle riflessioni. La sopravvivenza e la buona riuscita delle Feste in tutt’Italia sono un segnale di vitalità se non politica, quantomeno organizzativa del Partito Democratico. Sono il segno della tradizione, sì, ma servono soprattutto a creare un clima di ottimismo e di vitalità che nessun’altra forza politica possiede. Devono essere un fiore all’occhiello anche della segreteria Renzi, che in quanto a organizzare happening, ne sono una prova le Leopolde, ha una discreta esperienza.

Certo, sono feste che devono andare al passo con i tempi, trovare dei fili conduttori di interesse nelle persone, che non devono passare solo una bella serata ma che devono trovare qualcosa di diverso e inedito. Le Feste possono, ambiziosamente, diventare una palestra di impegno politico. Si vedono spesso stand organizzati dai giovani Democratici. L’auspicio è che ce ne siano sempre di più. Feste dunque come spazi di confronto e di apprendimento su tutte le tematiche più importanti del fare politica, dalla gestione della cosa pubblica alle strategie di comunicazione, all’organizzazione di una federazione o di un circolo. Le Feste sono importanti e, se rimangono vive, se daranno qualcosa in più alla politica del Paese, saranno ancor di più la fortuna del Partito Democratico.

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Gianluca Garro