I giorni di Di Battista

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Sono i giorni di Di Battista. In questa fase post referendaria il Movimento 5 stelle ha deciso di puntare forte sul suo elemento più “social”, più “cool”, più adatto a tenere testa alle telecamere e alle sfide comunicative più importanti. Comunicare, o meglio, far passare in maniera efficace i messaggi, in questo momento per i 5 stelle non è difficile. Basta scegliere i canali migliori, gli espedienti più originali e allo stesso tempo più adatti al flusso dei social e alla TV. E agli interscambi tra questi due mezzi.

Il referendum, con il messaggio che si porta con sé, cioè una risposta negativa nei confronti delle politiche di Matteo Renzi da parte del 60% dell’elettorato, è stata una sorta di via libera. Non che la comunicazione dei 5 stelle e del Dibba in particolare fosse diversa, ma ora il “discorso”, il “Programmata” del giovane leader pentastellato si fa ancora più chiaro: “Noi siamo con i cittadini, diciamo basta a questi partiti e a questi politici usurpatori, fateci votare, parola alla gente”.

Facendoci caso, sono un po’ spariti gli altri esponenti di punta. Perché, appunto, questo è il momento di martellare il ferro “caldo” di un Renzi in netta difficoltà (non di consensi però…) e questo è lavoro da Dibba. Si vede poco il diplomatico e istituzionale Di Maio; ha difficoltà a farsi sentire il pur ambizioso Fico; è troppo presa dalle beghe romane la scalpitante Lombardi; è come al solito di poche parole l’operativo Casaleggio; è stanchissimo e confuso il leader Grillo; impegnata nelle dimissioni notturne e negli arresti dei collaboratori la stressata sindaca Raggi; non emerge come dovrebbe la timida capogruppo Giulia Grillo; sono spariti completamente altri eroi grillini del passato come Vito Crimi, Giulia Di Vita, Marta Grande, rimane suo malgrado dietro le quinte il “fratellino” della prima ora Rocco Casalino. E allora tocca a Dibba, che non si tira indietro. Citiamo tre suoi interventi/performance che raccontano molto del personaggio, del suo storytelling, che, la si pensi come si vuole, funziona, e arriva dritto all’obiettivo che si prefigge.  

Il “pianto” su Rai News 24. Appoggiato al muro del Palazzo di Montecitorio, circondato dal solito circo mediatico, con diversi faretti sparati in faccia l’eloquio di Alessandro arriva quasi al pianto. Siamo a pochissimi giorni dal referendum. La lamentazione di Di Battista ha come bersaglio tutti i politici che ancora sono in Parlamento. Chiaramente ha in mente il PD più che altri, ma in fondo l’esponente grillino non fa differenze, si lamenta perché invoca elezioni. La faccia contrita, le parole indignate, sa bene dov’è la telecamera ma non guarda giustamente in camera. I social si scatenano, un ragazzo addirittura trasforma l’indignata dichiarazione in un trailer cinematografico, nell’intenzione di risaltare la capacità attoriale del nostro. Però alla fin fine non è quello che pensano tanti, indignati e arrabbiati che guardano il video? Non è alla fin fine confortante o esaltante a seconda dei casi qualcuno che dice qualcosa che vogliamo che dica?

Il faccia a faccia con Minoli. Il vecchio direttore, il creatore di Mixer e poi di Rai Storia è uno dei protagonisti della nostra infanzia, anche di quella di Dibba, ne siamo certi. Negli anni 80 ricordiamo i faccioni di Gianni Agnelli, Bettino Craxi, Giulio Andreotti, Enrico Berlinguer, Marco Pannella e tanti altri quasi sudare quando venivano sottoposti alla raffica di domande di Minoli. Per molti si tratta di interviste da studiare, da manuale di giornalismo. La settimana scorsa, nel 2016, tocca ad Alessandro Di Battista. Complice la gran voglia di Minoli di riproporre quel format. Quello che gli riesce meglio. D’altronde perché non cominciare con l’astro nascente della politica così fotogenico e ben adatto alla TV? Minoli conduce il gioco e Di Battista nei primi minuti si vede bene che teme un’intervista difficile da controllare, difficile da preparare anche, seppure potesse intuire in anticipo i temi. Minoli tende a interrompere e cambiare velocità, tono e registro da un momento all’altro. Può partire con una domanda secca che ti inchioda subito dopo averti fatto credere che è un amico e ti fa solo domande facili. Dibba si difende bene e attacca spesso con pistolotti molto bene preparati. Ma è sulle risposte trachant, senza rete, che Alessandro dà il meglio di se’. Fa notare sempre la deriva attoriale ma se provocato esce e risponde velocemente, senza giri di parole. Esce più chiaramente la passionalità anche genuina, l’intelligenza mista all’ambizione molto alta e una certa, eccessiva stima di sé. Non è l’obiettivo di Di Battista quello di far uscire il vero se stesso: i suoi obiettivi sono in fondo due, quello di promuovere le idee e le proposte del M5S e quello di piacere per quelle che lui ritiene sue doti. Propositi legittimi.

La lettera ai denigratori del M5S. Qui Dibba inventa. Un vecchio/nuovo genere, la lettera. Decide, cioè, di scrivere una missiva sul suo account di Facebook non ai militanti e amici del Movimento ma a coloro che quotidianamente polemizzano sui social contro i grillini. “Lettera ai denigratori del M5S” è il titolo. Qui Di Battista si fa serio, ammette che la si può pensare diversamente, è legittimo anche militare in un altro partito, anche nell’odiato PD. Però invita proprio questi militanti che ogni giorno portano avanti una guerra di parole a fermarsi un attimo a riflettere e a capire che a fregarli è proprio il PD. Che non c’è alternativa alle tesi del Movimento, unico interlocutore e rappresentante dei cittadini. E giù col solito elenco di nefandezze di Matteo Renzi e del PD. La novità sta proprio nel rivolgersi agli avversari, con un retro-obiettivo, rafforzare proprio i militanti e simpatizzanti dei 5 stelle: “Noi siamo nel giusto e addirittura cerchiamo di convincere i nostri avversari, e prima o poi convinceremo tutti”. Il “Programmata” di cui parlavamo prima.

In questi episodi c’è tanto dello storytelling che Di Battista sa realizzare molto bene, verrebbe da dire che si è costruito su misura. Addirittura con un libro sui suoi viaggi in Sud America, novello Che Guevara senza mitra e tuta militare. Due giornalisti del Foglio si divertono quotidianamente a estrapolare alcune frasi su situazioni a volte esilaranti accadute in Guatemala o Amazzonia. Ma tutto questo contribuisce a dettagliare ancora meglio lo storytelling personale di Dibba. Uomo di sinistra, terzomondista, con il padre fascista, ma anche catechista, frequentatore di Ponte Milvio però anche politologo, che gira in motorino ma che sguscia in Transatlantico come pochi. Un politico del 2016.

Gianluca Garro

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