Quando il politico “parla” in libreria

Se vuoi lasciare il segno e far sì che la tua comunicazione rimanga impressa nelle menti poco più di qualche minuto (tempo in cui rimane impresso un tweet o un post facebook/Instgram) scrivi un libro.
E’ la vecchia/nuova frontiera dei politici. Non che nel passato non scrivessero libri, di tutti i tipi, dal racconto dei fatti politici, alle storie di vita personale, ai retroscena da scoop, fino ai libri di cucina e di sport. In diversi formati, dal quasi-manuale di politologia o economia politica fino all’intervista o al diario.

Cosa permette un libro di successo al suo autore? Gli permette di esprimere il proprio discorso in grande tranquillità, con un’abbondanza di spazio e di pazienza del lettore. Una vera e propria manna per i politici dall’eloquio inarrestabile, confinati quotidianamente in 140 caratteri o in due parole da “status”.
Non solo, il libro permette di mettere il turbo allo storytelling, cioè di impostare una serie di paletti alla “storia” di se stessi che si vuole raccontare e quindi far veicolare il proprio messaggio, le proprie idee. Quello che un tempo veniva definito un “manifesto”.
E poi, esiste un netto guadagno “economico” rappresentato dal moltiplicatore di rumore di fondo che l’uscita di un libro può generare nel dibattito politico, “riempiendo” i media con apparizioni, interviste, puntate e spezzoni di puntate di talk show, dibattiti con l’autore e sull’autore, articoli di giornale, inchieste di settimanali e così via.

Certo, bisogna forse avere la statura di un “big” della politica per avere un ritorno così importante. Ci hanno provato diversi outsider, come Civati, che peraltro ne ha scritti diversi, o Fassina, tutti con alterne fortune, chiaramente non con lo stesso successo di pubblico di Renzi o Di Battista. Per tutti però, il moltiplicatore di spazi nell’universo mediatico, cioè in TV, radio, giornali e siti di tutti i tempi ha funzionato a dovere.

Sono diversi gli esempi di libri rimasti nell’immaginario collettivo della politica italiana. Citarne alcuni dà anche l’idea della varietà di sfaccettature nello scrivere un libro politico. Nel ‘96 un giovane Walter Veltroni, fino ad allora animatore culturale della Federazione dei giovani comunisti e poi speranza del Partito Democratico della sinistra, si fa intervistare da Stefano Del Re. Il libro diventa subito “virale” (come poteva essere virale qualcosa nel 96) e soprattutto diventa il manifesto del veltronismo. Da Bob Kennedy a Berlinguer, una politica, che allora si poteva chiamare pienamente ulivista, democratica come la intendono i democratici americani, in salsa post comunista. Con un modo di esprimersi accattivante. Nasceva una nuova stagione. Durata poco per Veltroni che diventerà segretario dei Ds prima e arriverà poi a poter esprimere la guida del Partito Democratico, orizzonte molto chiaro nel libro, ma forse troppo tardi e in un epoca completamente diversa.

Erano gli anni che a Veltroni faceva da contraltare Massimo D’Alema. Due facce della stessa medaglia del partito post comunista, uscito dalle forche caudine della Bolognina e poi delle varie pseudo trasformazioni dei primi anni 2000. E D’Alema non poteva essere da meno del rivale anche nella corsa al libro che rimane nella memoria almeno giornalistica. Nel 1995 fu la volta infatti del suo “Un paese normale” e poi nel 1997 de “La grande occasione” in cui quello che sarebbe diventato di lì a poco Presidente del Consiglio snocciolava la sua visione del paese, dall’economia a tante altre tematiche ma che rimase nella memoria per la versione dalemiana del famoso “patto della crostata” a casa di Gianni Letta. Libro ricordato ancora oggi, tanto per far capire l’importanza mediatica di una pubblicazione. Anche se magari la maggior parte di coloro che ne parlano non l’ha neanche letto.

Veniamo al leader postmoderno Matteo Renzi. I suoi libri: da “Fuori” a “Stil Novo” ad “Avanti” sono ciò che più si può accostare al vero pensiero dell’autore. Leggendo si capisce che quello che scrive lo ha pensato, meditato, e allo stesso tempo entusiasmato. E meglio non poteva dirlo. Una sincerità portata al massimo. Un lunghissimo post di Facebook? Magari una lunghissima E-news, le mail che l’ex sindaco di Firenze continua a inviare alla sua sterminata mailing list. Renzi è veloce, preparato certo, ma comunque la sua comunicazione è rapida e lui è del tutto a suo agio nello spazio di un post o di una mail seppur lunghi.
La sua forza nel declinare questa modalità di linguaggio è quella dell’accendere l’entusiasmo di chi la pensa come lui e di chi è, culturalmente, caratterialmente, politicamente incline a rivedersi nel segretario del PD. Meno per tutti gli altri. I suoi tre libri fotografano tre epoche diverse, la stessa persona, però con prospettive e bagaglio diverso, forse anche con sogni diversi, di sicuro con riflessioni su se stesso diverse. Non riguardo al suo progetto politico né sulle modalità di realizzarlo e neanche sulle modalità di comunicarlo.

Si sono cimentati a scrivere un libro personale anche Matteo Salvini e Alessandro Di Battista. Salvini dal punto di vista della resa è nella scia di Matteo Renzi. Si tratta di un lungo post di Facebook, in cui cerca di raccontare la sua visione della politica e dell’amministrazione dello stato cavalcando i suoi temi più “forti”. Nulla di più e nulla di meno di ciò che fa quotidianamente sui social, alternando con disinvoltura il suo lato simpatico e gigione con quello duro e puro con l’elmetto da ultimo uomo di destra del paese.
Di Battista invece si butta sul diario/biografia/racconto della visione del paese condito con le parole d’ordine del Movimento 5 stelle. Ma il racconto delle sue gesta, che ricordano i viaggi sulla motocicletta di Che Guevara, la fa da padrone. Un predestinato che dal terzomondismo approda a governare il paese contro la Casta.

Ottimo per il nostro discorso l’esempio del libro “Revolution” di Emmanuel Macron, attuale presidente francese che ha vinto grazie ad un patto con i cittadini del suo paese che mai come questa volta hanno votato la persona più che i partiti. Il massimo della personalizzazione politica dal dopo guerra ad oggi. Più di Mitterrand o Chirac o Sarkozy, pari forse solo a De Gaulle. Un libro un po’ da campagna elettorale, un po’ scritto per farsi conoscere e dare forza ad un’ascesa politico mediatica che l’anno scorso era in pieno svolgimento, tanto da avere un successo galattico solo se si pensa da dove era partito (un outsider del governo del Partito Socialista dal di lui diversissimo Hollande) e dov’è arrivato. Il linguaggio è tutto propositivo, l’intento forse era quello un po’ “messianico” alla Obama. La sua vittoria nella corsa all’Esilio forse non ha raggiunto le vette obamiane del 2008 ma Macron era indubbiamente il candidato di tutti, con un movimento nato dal niente che ha annientato il Partito Socialista, e posto un grande ostacolo e freno al populismo-nazionalismo di Marine Le Pen. Il libro può aiutare a conoscere il fenomeno Macron, ma fino ad un certo punto, proprio perché si tratta di un fenomeno tutto in divenire.

Un politico/tecnico a cui non mancano le pubblicazioni è Romano Prodi, che negli ultimi anni si è fatto intervistare due volte, prima da Marco Damilano ( Missione incompiuta, 2013) poi da Giulio Santagata (Il Piano inclinato, 2017). Le sue tante pubblicazioni comunque, non solo quelle degli ultimi mesi incentrate sostanzialmente su un’analisi della situazione politico economica, ricalcano la sua esperienza da professore. Inclinazione ovviamente presente anche nei suoi migliaia di articoli scritti nel corso degli anni sui principali quotidiani. Gli ultimi due sono i libri post impegno politico. Il Professore preferisce di gran lunga la politica europea e internazionale alle beghe nazionali, ma non disdegna di dire la sua anche sulla politica italiana, a volte con una certa malcelata ironia nei confronti dei protagonisti della politica nostrana. C’è un libro diverso: è “Insieme”, del 2006, scritto insieme alla moglie Flavia Franzoni e curato dalla sua portavoce storica Sandra Zampa. “Insieme” è un racconto. Slow come la comunicazione prodiana che sovente è stata oggetto di satira pungente. Un libro che non può dirsi un lungo post Facebook, ma che, leggendolo con una certa pazienza, si rivela molto importante per capire il punto di vista privilegiato di Prodi su diversi passaggi decisivi per la vita pubblica del paese, condito dal racconto di due generazioni e di una famiglia allargata. Non è uomo da social il professore bolognese, ma gli spunti per capire ce ne sono molti.

Nel caso di Bill Clinton e Tony Blair, che hanno sfornato qualche anno fa due best sellers come “My life” e “A journey”, si parla di autobiografie. Da romanzo americano la prima, dettagliatissima, con risposte a polemiche e accuse la seconda. In quanto autobiografie scritte a posteriori del proprio mandato, i due ex protagonisti della scena mondiale sono da considerare in maniera diversa rispetto agli altri che cercano di comunicare qualcosa per dare un contorno alle proprie idee e per raggiungere consenso immediato.

Infine l’esempio più famoso al mondo. Barack Obama. Nel suo caso i libri sono precisamente tagliati per il racconto mediatico che ha portato alla grande vittoria del 2008 poi bissata nel 2012. Inarrivabile per tutti, in quanto a successo e a riuscita dell’opera “Sogni di mio padre”, dai grandi toni autobiografici, con la storia di una famiglia che aveva in se in nuce il sogno americano. Comunque la grande voglia del tempo degli Stati Uniti (ma non solo) di “riscaldarsi” ad un racconto di speranza e di ripresa dopo le guerre in Iraq, la plumbea era Bush e la crisi che già picchiava duro, ha facilitato il pieno successo di un racconto così funzionale al sogno americano, divenuto in qualche modo sogno mondiale. Obama è chiaro e sincero nel suo discorso e nel suo caso è il racconto a lanciare in orbita il libro e il successo mediatico e la presenza del personaggio a favorire il successo del libro.

Poi c’è Silvio Berlusconi. In realtà due libri li avrebbe anche scritti, famigerato soprattutto il non proprio best seller “L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio”, ma lui non ha bisogno di scrivere. Sono i libri, gli articoli, le diverse pubblicazioni, che inseguono il suo successo. Ottenuto con tutti i modi possibili di comunicare tranne la parola scritta. Ma lui è Berlusconi.

Gianluca Garro 

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#PrimariePD: la sfida dei candidati “social”

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Emiliano parla di partito, congresso e primarie. Orlando punta su verbi programmatici come voglio, dobbiamo e serve, Renzi su parole d’ordine, come: Europa, giovani, Paese. Anche in queste Primarie del Partito Democratico, che si terranno domenica 30 aprile, i tre candidati si sono affidati ai social per la comunicazione quotidiana e diretta ai cittadini. Ma come? Le Primarie sono un appuntamento che permette agli iscritti e a coloro che intendono sostenere il partito alle prossime elezioni, di partecipare esprimendo direttamente la propria preferenza per uno dei tre. Scegliere un candidato equivale a condividerne le proposte, risulta quindi indispensabile per chi è in lizza, esporre in maniera chiara, semplice ma non riduttiva la propria linea programmatica. La rete e in particolare i social network costituiscono un canale privilegiato per farlo. Innanzitutto si arriva direttamente all’utente che può eventualmente interagire, inoltre si può testare grosso modo in tempo reale, l’approvazione di cui si gode presso le persone in rete. Quanto siano statisticamente rilevanti questi dati e rappresentativi del bacino elettorale effettivo è oggetto di studi e ricerche. Tuttavia sono molti gli aspetti che possono essere ricavati per gli addetti ai lavori e non solo.

Lo scorso 31 marzo, Wired nell’articolo “I social network in Italia: Facebook regna, ma i giovani guardano altrove” di Dario Falcini, ha riportato una ricerca condotta dalla società italiana leader nella social media intelligence BlogMeter. Quest’ultima ha esaminato 1500 persone residenti nel nostro Paese, dai 15 e ai 64 anni di età, utenti di almeno un canale social e di cui sono state analizzate le abitudini. In maniera nemmeno troppo sorprendente, la piattaforma più usata è risultata Facebook, con l’84 % di persone che ha affermato di adoperarlo più volte al giorno. Twitter invece, secondo quanto riportato da Wired, non sale nemmeno sul podio.[1] Tuttavia la piattaforma dai 140 caratteri è spesso usata dai politici per rilasciare dichiarazioni, in una sorta di comunicato stampa decisamente più breve e immediato, per annunciare iniziative, in breve per comunicare. Naturalmente lo stanno facendo anche i tre candidati alla segreteria del PD. Come sta andando dunque il dibattito politico sulla piattaforma dei cinguettii?

Per capirlo, può venirci in aiuto un articolo pubblicato su La Repubblica dello scorso 20 aprile, dal titolo “Twitter ‘racconta’ le primarie: Orlando il nuovo rottamatore e lo stile istituzionale di Renzi”, che riporta un’analisi condotta da Nicola Martocchia Diodati, della Scuola Normale Superiore di Firenze e Massimo Airoldi, dell’Università degli Studi di Milano. La loro analisi ha posto sotto la lente le interazioni dei candidati con gli utenti di Twitter ed ha selezionato le parole chiave usate, il tutto a partire dall’inizio della campagna delle primarie. È emerso che, fino alla data di pubblicazione dell’indagine, Renzi aveva scritto solo 144 tweet ma aveva raggiunto oltre 1200 tra retweet e favoriti per ogni cinguettio. Orlando ha collezionato 388 tweet con in media 117 interazioni per ognuno. Infine Emiliano ha twittato 491 volte, con una media di 78 tra retweet e favoriti. Cosa c’è nei tweet, quali temi e quali parole? Emiliano ha posto l’enfasi su: congresso, primarie, mozione, partito ma anche Puglia, Bari. Tra i temi compaiono lavoro e scuola. Molti sono invece, i verbi adoperati dal Ministro della Giustizia: voglio, dobbiamo, serve, diciamo, costruire. Tra i sostantivi vi sono: giovani, casa, paese e politica. Europa, sinistra, mondo, paura, scienza, culturale e insieme sono invece alcuni dei termini usati dall’ex Presidente del Consiglio.[2]

Twitter e gli altri social network possono fornire indicazioni ma probabilmente non dati statisticamente rappresentativi. Sarà quindi interessante capire quanti di questi temi saranno condivisi dagli elettori, li motiveranno a votare e soprattutto, per chi.

[1] https://www.wired.it/internet/social-network/2017/03/31/social-network-in-italia-facebook-regna/

[2] http://www.repubblica.it/speciali/politica/primarie-pd2017/2017/04/20/news/presenza_twitter_candidati_parole_chiave_interazioni-163427574/

Giusy Russo

I giorni di Di Battista

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Sono i giorni di Di Battista. In questa fase post referendaria il Movimento 5 stelle ha deciso di puntare forte sul suo elemento più “social”, più “cool”, più adatto a tenere testa alle telecamere e alle sfide comunicative più importanti. Comunicare, o meglio, far passare in maniera efficace i messaggi, in questo momento per i 5 stelle non è difficile. Basta scegliere i canali migliori, gli espedienti più originali e allo stesso tempo più adatti al flusso dei social e alla TV. E agli interscambi tra questi due mezzi.

Il referendum, con il messaggio che si porta con sé, cioè una risposta negativa nei confronti delle politiche di Matteo Renzi da parte del 60% dell’elettorato, è stata una sorta di via libera. Non che la comunicazione dei 5 stelle e del Dibba in particolare fosse diversa, ma ora il “discorso”, il “Programmata” del giovane leader pentastellato si fa ancora più chiaro: “Noi siamo con i cittadini, diciamo basta a questi partiti e a questi politici usurpatori, fateci votare, parola alla gente”.

Facendoci caso, sono un po’ spariti gli altri esponenti di punta. Perché, appunto, questo è il momento di martellare il ferro “caldo” di un Renzi in netta difficoltà (non di consensi però…) e questo è lavoro da Dibba. Si vede poco il diplomatico e istituzionale Di Maio; ha difficoltà a farsi sentire il pur ambizioso Fico; è troppo presa dalle beghe romane la scalpitante Lombardi; è come al solito di poche parole l’operativo Casaleggio; è stanchissimo e confuso il leader Grillo; impegnata nelle dimissioni notturne e negli arresti dei collaboratori la stressata sindaca Raggi; non emerge come dovrebbe la timida capogruppo Giulia Grillo; sono spariti completamente altri eroi grillini del passato come Vito Crimi, Giulia Di Vita, Marta Grande, rimane suo malgrado dietro le quinte il “fratellino” della prima ora Rocco Casalino. E allora tocca a Dibba, che non si tira indietro. Citiamo tre suoi interventi/performance che raccontano molto del personaggio, del suo storytelling, che, la si pensi come si vuole, funziona, e arriva dritto all’obiettivo che si prefigge.  

Il “pianto” su Rai News 24. Appoggiato al muro del Palazzo di Montecitorio, circondato dal solito circo mediatico, con diversi faretti sparati in faccia l’eloquio di Alessandro arriva quasi al pianto. Siamo a pochissimi giorni dal referendum. La lamentazione di Di Battista ha come bersaglio tutti i politici che ancora sono in Parlamento. Chiaramente ha in mente il PD più che altri, ma in fondo l’esponente grillino non fa differenze, si lamenta perché invoca elezioni. La faccia contrita, le parole indignate, sa bene dov’è la telecamera ma non guarda giustamente in camera. I social si scatenano, un ragazzo addirittura trasforma l’indignata dichiarazione in un trailer cinematografico, nell’intenzione di risaltare la capacità attoriale del nostro. Però alla fin fine non è quello che pensano tanti, indignati e arrabbiati che guardano il video? Non è alla fin fine confortante o esaltante a seconda dei casi qualcuno che dice qualcosa che vogliamo che dica?

Il faccia a faccia con Minoli. Il vecchio direttore, il creatore di Mixer e poi di Rai Storia è uno dei protagonisti della nostra infanzia, anche di quella di Dibba, ne siamo certi. Negli anni 80 ricordiamo i faccioni di Gianni Agnelli, Bettino Craxi, Giulio Andreotti, Enrico Berlinguer, Marco Pannella e tanti altri quasi sudare quando venivano sottoposti alla raffica di domande di Minoli. Per molti si tratta di interviste da studiare, da manuale di giornalismo. La settimana scorsa, nel 2016, tocca ad Alessandro Di Battista. Complice la gran voglia di Minoli di riproporre quel format. Quello che gli riesce meglio. D’altronde perché non cominciare con l’astro nascente della politica così fotogenico e ben adatto alla TV? Minoli conduce il gioco e Di Battista nei primi minuti si vede bene che teme un’intervista difficile da controllare, difficile da preparare anche, seppure potesse intuire in anticipo i temi. Minoli tende a interrompere e cambiare velocità, tono e registro da un momento all’altro. Può partire con una domanda secca che ti inchioda subito dopo averti fatto credere che è un amico e ti fa solo domande facili. Dibba si difende bene e attacca spesso con pistolotti molto bene preparati. Ma è sulle risposte trachant, senza rete, che Alessandro dà il meglio di se’. Fa notare sempre la deriva attoriale ma se provocato esce e risponde velocemente, senza giri di parole. Esce più chiaramente la passionalità anche genuina, l’intelligenza mista all’ambizione molto alta e una certa, eccessiva stima di sé. Non è l’obiettivo di Di Battista quello di far uscire il vero se stesso: i suoi obiettivi sono in fondo due, quello di promuovere le idee e le proposte del M5S e quello di piacere per quelle che lui ritiene sue doti. Propositi legittimi.

La lettera ai denigratori del M5S. Qui Dibba inventa. Un vecchio/nuovo genere, la lettera. Decide, cioè, di scrivere una missiva sul suo account di Facebook non ai militanti e amici del Movimento ma a coloro che quotidianamente polemizzano sui social contro i grillini. “Lettera ai denigratori del M5S” è il titolo. Qui Di Battista si fa serio, ammette che la si può pensare diversamente, è legittimo anche militare in un altro partito, anche nell’odiato PD. Però invita proprio questi militanti che ogni giorno portano avanti una guerra di parole a fermarsi un attimo a riflettere e a capire che a fregarli è proprio il PD. Che non c’è alternativa alle tesi del Movimento, unico interlocutore e rappresentante dei cittadini. E giù col solito elenco di nefandezze di Matteo Renzi e del PD. La novità sta proprio nel rivolgersi agli avversari, con un retro-obiettivo, rafforzare proprio i militanti e simpatizzanti dei 5 stelle: “Noi siamo nel giusto e addirittura cerchiamo di convincere i nostri avversari, e prima o poi convinceremo tutti”. Il “Programmata” di cui parlavamo prima.

In questi episodi c’è tanto dello storytelling che Di Battista sa realizzare molto bene, verrebbe da dire che si è costruito su misura. Addirittura con un libro sui suoi viaggi in Sud America, novello Che Guevara senza mitra e tuta militare. Due giornalisti del Foglio si divertono quotidianamente a estrapolare alcune frasi su situazioni a volte esilaranti accadute in Guatemala o Amazzonia. Ma tutto questo contribuisce a dettagliare ancora meglio lo storytelling personale di Dibba. Uomo di sinistra, terzomondista, con il padre fascista, ma anche catechista, frequentatore di Ponte Milvio però anche politologo, che gira in motorino ma che sguscia in Transatlantico come pochi. Un politico del 2016.

Gianluca Garro

Streaming, cui prodest?

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La fase politica che stiamo vivendo è, tra le altre cose, l’epoca dello streaming. Hanno cominciato i 5 stelle. Tra i principi che hanno caratterizzato maggiormente la nascita del Movimento c’era proprio la trasparenza. Legata al concetto di democrazia diretta: la spinta a rendere pubblico anche il dibattito interno ai meet up e alle riunioni dei gruppi parlamentari prese il sopravvento. Ma è durata poco. Le contrapposizioni interne, peraltro fisiologiche per una forza al 25%, hanno scoraggiato anche gli strateghi della Casaleggio associati. Paradossalmente, il Partito democratico è invece diventato il partito dello streaming. Per un comprensibile slancio a rispondere con i fatti agli attacchi dei pentastellati che accusavano i dem di inesistente trasparenza all’interno del partito, da due anni a questa parte le riunioni della direzione del PD vengono trasmesse in streaming sul sito del partito.

Il Pd ha pensato di dover rispondere “aprendosi”, rischiando che le riunioni della sua Direzione diventassero qualcosa di diverso rispetto al passato proprio per la presenza silenziosa ma ingombrante delle telecamerine degli smartphone o dei tablet.

Il dibattito si è svuotato? Ottimisticamente si può dire che si è sintetizzato e chiarificato. Pessimisticamente bisogna ammettere che è impossibile per chiunque lasciarsi andare con la lucina rossa delle telecamere accesa e quindi ognuno finge una parte, addirittura si comporta nel modo più diplomatico e non si arriva mai al nocciolo delle questioni. Il dibattito resta freddo, nessuno scopre veramente le proprie carte e i veri consessi rimangono riservati e consumati nelle segrete stanze oppure proposti in caricatura con botte e risposte sui giornali. C’è poi anche chi critica apertamente la scelta dello streaming mettendo l’accento sull’effetto negativo dell’impressione di divisione e profondo disaccordo tra maggioranza e minoranza che provoca la messa a nudo dei problemi interni di un partito.

Esprimere un giudizio sul fenomeno streaming non è facile. Giova a chi lo fa? Il clamoroso arretramento del Movimento 5 stelle, fa propendere verso un giudizio negativo. Molto probabilmente serve a mattatori come Matteo Renzi che fa dell’orazione uno dei suoi punti forti. D’altronde sia dal punto di vista politico che mediatico in questo modo il premier è riuscito a silenziare il dissenso e almeno portarsi a casa delle mini vittorie tattiche. Non è bastato poi alla minoranza attaccarlo proprio sugli esiti delle direzioni, è su quel campo che Renzi, con i suoi discorsi che partono sempre dalle grandi tematiche per finire con le questioni interne, riusciva a prevalere e ad allontanare le piccole crisette.

E’ forse questo il punto: lo streaming –  che peraltro viene seguito quasi esclusivamente da addetti ai lavori o da frequentatori incalliti dei social  – se ben utilizzato serve a consolidare la leadership di chi lo “organizza”. Serve a creare una rappresentazione pianificata e ben mediata. Non serve a garantire una realtà di discussione veramente completa e articolata.

Viene anche da pensare che lo streaming rappresenti un ulteriore prova della crisi dei partiti. Qualcuno sarebbe disposto a scommettere che i vecchi membri del Comitato centrale del PCI acconsentissero a farsi filmare durante le loro vibranti discussioni (lì i panni si lavavano in casa) o lo stesso per le direzioni della DC, veri e propri scontri tra correnti (quasi partiti anch’esse)? Fantascienza. Ma allora i partiti erano qualcosa che oggi la maggior parte della popolazione ignora, ha dimenticato o preferisce non ricordare, o rimpiange.

Gianluca Garro

Il comizio che toglie dai guai

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Fateci caso, spesso, nelle beghe politiche italiche quando un partito è in difficoltà, per uno scandalo, una dimissione, una luna storta, ecco che pochi giorni dopo interviene la “piazza” a cercare di trovare il bandolo della matassa perduto. Trattasi di “comizio riparatore” fatto di spiegazioni, invettive o fiere chiamate alle armi.

Cos’e’ In pratica ciò che succede più spesso è che il politico di turno sceglie le “mura amiche” di un comizio ben organizzato, con platea di militanti per poter “mettere una toppa” a guai dovuti a errori di tattica politica commessi nel turbine della quotidianità.

E’ delle ultime settimane il caso del comizio di Nettuno. Si trattava dell’ultima tappa del tour estivo in scooter di Alessandro Di Battista, stile Che Guevara. A salire sul palco, addirittura il comico fondatore del Movimento Beppe Grillo e il “candidato” a Palazzo Chigi Luigi Di Maio. I tre hanno creato un evento che ha fatto notizia, seguito da TV e stampa di diversi paesi.

La particolarità di Beppe Grillo – Nel caso di Grillo siamo, al solito, alla sarabanda di battute, paradossi, calembour tipici del comico genovese fin  dai tempi di Fantastico (1979). Grillo atterra gli avversari (Renzi), deride in uno slancio autoironico anche i suoi baby colonnelli (Di Maio e Di Battista). Minimizza gli errori e le “cazzate” del Movimento, denuncia il complotto della stampa di regime (motivo ricorrente anche nei discorsi del Cav, che denunciava il potere dei “signori della sinistra” fossero essi dirigenti dei partiti o manager pubblici e privati, opinionisti o editori). Poi lascia il palco a Di Maio che non ne approfitta visto che passa il tempo a chiedere scusa per non aver dato il giusto peso ad una comunicazione contenuta in una mail. 

Berlusconi – Il caso di Nettuno è emblematico ma non è il solo. Il vero mago dei comizi è sempre stato l’eterno Silvio Berlusconi che con i suoi bagni di folla nelle piazze romane o sui predellini delle auto di scorta fondava partiti come fece con il PdL nel 2007.  Il centro sinistra fa un “passo avanti” verso quella logica (maggioritaria) tutta americana, di due partiti contrapposti fondando il Partito Democratico? Niente paura, lui “rimedia” con il discorso del “predellino”. Sale sull’auto della scorta e proclama l’avvio del Partito che dovrebbe unire il centro destra. Una delle avventure più fallimentari della politica italiana, visto che dopo lo strappo con Gianfranco Fini il Cavaliere deciderà addirittura di tornare alla vecchia Forza Italia. 

Mussolini – Il comizio riparatore più inquietante della storia italiana è quello che il 3 gennaio 1925 Benito Mussolini proclamò alla Camera dei Deputati, che diede di fatto il via alla dittatura. Fino a quel giorno il governo di Mussolini era un ibrido scaturito dalla marcia su Roma dell’ottobre 1922. In quella sede, Mussolini sembra in netta difficoltà, tenuto all’angolo da un’opinione pubblica guidata dai grandi giornali liberali, in testa il Corriere della Sera, che imputa al Regime la colpa di aver “tolto di mezzo” un oppositore scomodo perché abile nell’arte della politica e perché stimato dalle classi popolari come Giacomo Matteotti. Mussolini allora capisce che per uscire dall’angolo deve puntare al tutto per tutto, la radicalizzazione del regime, che si fa totalitario: e la storia cambia verso. Lo fa con un discorso, che diventa comizio perché ripreso e diffuso in radio dall’EIAR. Il tono è calmo e risoluto. Le conseguenze devastanti. Il comizio però ha avuto i suoi effetti comunicativi. La parola si è fatta politica.

Scalfaro – Un altro celebre comizio riparatore è diretta conseguenza del periodo di Tangentopoli. A sorpresa, il 3 novembre 1993, il Presidente della Repubblica di allora, il democristiano Oscar Luigi Scalfaro, sceglie una modalità clamorosa. Chiede il collegamento a reti unificate della Rai: in diretta all’ora di cena fornisce le sue ragioni, dopo che un funzionario dei servizi segreti arrestato per una delle innumerevoli inchieste che infiammavano l’Italia in quei giorni aveva dichiarato che lo stesso Presidente, anni prima, durante il suo servizio come Ministro dell’Interno, aveva percepito alcune tangenti provenienti dai fondi riservati del servizio segreto civile. Addirittura un messaggio a reti unificate! Il massimo del discorso riparatore. Il non plus ultra dell’utilizzo di un mezzo antico con i mezzi moderni. Uno stratagemma utile? Forse. Se ne continuò a parlare per settimane, ma in definitiva il Presidente con il suo “io non ci sto!” uscì dall’angolo e la storia prese un’altra piega. E i giornali parlarono d’altro. 

Ci troviamo dunque di fronte a qualcosa di efficace? Dipende da diverse circostanze, in alcuni casi l’espediente ha funzionato, l’attenzione mediatica e dell’opinione pubblica ha virato verso altri lidi e il politico in difficoltà di turno ha potuto rifiatare. In altri casi si è trattato di affondare sempre più. Di sicuro è una freccia nell’arco del politico-comunicatore, non sempre la più efficace comunque del tutto dipendente dalle qualità oratorie, e di intrattenimento del soggetto in questione oltre che dall’attenzione che i media tradizionali e la “rete” rappresentata dal chiacchiericcio dei social network decidono di dedicargli, fino al prossimo scandalo.  

Gianluca Garro

video: Benito Mussolini

video: Oscar Luigi Scalfaro

video: Silvio Berlusconi

video: Beppe Grillo a Nettuno

La strategia del “neanche un volantino”

Roma: Raggi, vorremmo presentare giunta prima del voto
La candidata sindaco di Roma del Movimento 5 Stelle, Virginia Raggi,  ANSA/GIORGIO ONORATI

67%. Questa la percentuale con cui Virginia Raggi ha vinto il ballottaggio contro Roberto Giachetti ed è diventata sindaco di Roma. Una vittoria netta, che è stata costruita nel tempo e che ha tante cause come più o meno dottamente si è discusso su media tradizionali e social network. Aggiungendoci la vittoria di Chiara Appendino a Torino si capisce che ci troviamo di fronte ad una convincente vittoria del Movimento 5 stelle/Casaleggio Associati.

Naturalmente ci sono i motivi politici legati al recente passato delle città in questione che hanno pesato come macigni sul PD, partito di governo, e che, soprattutto nel caso di Roma,(caso Marino, disgrazia vera e propria per il centro sinistra) hanno rappresentato una sorta di autostrada liscia e piana per il convoglio grillino spedito verso la vittoria.

Ma a parte questo: cosa è risultato vincente nella comunicazione dei 5 stelle? In cosa hanno sparigliato le menti pensanti della Casaleggio Associati?

Il presupposto da cui partire sono alcune frasi di Beppe Grillo. Che alcuni giornalisti e commentatori hanno forse troppo sbrigativamente rubricate a colpi di teatro tipici del comico ligure. «Non riuscite a capire – gridava il comico – non avete capito la nascita e l’evoluzione di questo movimento, perché lo inglobate nel vostro linguaggio. State fuori dalla realtà».

Quindi è un problema dei giornalisti che non capiscono e non riescono a dare un’idea precisa di ciò che è il Movimento? Non è proprio così. Diversi commentatori sui giornali hanno dato del Movimento 5 stelle uno spaccato preciso anche delle loro modalità di azione comunicativa orchestrata dalla Casaleggio Associati. Cito solo l’esempio di Jacopo Jacoboni con i suoi articoli quasi quotidiani su La Stampa.

Cosa intende Grillo e che c’entra con le vittorie di Raggi e Appendino?

La “diversità” evocata dal fondatore del Movimento sta nella particolare qualità di forza di connessione che caratterizza i pentastellati. Cioè l’idea antica,  e mai tramontata nei sogni di molti, della democrazia diretta, delle decisioni del popolo mediate e portate avanti dai suoi “portavoce” eletti nelle istituzioni di ogni ordine e grado.

Il Movimento esprime un’idea di diversità, cambiamento, novità, onestà. In diverse città il solo fatto di non aver mai governato è stata la garanzia per molti di buona scelta al momento del voto.

Però nelle menti e nella volontà di chi il Movimento l’ha pensato, creato e poi accompagnato nella sua crescita c’è qualcosa in più. La consapevolezza di stare compiendo una rivoluzione. Cioè quella che porterà all’inevitabile fine dei blocchi contrapposti in maniera bipolare, retaggio dell’incompiuta seconda repubblica, e l’approdo ad una democrazia diretta dal basso, insistente sulla rete, che si sviluppa secondo regole e modalità nuove. Un futuro in cui una forza come il Movimento 5 Stelle sta alla base del cambiamento e del gioco politico. La disintermediazione giunta allo stato più avanzato dove tutto può essere gestito secondo regole molto più vicine a quelle della rete ma ancora non sperimentate e che prescindono da una territorialità.

A Roma un PD in estrema difficoltà che aveva espresso una candidatura di sicuro valore come Roberto Giachetti non si è certo tirato indietro nella campagna elettorale.

Centinaia di ore di volantinaggio, decine di gazebo posti in tutti i quartieri della città, migliaia e migliaia di volantini distribuiti, comizi a tutte le ore del giorno, spot elettorali, nel caso dei candidati alla presidenza dei Municipi anche manifesti. Il Movimento 5 Stelle nulla di tutto questo. Né gazebo, né volantini e vittoria a valanga.

Solo lo sfruttamento di una situazione che si era fatta improvvisamente più che favorevole?

No. Una strategia che si sviluppa sui social. Con clickbating, siti ad hoc, l’onnipotente blog di Grillo gestito dai superesperti della Casaleggio Associati. Esperti di tutto ciò che è ricerca del consenso come si fa nel mercato “pubblicitario”, con i social come ambiente d’elezione. Mini campagne quotidiane, di screditamento dell’avversario (Renzi, basta lui, forse in compagnia di Maria Elena Boschi), di evidenziatura di “magagne” e di sfruttamento di presunti scandali giudiziari, o di plauso della solerte, presente, generosa sempre giusta azione dei “ragazzi” portavoce 5 stelle. Tutto studiato a tavolino.

Il PD e le altre forze politiche che si contrappongono al Movimento non possono prescindere né dal riconoscimento della vera natura del fenomeno grillino né dalla sfida che coinvolge la Rete e le modalità di consumo e di scelta che caratterizzano il tempo che stiamo vivendo.

La politica sta cambiando inesorabilmente. Le elezioni amministrative del 2016 sono a questo riguardo una cartina di tornasole.

Scadono paradigmi fortissimi, non solo le tanto vituperate o rimpiante ideologie. Cambia la forma partito, cambia la comunicazione politica, cambia in molti casi addirittura la concezione della “piazza” e della vita in comunità nei quartieri delle grandi città e nei piccoli comuni. Cambia la velocità di logoramento dei leader, il loro impatto in quanto appeal personale, cambia il rapporto poteri forti e deboli e massa, cambia la concezione del politico di “prossimità”, si annullano addirittura rapporti di do ut des “ti voto perché tu farai in modo di aumentare le possibilità che mio figlio possa essere assunto in qualche tipo di lavoro”.

Il Movimento 5 Stelle ha portato questo tipo di cambiamento che rappresenta al meglio ma non guida e non governa. I cambiamenti di solito infatti sopravvivono ai loro autori e fautori e vanno avanti con le loro gambe. Un ambiente diverso, sconosciuto ma non per questo meno affascinante per chi studia e produce comunicazione politica.

Lo storytelling di un ministro

Delrio

Le figure dei ministri sono quasi ovunque delle figure oscure, offuscate dagli “uomini forti”, le superstar della politica, cioè i capi di stato e di governo che popolano le pagine dei giornali, i servizi dei tg e le pagine web.

In America, per esempio, sarebbe difficile ricevere una risposta soddisfacente se si chiedesse all’”uomo della strada” chi è e cosa fa un segretario di governo (i ministri USA).

In Italia si possono annoverare alcune figure balzate all’attenzione delle cronache non solo politiche. Da quelle più positive come Carlo Azeglio Ciampi alle più grottesche come Gianni De Michelis.

Nel governo smart di Matteo Renzi del 2014/15 c’è un ministro che ha provato a “raccontare una storia” per comunicare con i cittadini. Graziano Delrio. Perché –  checchè ne dicano cronache più o meno verificate che parlano di disaccordi con Matteo Renzi –  la figura del ministro reggiano fa parte della narrazione del renzismo, ne incarna dei messaggi chiari e univoci. Cotti, però, con una salsa meno indigesta a chi si oppone all’ex sindaco di Firenze, soprattutto nell’ambito del Partito Democratico.

E’ indubitabile dunque che Delrio abbia una sua narrazione personale. In particolare, si può dire che esistano molti aspetti che “cementano” il messaggio che Delrio “racconta”:

L’Emilianità –  La bonarietà, l’entusiasmo, la sincerità, il sorriso, la terra, la buona tavola. E l’efficienza della pubblica amministrazione. La regione che si rialza presto dalla ferita di un forte terremoto. L’Emilia, sia quella rossa sia quella bianca, diventata l’Emilia del Pd (anche se il consenso dell’epoca PCI-PDS-DS è ormai ben lontano).

Il ministro green – E’ la novità del Delrio ministro rispetto al Graziano sottosegretario. Questo aspetto ecologista è specificato da un tentativo di storytelling “social” realizzato il giorno dell’insediamento al ministero di Porta Pia. Una sequenza di foto postate sui social network del ministro in bici che parte dal cortile di Palazzo Chigi e arriva al ministero incrociando il pazzesco traffico romano e portando una goccia di verde in un mare di smog. Poi, con la consueta e a volte stucchevole ironia, i webnauti si soffermano su una piccola infrazione in arrivo in piazzale di Porta Pia. Ma poco importa. Il ministro green ha dato la linea arrivando al Ministero dei Trasporti con il mezzo meno invasivo e più cool, quasi hipster si direbbe. Un nuovo inizio.

Il padre giovane – Altra caratteristica che Delrio non potrà, pure se volesse, scrollarsi di dosso è quella del padre giovane. Il padre all’italiana. 9 figli. Certo, un po’ tanti. Però il punto è la famiglia. Cattolica, emiliana, normale, sorridente, governativa. E un padre che è anche un medico ed è anche uno dei collaboratori più importanti del Presidente del Consiglio ed è pure il ministro delle opere pubbliche. Una garanzia.

L’amministratore – Dopo la bici e la famiglia l’altro tratto del Delrio ministro è quello dell’amministratore. Sindaco per anni – come dicevamo di professione medico (che non pratica da anni) – ha governato una città come Reggio Emilia che rappresenta una realtà laboriosa, in cui i servizi funzionano e sono ancora all’avanguardia, anche se talvolta si sentono sinistri scricchiolii, ma che ha saputo rispondere egregiamente ad una ferita grave come quella del terremoto del 2012. Si tratta di un biglietto da visita di grande valore. Tra l’altro perfettamente compatibile con i dettami del primo Renzi, che durante le campagne elettorali per le primarie insisteva tanto sulla generazioni di sindaci/amministratori, gente a contatto con i cittadini tutti i giorni, che ci mette la faccia, al contrario di una classe politica ormai delegittimata.

Il Ministro all’Italia che fa – E’ inevitabile che il Ministero delle Infrastrutture, forse il più “difficile” da tanti punti di vista, sia stato affidato al giovane padre/bravo amministratore/ministro green. Una figura importante e uno dei pochi a poter gestire il ginepraio delle opere pubbliche ambiente.

I contenuti – Sempre in linea con il Presidente del Consiglio, i contenuti sono le cose che il governo fa o ha in programma di fare. Spesso spiegarli non è facile e richiede tempo ma la pacatezza di Delrio aiuta. Lo sguardo nel raccontarli è sempre rivolto al ”lato positivo” delle cose. Se non fosse così sarebbe una bella zappa sui piedi e risulterebbe incoerente. Comunque ottimismo senza mai prendere in giro i cittadini.

Un racconto italiano.  Ma qual è il ruolo di Delrio nel racconto quotidiano del governo? E’ forse questo che può far capire bene di cosa si parla.

Il ruolo di Del Rio non è da ridurre a quello di Ministro delle Infrastrutture (peraltro prezioso e funzionale al “discorso” renziano di una nuova classe dirigente che fa in maniera trasparente), ma bisogna pensarlo come un ruolo di “puntellatore” delle idee e delle parole d’ordine renziane.

Il suo argomentare pacato anche sui social network, dove con 140 caratteri è difficile essere pacati, fa da contraltare alla velocità “martellante” di Renzi. Ed entra nei dibattiti per spiegare l’opinione del governo anche sui temi più “scottanti” non soltanto quindi sul viadotto siciliano crollato ad aprile:


Graziano Delrio ‏@graziano_delrio  20 giu

non è con le guerre e con la non comprensione che si può favorire la solidarietà alla famiglia. #familyday

Graziano Delrio ‏@graziano_delrio  20 giu

la famiglia è un bene comune.  il governo ha messo molte politiche organiche in campo, come mai prima, con fondi specifici #familyday

Graziano Delrio ‏@graziano_delrio  20 giu

c’é sempre bisogno di ascolto reciproco, senza strumentalizzare. aumentare i diritti non è un pericolo per la famiglia. #familiday


L’esempio dei tweet partiti dall’account di Delrio il giorno del Family day è molto importante. Crea l’immagine del governo-conciliatore. Respingendo la logica del muro contro muro.

Un tema caldo, si direbbe scottante. Delrio prova a trovare una chiave: il dialogo, che le diverse tifoserie non sembrano aver adottato.

Si tratta semplicemente di un esempio, se ne possono trovare facilmente altri e non solo su Twitter o Facebook. Le sue lunghissime interviste ai quotidiani principali corrono sullo stesso solco. Magari arrivando ad un pubblico meno numeroso.

La curiosità è capire, nei prossimi mesi che vedranno diverse sfide importanti sul tappeto come la riforma del Senato o la riforma della pubblica amministrazione, se Delrio lascerà temporaneamente le tematiche infrastrutturali per intervenire nel dibattito e mostrare una sua strada di mediazione. C’è da aspettarselo. Comunque la si pensi, una presenza necessaria.

Gianluca Garro