Nasce l’Associazione PA Social

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La P.A. mira ad avvicinare e coinvolgere cittadini e utenti grazie alla rete.

Nel novembre 2015 i responsabili dell’ufficio stampa e i social media manager della Presidenza del Consiglio, dei Ministeri e di alcune istituzioni nazionali hanno dato vita a un gruppo di lavoro dal quale è sorta da poco l’associazione PA Social. La presentazione avrà luogo il prossimo 14 settembre a Roma e sarà l’occasione per confrontarsi sui prossimi obiettivi grazie a una discussione organizzata attraverso dieci tavoli tematici. Si va dal ruolo dei comunicatori e dei servizi digitali al corretto uso del web, dal concetto di smart city alla gestione di eventi o emergenze in rete, dal confronto su una nuova legge per la comunicazione pubblica all’applicazione del principio della trasparenza.

La Pubblica Amministrazione ambisce sempre di più a essere un punto di riferimento credibile nel dare informazioni ai cittadini e affidabile nel fornire servizi agli utenti. Con la capillare diffusione dell’uso della rete si è però materializzata una nuova sfida, dal momento che sono inevitabilmente cambiati gli strumenti e i metodi di lavoro per chi opera all’interno della macchina amministrativa, in modo particolare per chi si occupa di comunicazione. La versatilità dei social media ad esempio risulta funzionale alla P.A perché avvicina quest’ultima ai cittadini/utenti, con le chat che diventano degli sportelli virtuali che offrono servizi in tempo reale. È però necessario ridefinire e riconoscere le nuove figure professionali coinvolte. L’associazione PA Social intende dunque valorizzare il nuovo comunicatore che opera in enti e aziende pubbliche e che è in grado di usare con competenza gli strumenti forniti dalle piattaforme digitali. L’obiettivo è ottenere una revisione della disciplina normativa in merito, ovvero della Legge del 2000, n. 150 sulla comunicazione pubblica. Nel frattempo però i suoi promotori, consapevoli che ormai quasi tutti gli uffici in contatto con il pubblico e con la stampa già adoperano web e social media, propongono una nuova struttura: l’Ufficio Comunicazione, Stampa e Servizi al Cittadino.

La nascita di PA Social però non riguarda soltanto gli addetti ai lavori ma tutti noi perché si impegnerà a promuovere l’uso consapevole dei nuovi mezzi di comunicazione e ci aiuterà a riconoscere le informazioni inesatte grazie a fonti verificate e autorevoli. Ancora, attraverso le sue finalità, garantirà maggiore trasparenza mediante una comunicazione bidirezionale, in tempo reale e che coinvolge direttamente i cittadini. L’utente sa che PA Social farà in modo che qualsiasi notizia sia a portata di click con persone competenti e preparate per rispondere alle sue esigenze. Cercare informazioni sui servizi del proprio Comune, consultare la normativa relativa a una materia di interesse, leggere un bando, chiedere notizie sono solo degli esempi per comprendere quanto sia ambizioso e rilevante lo scopo dell’associazione. Se il cittadino sa di trovare le risposte alle proprie domande, si accorciano metaforicamente le distanze dall’amministrazione, spesso ritenuta un dedalo inestricabile e confuso.
PA Social è aperta a nuove adesioni e mira a coinvolgere non solo i comunicatori delle amministrazioni centrali ma anche di quelle locali, mettendoli in collegamento tra di loro. Dal 2015 si susseguono workshop, seminari e corsi di formazione con soggetti pubblici e privati. Il lavoro è continuo ma già sta dando i suoi frutti con molte adesioni, numerose amministrazioni pubbliche già coinvolte e alcune pubblicazioni sul tema già all’attivo. Inoltre come ricorda tra gli altri anche Francesco Di Costanzo, direttore di cittadiniditwitter.it e autore di “PA Social. Viaggio nell’Italia della nuova comunicazione tra lavoro, servizi e innovazione”, sono già 4 mila le copie scaricate dell’ebook “Social e PA, dalla formazione ai consigli per l’uso” realizzato dal Formez PA proprio in collaborazione con PA Social. Non ci resta dunque che seguire con interesse le attività dell’associazione al sito http://www.pasocial.info/

Giusy Russo

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Quando il politico “parla” in libreria

Se vuoi lasciare il segno e far sì che la tua comunicazione rimanga impressa nelle menti poco più di qualche minuto (tempo in cui rimane impresso un tweet o un post facebook/Instgram) scrivi un libro.
E’ la vecchia/nuova frontiera dei politici. Non che nel passato non scrivessero libri, di tutti i tipi, dal racconto dei fatti politici, alle storie di vita personale, ai retroscena da scoop, fino ai libri di cucina e di sport. In diversi formati, dal quasi-manuale di politologia o economia politica fino all’intervista o al diario.

Cosa permette un libro di successo al suo autore? Gli permette di esprimere il proprio discorso in grande tranquillità, con un’abbondanza di spazio e di pazienza del lettore. Una vera e propria manna per i politici dall’eloquio inarrestabile, confinati quotidianamente in 140 caratteri o in due parole da “status”.
Non solo, il libro permette di mettere il turbo allo storytelling, cioè di impostare una serie di paletti alla “storia” di se stessi che si vuole raccontare e quindi far veicolare il proprio messaggio, le proprie idee. Quello che un tempo veniva definito un “manifesto”.
E poi, esiste un netto guadagno “economico” rappresentato dal moltiplicatore di rumore di fondo che l’uscita di un libro può generare nel dibattito politico, “riempiendo” i media con apparizioni, interviste, puntate e spezzoni di puntate di talk show, dibattiti con l’autore e sull’autore, articoli di giornale, inchieste di settimanali e così via.

Certo, bisogna forse avere la statura di un “big” della politica per avere un ritorno così importante. Ci hanno provato diversi outsider, come Civati, che peraltro ne ha scritti diversi, o Fassina, tutti con alterne fortune, chiaramente non con lo stesso successo di pubblico di Renzi o Di Battista. Per tutti però, il moltiplicatore di spazi nell’universo mediatico, cioè in TV, radio, giornali e siti di tutti i tempi ha funzionato a dovere.

Sono diversi gli esempi di libri rimasti nell’immaginario collettivo della politica italiana. Citarne alcuni dà anche l’idea della varietà di sfaccettature nello scrivere un libro politico. Nel ‘96 un giovane Walter Veltroni, fino ad allora animatore culturale della Federazione dei giovani comunisti e poi speranza del Partito Democratico della sinistra, si fa intervistare da Stefano Del Re. Il libro diventa subito “virale” (come poteva essere virale qualcosa nel 96) e soprattutto diventa il manifesto del veltronismo. Da Bob Kennedy a Berlinguer, una politica, che allora si poteva chiamare pienamente ulivista, democratica come la intendono i democratici americani, in salsa post comunista. Con un modo di esprimersi accattivante. Nasceva una nuova stagione. Durata poco per Veltroni che diventerà segretario dei Ds prima e arriverà poi a poter esprimere la guida del Partito Democratico, orizzonte molto chiaro nel libro, ma forse troppo tardi e in un epoca completamente diversa.

Erano gli anni che a Veltroni faceva da contraltare Massimo D’Alema. Due facce della stessa medaglia del partito post comunista, uscito dalle forche caudine della Bolognina e poi delle varie pseudo trasformazioni dei primi anni 2000. E D’Alema non poteva essere da meno del rivale anche nella corsa al libro che rimane nella memoria almeno giornalistica. Nel 1995 fu la volta infatti del suo “Un paese normale” e poi nel 1997 de “La grande occasione” in cui quello che sarebbe diventato di lì a poco Presidente del Consiglio snocciolava la sua visione del paese, dall’economia a tante altre tematiche ma che rimase nella memoria per la versione dalemiana del famoso “patto della crostata” a casa di Gianni Letta. Libro ricordato ancora oggi, tanto per far capire l’importanza mediatica di una pubblicazione. Anche se magari la maggior parte di coloro che ne parlano non l’ha neanche letto.

Veniamo al leader postmoderno Matteo Renzi. I suoi libri: da “Fuori” a “Stil Novo” ad “Avanti” sono ciò che più si può accostare al vero pensiero dell’autore. Leggendo si capisce che quello che scrive lo ha pensato, meditato, e allo stesso tempo entusiasmato. E meglio non poteva dirlo. Una sincerità portata al massimo. Un lunghissimo post di Facebook? Magari una lunghissima E-news, le mail che l’ex sindaco di Firenze continua a inviare alla sua sterminata mailing list. Renzi è veloce, preparato certo, ma comunque la sua comunicazione è rapida e lui è del tutto a suo agio nello spazio di un post o di una mail seppur lunghi.
La sua forza nel declinare questa modalità di linguaggio è quella dell’accendere l’entusiasmo di chi la pensa come lui e di chi è, culturalmente, caratterialmente, politicamente incline a rivedersi nel segretario del PD. Meno per tutti gli altri. I suoi tre libri fotografano tre epoche diverse, la stessa persona, però con prospettive e bagaglio diverso, forse anche con sogni diversi, di sicuro con riflessioni su se stesso diverse. Non riguardo al suo progetto politico né sulle modalità di realizzarlo e neanche sulle modalità di comunicarlo.

Si sono cimentati a scrivere un libro personale anche Matteo Salvini e Alessandro Di Battista. Salvini dal punto di vista della resa è nella scia di Matteo Renzi. Si tratta di un lungo post di Facebook, in cui cerca di raccontare la sua visione della politica e dell’amministrazione dello stato cavalcando i suoi temi più “forti”. Nulla di più e nulla di meno di ciò che fa quotidianamente sui social, alternando con disinvoltura il suo lato simpatico e gigione con quello duro e puro con l’elmetto da ultimo uomo di destra del paese.
Di Battista invece si butta sul diario/biografia/racconto della visione del paese condito con le parole d’ordine del Movimento 5 stelle. Ma il racconto delle sue gesta, che ricordano i viaggi sulla motocicletta di Che Guevara, la fa da padrone. Un predestinato che dal terzomondismo approda a governare il paese contro la Casta.

Ottimo per il nostro discorso l’esempio del libro “Revolution” di Emmanuel Macron, attuale presidente francese che ha vinto grazie ad un patto con i cittadini del suo paese che mai come questa volta hanno votato la persona più che i partiti. Il massimo della personalizzazione politica dal dopo guerra ad oggi. Più di Mitterrand o Chirac o Sarkozy, pari forse solo a De Gaulle. Un libro un po’ da campagna elettorale, un po’ scritto per farsi conoscere e dare forza ad un’ascesa politico mediatica che l’anno scorso era in pieno svolgimento, tanto da avere un successo galattico solo se si pensa da dove era partito (un outsider del governo del Partito Socialista dal di lui diversissimo Hollande) e dov’è arrivato. Il linguaggio è tutto propositivo, l’intento forse era quello un po’ “messianico” alla Obama. La sua vittoria nella corsa all’Esilio forse non ha raggiunto le vette obamiane del 2008 ma Macron era indubbiamente il candidato di tutti, con un movimento nato dal niente che ha annientato il Partito Socialista, e posto un grande ostacolo e freno al populismo-nazionalismo di Marine Le Pen. Il libro può aiutare a conoscere il fenomeno Macron, ma fino ad un certo punto, proprio perché si tratta di un fenomeno tutto in divenire.

Un politico/tecnico a cui non mancano le pubblicazioni è Romano Prodi, che negli ultimi anni si è fatto intervistare due volte, prima da Marco Damilano ( Missione incompiuta, 2013) poi da Giulio Santagata (Il Piano inclinato, 2017). Le sue tante pubblicazioni comunque, non solo quelle degli ultimi mesi incentrate sostanzialmente su un’analisi della situazione politico economica, ricalcano la sua esperienza da professore. Inclinazione ovviamente presente anche nei suoi migliaia di articoli scritti nel corso degli anni sui principali quotidiani. Gli ultimi due sono i libri post impegno politico. Il Professore preferisce di gran lunga la politica europea e internazionale alle beghe nazionali, ma non disdegna di dire la sua anche sulla politica italiana, a volte con una certa malcelata ironia nei confronti dei protagonisti della politica nostrana. C’è un libro diverso: è “Insieme”, del 2006, scritto insieme alla moglie Flavia Franzoni e curato dalla sua portavoce storica Sandra Zampa. “Insieme” è un racconto. Slow come la comunicazione prodiana che sovente è stata oggetto di satira pungente. Un libro che non può dirsi un lungo post Facebook, ma che, leggendolo con una certa pazienza, si rivela molto importante per capire il punto di vista privilegiato di Prodi su diversi passaggi decisivi per la vita pubblica del paese, condito dal racconto di due generazioni e di una famiglia allargata. Non è uomo da social il professore bolognese, ma gli spunti per capire ce ne sono molti.

Nel caso di Bill Clinton e Tony Blair, che hanno sfornato qualche anno fa due best sellers come “My life” e “A journey”, si parla di autobiografie. Da romanzo americano la prima, dettagliatissima, con risposte a polemiche e accuse la seconda. In quanto autobiografie scritte a posteriori del proprio mandato, i due ex protagonisti della scena mondiale sono da considerare in maniera diversa rispetto agli altri che cercano di comunicare qualcosa per dare un contorno alle proprie idee e per raggiungere consenso immediato.

Infine l’esempio più famoso al mondo. Barack Obama. Nel suo caso i libri sono precisamente tagliati per il racconto mediatico che ha portato alla grande vittoria del 2008 poi bissata nel 2012. Inarrivabile per tutti, in quanto a successo e a riuscita dell’opera “Sogni di mio padre”, dai grandi toni autobiografici, con la storia di una famiglia che aveva in se in nuce il sogno americano. Comunque la grande voglia del tempo degli Stati Uniti (ma non solo) di “riscaldarsi” ad un racconto di speranza e di ripresa dopo le guerre in Iraq, la plumbea era Bush e la crisi che già picchiava duro, ha facilitato il pieno successo di un racconto così funzionale al sogno americano, divenuto in qualche modo sogno mondiale. Obama è chiaro e sincero nel suo discorso e nel suo caso è il racconto a lanciare in orbita il libro e il successo mediatico e la presenza del personaggio a favorire il successo del libro.

Poi c’è Silvio Berlusconi. In realtà due libri li avrebbe anche scritti, famigerato soprattutto il non proprio best seller “L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio”, ma lui non ha bisogno di scrivere. Sono i libri, gli articoli, le diverse pubblicazioni, che inseguono il suo successo. Ottenuto con tutti i modi possibili di comunicare tranne la parola scritta. Ma lui è Berlusconi.

Gianluca Garro 

#PrimariePD: la sfida dei candidati “social”

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Emiliano parla di partito, congresso e primarie. Orlando punta su verbi programmatici come voglio, dobbiamo e serve, Renzi su parole d’ordine, come: Europa, giovani, Paese. Anche in queste Primarie del Partito Democratico, che si terranno domenica 30 aprile, i tre candidati si sono affidati ai social per la comunicazione quotidiana e diretta ai cittadini. Ma come? Le Primarie sono un appuntamento che permette agli iscritti e a coloro che intendono sostenere il partito alle prossime elezioni, di partecipare esprimendo direttamente la propria preferenza per uno dei tre. Scegliere un candidato equivale a condividerne le proposte, risulta quindi indispensabile per chi è in lizza, esporre in maniera chiara, semplice ma non riduttiva la propria linea programmatica. La rete e in particolare i social network costituiscono un canale privilegiato per farlo. Innanzitutto si arriva direttamente all’utente che può eventualmente interagire, inoltre si può testare grosso modo in tempo reale, l’approvazione di cui si gode presso le persone in rete. Quanto siano statisticamente rilevanti questi dati e rappresentativi del bacino elettorale effettivo è oggetto di studi e ricerche. Tuttavia sono molti gli aspetti che possono essere ricavati per gli addetti ai lavori e non solo.

Lo scorso 31 marzo, Wired nell’articolo “I social network in Italia: Facebook regna, ma i giovani guardano altrove” di Dario Falcini, ha riportato una ricerca condotta dalla società italiana leader nella social media intelligence BlogMeter. Quest’ultima ha esaminato 1500 persone residenti nel nostro Paese, dai 15 e ai 64 anni di età, utenti di almeno un canale social e di cui sono state analizzate le abitudini. In maniera nemmeno troppo sorprendente, la piattaforma più usata è risultata Facebook, con l’84 % di persone che ha affermato di adoperarlo più volte al giorno. Twitter invece, secondo quanto riportato da Wired, non sale nemmeno sul podio.[1] Tuttavia la piattaforma dai 140 caratteri è spesso usata dai politici per rilasciare dichiarazioni, in una sorta di comunicato stampa decisamente più breve e immediato, per annunciare iniziative, in breve per comunicare. Naturalmente lo stanno facendo anche i tre candidati alla segreteria del PD. Come sta andando dunque il dibattito politico sulla piattaforma dei cinguettii?

Per capirlo, può venirci in aiuto un articolo pubblicato su La Repubblica dello scorso 20 aprile, dal titolo “Twitter ‘racconta’ le primarie: Orlando il nuovo rottamatore e lo stile istituzionale di Renzi”, che riporta un’analisi condotta da Nicola Martocchia Diodati, della Scuola Normale Superiore di Firenze e Massimo Airoldi, dell’Università degli Studi di Milano. La loro analisi ha posto sotto la lente le interazioni dei candidati con gli utenti di Twitter ed ha selezionato le parole chiave usate, il tutto a partire dall’inizio della campagna delle primarie. È emerso che, fino alla data di pubblicazione dell’indagine, Renzi aveva scritto solo 144 tweet ma aveva raggiunto oltre 1200 tra retweet e favoriti per ogni cinguettio. Orlando ha collezionato 388 tweet con in media 117 interazioni per ognuno. Infine Emiliano ha twittato 491 volte, con una media di 78 tra retweet e favoriti. Cosa c’è nei tweet, quali temi e quali parole? Emiliano ha posto l’enfasi su: congresso, primarie, mozione, partito ma anche Puglia, Bari. Tra i temi compaiono lavoro e scuola. Molti sono invece, i verbi adoperati dal Ministro della Giustizia: voglio, dobbiamo, serve, diciamo, costruire. Tra i sostantivi vi sono: giovani, casa, paese e politica. Europa, sinistra, mondo, paura, scienza, culturale e insieme sono invece alcuni dei termini usati dall’ex Presidente del Consiglio.[2]

Twitter e gli altri social network possono fornire indicazioni ma probabilmente non dati statisticamente rappresentativi. Sarà quindi interessante capire quanti di questi temi saranno condivisi dagli elettori, li motiveranno a votare e soprattutto, per chi.

[1] https://www.wired.it/internet/social-network/2017/03/31/social-network-in-italia-facebook-regna/

[2] http://www.repubblica.it/speciali/politica/primarie-pd2017/2017/04/20/news/presenza_twitter_candidati_parole_chiave_interazioni-163427574/

Giusy Russo

Lo storytelling di un ministro

Delrio

Le figure dei ministri sono quasi ovunque delle figure oscure, offuscate dagli “uomini forti”, le superstar della politica, cioè i capi di stato e di governo che popolano le pagine dei giornali, i servizi dei tg e le pagine web.

In America, per esempio, sarebbe difficile ricevere una risposta soddisfacente se si chiedesse all’”uomo della strada” chi è e cosa fa un segretario di governo (i ministri USA).

In Italia si possono annoverare alcune figure balzate all’attenzione delle cronache non solo politiche. Da quelle più positive come Carlo Azeglio Ciampi alle più grottesche come Gianni De Michelis.

Nel governo smart di Matteo Renzi del 2014/15 c’è un ministro che ha provato a “raccontare una storia” per comunicare con i cittadini. Graziano Delrio. Perché –  checchè ne dicano cronache più o meno verificate che parlano di disaccordi con Matteo Renzi –  la figura del ministro reggiano fa parte della narrazione del renzismo, ne incarna dei messaggi chiari e univoci. Cotti, però, con una salsa meno indigesta a chi si oppone all’ex sindaco di Firenze, soprattutto nell’ambito del Partito Democratico.

E’ indubitabile dunque che Delrio abbia una sua narrazione personale. In particolare, si può dire che esistano molti aspetti che “cementano” il messaggio che Delrio “racconta”:

L’Emilianità –  La bonarietà, l’entusiasmo, la sincerità, il sorriso, la terra, la buona tavola. E l’efficienza della pubblica amministrazione. La regione che si rialza presto dalla ferita di un forte terremoto. L’Emilia, sia quella rossa sia quella bianca, diventata l’Emilia del Pd (anche se il consenso dell’epoca PCI-PDS-DS è ormai ben lontano).

Il ministro green – E’ la novità del Delrio ministro rispetto al Graziano sottosegretario. Questo aspetto ecologista è specificato da un tentativo di storytelling “social” realizzato il giorno dell’insediamento al ministero di Porta Pia. Una sequenza di foto postate sui social network del ministro in bici che parte dal cortile di Palazzo Chigi e arriva al ministero incrociando il pazzesco traffico romano e portando una goccia di verde in un mare di smog. Poi, con la consueta e a volte stucchevole ironia, i webnauti si soffermano su una piccola infrazione in arrivo in piazzale di Porta Pia. Ma poco importa. Il ministro green ha dato la linea arrivando al Ministero dei Trasporti con il mezzo meno invasivo e più cool, quasi hipster si direbbe. Un nuovo inizio.

Il padre giovane – Altra caratteristica che Delrio non potrà, pure se volesse, scrollarsi di dosso è quella del padre giovane. Il padre all’italiana. 9 figli. Certo, un po’ tanti. Però il punto è la famiglia. Cattolica, emiliana, normale, sorridente, governativa. E un padre che è anche un medico ed è anche uno dei collaboratori più importanti del Presidente del Consiglio ed è pure il ministro delle opere pubbliche. Una garanzia.

L’amministratore – Dopo la bici e la famiglia l’altro tratto del Delrio ministro è quello dell’amministratore. Sindaco per anni – come dicevamo di professione medico (che non pratica da anni) – ha governato una città come Reggio Emilia che rappresenta una realtà laboriosa, in cui i servizi funzionano e sono ancora all’avanguardia, anche se talvolta si sentono sinistri scricchiolii, ma che ha saputo rispondere egregiamente ad una ferita grave come quella del terremoto del 2012. Si tratta di un biglietto da visita di grande valore. Tra l’altro perfettamente compatibile con i dettami del primo Renzi, che durante le campagne elettorali per le primarie insisteva tanto sulla generazioni di sindaci/amministratori, gente a contatto con i cittadini tutti i giorni, che ci mette la faccia, al contrario di una classe politica ormai delegittimata.

Il Ministro all’Italia che fa – E’ inevitabile che il Ministero delle Infrastrutture, forse il più “difficile” da tanti punti di vista, sia stato affidato al giovane padre/bravo amministratore/ministro green. Una figura importante e uno dei pochi a poter gestire il ginepraio delle opere pubbliche ambiente.

I contenuti – Sempre in linea con il Presidente del Consiglio, i contenuti sono le cose che il governo fa o ha in programma di fare. Spesso spiegarli non è facile e richiede tempo ma la pacatezza di Delrio aiuta. Lo sguardo nel raccontarli è sempre rivolto al ”lato positivo” delle cose. Se non fosse così sarebbe una bella zappa sui piedi e risulterebbe incoerente. Comunque ottimismo senza mai prendere in giro i cittadini.

Un racconto italiano.  Ma qual è il ruolo di Delrio nel racconto quotidiano del governo? E’ forse questo che può far capire bene di cosa si parla.

Il ruolo di Del Rio non è da ridurre a quello di Ministro delle Infrastrutture (peraltro prezioso e funzionale al “discorso” renziano di una nuova classe dirigente che fa in maniera trasparente), ma bisogna pensarlo come un ruolo di “puntellatore” delle idee e delle parole d’ordine renziane.

Il suo argomentare pacato anche sui social network, dove con 140 caratteri è difficile essere pacati, fa da contraltare alla velocità “martellante” di Renzi. Ed entra nei dibattiti per spiegare l’opinione del governo anche sui temi più “scottanti” non soltanto quindi sul viadotto siciliano crollato ad aprile:


Graziano Delrio ‏@graziano_delrio  20 giu

non è con le guerre e con la non comprensione che si può favorire la solidarietà alla famiglia. #familyday

Graziano Delrio ‏@graziano_delrio  20 giu

la famiglia è un bene comune.  il governo ha messo molte politiche organiche in campo, come mai prima, con fondi specifici #familyday

Graziano Delrio ‏@graziano_delrio  20 giu

c’é sempre bisogno di ascolto reciproco, senza strumentalizzare. aumentare i diritti non è un pericolo per la famiglia. #familiday


L’esempio dei tweet partiti dall’account di Delrio il giorno del Family day è molto importante. Crea l’immagine del governo-conciliatore. Respingendo la logica del muro contro muro.

Un tema caldo, si direbbe scottante. Delrio prova a trovare una chiave: il dialogo, che le diverse tifoserie non sembrano aver adottato.

Si tratta semplicemente di un esempio, se ne possono trovare facilmente altri e non solo su Twitter o Facebook. Le sue lunghissime interviste ai quotidiani principali corrono sullo stesso solco. Magari arrivando ad un pubblico meno numeroso.

La curiosità è capire, nei prossimi mesi che vedranno diverse sfide importanti sul tappeto come la riforma del Senato o la riforma della pubblica amministrazione, se Delrio lascerà temporaneamente le tematiche infrastrutturali per intervenire nel dibattito e mostrare una sua strada di mediazione. C’è da aspettarselo. Comunque la si pensi, una presenza necessaria.

Gianluca Garro

Vince Sarkozy – Il Guerriero è tornato

«La destra francese ha deciso di fare la sua strada e, purtroppo, ha anche vinto». Sono le parole di Matteo Renzi che commenta nel suo discorso alla Direzione del Pd del 30 marzo la vittoria di Nicolas Sarkozy alle elezioni regionali. Sarkozy ha vinto, e parliamoci chiaro, ha fatto capire che se c’è una destra (una, senza sottilizzare) le forze estremiste – quindi il Front National – perdono terreno. Ma oltre al dato politico è interessante capire: che comunicazione ha fatto? E poi, c’è stata una comunicazione social che abbia se non favorito almeno “accompagnato” il successo dell’ex Presidente della Repubblica?

Da un’osservazione a “caldo” e prima che si scatenino esperti, politologi e mass mediologici si può dire che:

Twitter

L’utilizzo di twitter denota volontà, spontaneità, attendibilità, rapidità. Allo stesso tempo, però, scorrere i tweet e i retweet dell’account ufficiale di Sarkozy (@NicolasSarkozy) e dell’UMP, il suo partito (@ump) denota un uso superficiale del mezzo. Sembra quasi che non si sia voluto/potuto esplorare tutte le potenzialità del social network nello ‘spreading delle parole di Sarkozy che pure ha twittato con una certa frequenza nei 15 giorni finali della campagna elettorale. Durante le ultime settimane della campagna partivano dall’account frasi che scandivano la giornata, scritte con tono colloquiale (spesso con accuse dirette a Hollande), in un linguaggio semplice, accompagnate da non più di un hashtag, quello ufficiale della campagna senza soffermarsi sulle discussioni di giornata o su hashtag mirati. I retweet riguardano manifesti (virtuali), moderni “Programmata” con frasi, o appuntamenti o slide esplicative. Quindi un utilizzo sagace, pensato anche se poco interattivo. Non risultano sessioni di risposte ai cittadini o altre forme di bidirezionalità. Un uso intelligente ma cauto dello strumento.

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• Facebook

Su Facebook l’impegno di Sarkozy e del suo staff è stato molto ingente. Post brevi o veri e propri “comizi” via post, filmati, “programmata” ben ragionati. Quasi tutto “rimpallato” con Twitter. Esiste un evidente fil rouge tra le uscite di Sarkozy nei vari social network. E si nota mestiere nell’adattare i messaggi alle differenze delle caratteristiche dei social stessi. I post sono ben argomentati e hanno lo stesso stile dei tweet. Il leader offre le sue opinioni agli elettori con piglio deciso e sicurezza di sé. Evita ogni tipo di interazione, ma s’impegna a dimostrare vicinanza al pubblico a cui offre la propria idea e la propria soluzione sia che i problemi siano locali sia che riguardino la politica estera o temi fondamentali come il terrorismo.

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• Instagram

Il profilo è pieno zeppo di foto di Sarkozy, l’uomo della rivincita. L’uomo che sembrava finito e invece poi vince. Anche se si ferma incredibilmente a tre settimane prima delle elezioni.Per riprendere l’8 aprile quando Sarko ha incontrato il Presidente tunisino Béji Caïd Essebsi. Risulta quantomeno strano. Ripensamenti? Eppure le foto, seppur sempre tecnicamente perfette e scelte tra tante per la loro riuscita, apparivano naturali e sufficientemente adatte ad una campagna elettorale del 2015.

  • Periscope

Sarkozy fa in tempo a lanciarsi anche in Periscope, il tool di Twitter pensato per condividere streaming in diretta di qualsivoglia evento. Il lancio mondiale della piattaforma cade proprio durante il rush finale della sua campagna per le elezioni regionali. Certo, la definizione di tale servizio, non solo per Sarkozy è rimandata a tempi in cui lo sviluppo sarà completato e “maturo” ma la volontà c’è.

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  • Il sito

Nicolas Sarkozy non ha un sito personale. E solo questo dovrebbe far capire tante cose sulla natura dell’approccio ai social e al web. Buona copertura di campagna, debole veduta “lungimirante” su un’organica comunicazione “social”.

  • Il racconto di Sarkozy

Il “guerriero” Sarkozy è tornato sulla scena con il coltello tra i denti. Dato per morto dopo le disfatte politiche e d’immagine ha saputo attendere il suo momento e approfittando dell’appannamento di un Hollande che non riesce a scaldare i cuori si prende le sue rivincite. E la comunicazione è uno strumento nel cui uso cui l’ex avvocato di Berlusconi non difetta. Neanche quella social utilizzata come detto con intelligenza, oculatezza ma anche coraggio e un certo “ardore da battaglia”. Chiaramente Sarkozy non ha l’utilizzo dei social tra le sue esperienze di formazione. E’ di certo un politico 1.0 ma questo non ha fermato lui e il suo staff nell’utilizzare i social per una comunicazione politica di certo unidirezionale, ancora fatta più di “programmata” che di condivisione e discussione ma di certo lo spazio l’ha occupato.

Se il consenso si conquista con lo storytelling

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Nel 2015 il consenso si conquista raccontando. E’ l’epoca dello storytelling. Una specie di super racconto assemblato con tanti pezzi che sono i “mezzi” su cui il racconto viene intercettato dal pubblico, multiforme e allo stesso tempo unica “massa”.

Lo storytelling passa da Instagram, Twitter, Facebook, i siti web politici e  informativi, la TV, la radio per poi posarsi sulla carta dei giornali e da lì ripartire verso i social network in un circuito dalle curve velocissime. Ad ogni giro del circuito prende forma una particolare immagine che si stampa nelle menti. A quel punto il risultato è ottenuto. La vittoria, politica, guadagnata.

L’osservazione rivela che non ci sono ormai “liturgie” che possano rappresentare delle eccezioni al tentativo dei protagonisti della politica di raccontare un determinato evento per orientare i “sentimenti” del pubblico.

E’ il “sentiment” che caratterizza un particolare momento sui social , e che accomuna tante opinioni espresse contemporaneamente. Il tutto concorre con il gioco di rimandi tra mondo dei social e media tradizionali a creare un filo conduttore che porta buona parte del pubblico a condividere il “sentiment” desiderato da un particolare emittente, valorizzando e premiando una determinata scelta.

Tutto questo è successo anche per le elezioni del Presidente della Repubblica nell’ultima settimana di gennaio del 2015. Per Matteo Renzi che ha proposto il nome di Sergio Mattarella, si è posta subito la necessità di legittimare la scelta agli occhi dell’opinione pubblica.

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La figura di Mattarella, molto nota agli addetti ai lavori, era per lo più sconosciuta al cittadino comune. Un giudice della Corte Costituzionale: quanto di più oscuro al pubblico.

Una situazione molto favorevole dal punto di vista dello storytelling. Perché pur senza snaturare le caratteristiche specifiche del personaggio, la pagina bianca che simboleggia la sua impronta nell’arena mediatica degli ultimi anni permetteva di raccontare con una certa libertà.

Nelle ore successive all’annuncio dagli account Twitter e Facebook del Partito Democratico partivano post e tweet che lanciavano la figura di Mattarella come l’aveva raccontato il Presidente del Consiglio nel suo discorso. Un professore che aveva scelto di impegnarsi nelle istituzioni e in politica dopo la morte, per mano della mafia, del fratello Piersanti che nel 1980 era Presidente della Regione Sicilia. Viene  rilanciata la foto degli attimi immediatamente seguenti all’attentato in cui si vede il neo Capo dello Stato sorreggere il corpo morente del fratello. Un “racconto” era partito. Un trait d’union tra le stagioni delle ferite inferte dal potere mafioso con il 2015 con il presente di un’Italia che cerca di uscire dalla crisi. Epoche unite da un uomo affidabile e competente, una “scelta giusta” per tutti questi motivi. Un successo di Matteo Renzi che l’ha colto tutto questo successo, supportato dallo storytelling della sua struttura di comunicazione.

Lo storytelling non nasce con Renzi in Italia. Ma solo da poco sembra che ci sia un “disegno”, una progettualità, nell’idearlo e nel metterlo in pratica. Silvio Berlusconi, negli anni del suo “ventennio”, supportato dall’ingombrante macchina comunicativa di Mediaset c’aveva propinato un suo storytelling . Magari un po’ vintage, con il self made man vincente nella creazione del suo impero e quasi “costretto” a ripetere l’impresa per il paese con l’obiettivo di salvare il liberalismo messo a dura prova dalle sinistre.

Ma lo storytelling di Berlusconi, raccontato dalle sue TV, dai suoi quotidiani, dai suoi periodici, dalle sue radio, dalle lettere inviate per posta a tutte le famiglie  s’è fermato al 2008. Da allora una lunga rincorsa a cercare di dimostrare che lo storytelling di olgettine, senatori pagati per cambiare casacca e condanne non erano il suo racconto.

Si aspetta ora un’altra storia che vada ad affiancare quella renziana del Pd 2.0. Uno storytelling di destra. Chissà quanto dovremo aspettare ancora.

P.s. Con questo pezzo inizia la mia piccola, personale, avventura nel mondo dei blog. Il nome Programmata (gli annunci elettorali scritti sui muri dell’antica Pompei, la più antica testimonianza di comunicazione politica “scritta” della storia dell’umanità) come cerco di spiegare nella pagina dal titolo “about” vuole essere uno sguardo, attraverso miei brevi pezzi sulla comunicazione politica e istituzionale italiana ma non solo. Per fotografare ciò che esiste e per cogliere le innovazioni che arrivano quando meno te l’aspetti. Ci sarà anche un archivio con pezzi di qualunque genere che scrivo per vari blog e siti di informazione. Curiosate pure!!