Giacomo Matteotti, patriota.

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«Il presupposto essenziale di ogni libera elezione è che i candidati possano esporre pubblicamente le proprie opinioni. In Italia nelle elezione dell’aprile scorso (6 aprile 1924, n.d.A.) questo non è stato possibile». «Noi difendiamo la libera espressione del popolo italiano … e crediamo di rivendicarne la dignità domandando l’annullamento delle elezioni, inficiate dalla violenza fascista».

Con un coraggio impensabile, Giacomo Matteotti pronunciava queste parole pochi giorni prima di essere ucciso dalla Ceca, la polizia privata del partito fascista. Non si trattava di un articolo su qualche “foglio” politico (gli antichi blog), Matteotti pronunciava quelle parole in una seduta della Camera dei Deputati, guardando negli occhi Benito Mussolini e i suoi gerarchi più violenti, come Farinacci. E lo faceva mentre in segreto indagava su una possibile corruzione del duce in un affare di estrazione del gas.

Giacomo Matteotti a 90 anni di distanza fa venire in mente due qualificazioni. Quella del socialista e quella del patriota. Quest’ultima potrebbe sembrare una definizione avventata. Il Partito Socialista degli anni 20 non faceva certo dello spirito di rivalsa nazionale post grande guerra un suo cavallo di battaglia.

Quello era il cavallo di battaglia dei fascisti che trovava negli scontenti reduci di guerra orecchie attente.

Le rivendicazioni del biennio rosso che seguivano una strenua posizione di neutralità durante il conflitto si basavano sulle necessità del popolo. Le masse contadine – e in pochi casi industriali – oppresse, da sostenere nella lotta contro i padroni (latifondisti e capitani d’industria sfruttatori nel nome della produzione e del profitto) fino alla presa del governo per condurre politiche di stampo socialista.

Matteotti quindi era un fervente socialista. Lo spirito delle sue idee sta nel cuore della teoria socialista. E in questo spirito muoveva anche la sua azione politica quotidiana. Ma è proprio pensando all’azione quotidiana che viene da pensare al suo essere patriota. La motivazione principale per cui viene ricordato.

Tornando a quel fatidico 1924, a quei mesi terribili si capisce quanto gli eventi di quei giorni siano stati decisivi per la storia d’Italia anche nei decenni successivi. Mussolini, dopo aver preso il potere tramite l’accordo col Re del 1922 non aveva ancora deciso di rompere gli indugi come gli veniva continuamente richiesto dall’ala più oltranzista del suo partito. Il governo rimaneva “stretto” in un abito ipocritamente democratico anche per i tentennamenti del duce romagnolo.

Matteotti è colui che proprio in quei giorni decide di perseguire quella che sembra ai suoi occhi l’unica strategia possibile: la denuncia a voce alta del carattere violento e corrotto del potere fascista. Il fatto che i Fascisti, con la connivenza del Re, riducessero il popolo italiano ad una massa da governare e condurre con la forza. “Ricacciandola” – letteralmente – indietro. Qui Matteotti smette i panni del socialista a tutto tondo e veste i panni dell’eroe civile. Sceglie per se stesso il ruolo più luminoso e appunto civile in senso universale ma anche il più tragico.

E’ l’unico difensore della Patria in un senso moderno del termine. Il difensore della gente o come si sarebbe detto nel ’24 delle masse oppresse. Una Cassandra che mette in guardia dall’abisso che una dittatura poteva contribuire a spalancare andando al potere in una grande nazione. In un tempo complesso. Sì Matteotti fu un patriota, come lo possiamo intendere oggi. Il difensore della comunità. Un difensore caduto. Che però 90 anni dopo si ricorda ancora. Allora non è morto invano.

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Gianluca Garro

 

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La Jihad in casa

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I fatti di Parigi hanno scardinato un’altra convinzione dell’epoca dell’innocenza occidentale sulla violenza jihadista: che alcuni luoghi che noi riteniamo “sacri” non vengano toccati e che la libertà di espressione debba essere sempre garantita e lontana da episodi di violenza.

Invece i jihadisti hanno messo in pratica ciò che da sempre avevano minacciato. Perché i terroristi sono pratici e non si nascondono. Non vivono in clandestinità come i vili brigatisti degli anni di piombo che comunicavano con oscuri volantini dal linguaggio incomprensibile.
La reti dell’ISIS e di Al Qaeda propongono le loro visioni delle cose su internet, su Twitter e Facebook con account raggiungibili da tutti, facilmente. O con video ben confezionati postati su Youtube.
In questo contesto si inserisce la scelta di numerosi giovani immigrati di seconda e terza generazione di entrare a far parte più o meno attivamente delle cellule terroristiche, arrivando a raggiungere in numerosi casi la Siria.

Dal 7 gennaio sui giornali si parla di ogni minimo aspetto della tragedia. Nonostante questo, ciò che appare più difficile da decifrare sono i motivi che spingono tanti giovani a fare la scelta totalizzante di abbracciare la causa jihadista fino alle estreme conseguenze.

Nemmeno i tanti esperti di Islam  sono giunti ad una risposta definitiva, che peraltro, nel campo della sociologia è arduo raggiungere. Si può però individuare alcuni aspetti importanti. In particolare tre.

L’ATTIVITA’ DEGLI IMAM 

E’ la predicazione di personaggi carismatici, dotati di grandi capacità di appeal che ha portato in numerosi casi alla radicalizzazione delle idee e delle azioni di tanti giovani di seconda e terza generazione. La totale mancanza di una disciplina e di una direzione condivisa tra i predicatori di una religione (nella sua parte sunnita) che non è organizzata come una chiesa e non prevede un clero “autorizzato” ha portato all’affermarsi di un ritorno alla teorizzazione dell’integralismo con pratiche non conformi alle abitudini del nostro tempo. Una “purezza” che affascina. Per il messaggio grande e “salvifico”, per la speranza di una vita pienamente vissuta che da’ a tanti giovani.

IL FASCINO DEL CAMBIAMENTO.LE RAGIONI DELL’IDEALISMO 

Molto significative sono le immagini della propaganda dell’ISIS che ritraggono momenti di entusiasmo e di cameratismo tra i miliziani. Al netto del loro intento promozionale (qui si è felici e si combatte dalla parte giusta) esprimono un vero entusiasmo di questi giovani. Sembra lo stesso entusiasmo che muoveva i giovani militanti della lotta “continua” degli anni 60 e 70 in Europa e negli Stati Uniti. Certo, siamo in campi diversi e allora tutto era cominciato con il mito della non violenza ma la lotta armata s’era imposta quando era nato il conflitto degli anni di piombo. Sotto il fuoco del terrorismo islamico c’è anche questo. La ricerca di una “vendetta” nei confronti del mondo “infedele” che ha il volto per tanti ragazzi dell’oppressione economica e sociale dei grandi ghetti delle metropoli europee. Quei paesi e quelle nazioni che hanno deciso il destino del mondo arabo centinaia di anni fa, che hanno portato avanti il sistema delle colonie. Responsabili agli occhi di tanti giovani di oppressione e di morte. E allora l’ISIS è la risposta. Una risposta finalmente organizzata, forte e fedele. Perché lo dice il Corano. Allora è giusto.

LA STRUTTURA DELL’ISIS 

La novità è l’ISIS. La formazione che ha la sua struttura centrale a Raqqa in Siria e nasce da una costola di Al Qaeda. In particolare, dalla “sezione” irachena, fondata da Al Zarqawi, terrorista giordano ucciso dalle forze occidentali dopo la guerra in Iraq del 2003. Zarkawi era famoso non solo per il suo integralismo ma per la particolare efferatezza delle sue azioni con decapitazioni e altre nefandezze realizzate in nome della Jihad.
La vera novità sta nel fatto che i seguaci di Zarqawi hanno saputo essere pazienti e dopo aver ricevuto finanziamenti e ingrossato le loro fila hanno approfittato della rivolta in Siria del 2012 scoppiata per abbattere il regime di Bashar Al Assad. Con una notevole organizzazione militare e un ingente numero di uomini si sono impadroniti di metà del territorio siriano allargandosi all’Iraq nord-occidentale fino a Falluja e Mosul raggiungendo le vicinanze della capitale Baghdad. Molto presto gli uomini dell’ISIS hanno dichiarato la nascita del nuovo Califfato di Abu Bakr Al Baghdadi. Uno stato quindi, un’organizzazione funzionante o almeno così appare dai filmati di propaganda affidati ad alcuni giornalisti occidentali costretti a collaborare. Grande è quindi la differenza con l’organizzazione seppur notevole ma clandestina e “nomade” di Al Qaeda. Per la prima volta i giovani “foreign fighters” hanno una bandiera da issare, un territorio da raggiungere, una guerra simmetrica da combattere, un nuovo “mondo” da costruire, dei valori da rendere vivi e stabili in un paese. Stupefacente.

Sono questi solo alcuni tra gli aspetti che possono aiutare ad avere conoscenza e consapevolezza del fenomeno. Una faccenda molto complessa con motivi economici, sociali, religiosi, politici, sociologici e psicologici alla radice. Una sfida che fa tremare i polsi ma allo stesso tempo il solo conoscerla aiuta e come dice la saggezza popolare è metà dell’opera.

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Gianluca Garro

Le Feste Pd, una palestra d’impegno politico

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Piazza centrale del quartiere, adiacente alla parrocchia. Due palchi per concerti e dibattiti. Una cucina da campo all’interno di uno stand. Altri quattro stand per esposizioni, per la vendita al dettaglio e per la presentazione di un’iniziativa sullo scambio dei libri. Una dozzina di militanti volontari che si occupa di tutto.

Con queste dotazioni, uno dei quartieri popolari di Roma, il Portuense, organizzava pochi giorni fa la sua “Festa Democratica”, come si leggeva sui volantini con il programma, quindi non Festa de L’Unità, denominazione ancora utilizzata da quella organizzata dalla federazione romana o da quella nazionale, tenutasi quest’anno a Bologna.

L’impegno dei volontari di Portuense è stato encomiabile e, tra l’altro, imitato solo da pochissimi altri quartieri/municipi della Capitale. Tra gli ospiti politici spiccava Pierluigi Bersani, impegnato a farsi selfie con i militanti in cucina (come hanno fatto Renzi e quasi tutti i ministri del governo a quella bolognese).

Tutto questo farebbe pensare che le feste di partito, del Pd in particolare (ora ci si cimenteranno anche i grillini, il cui Movimento ha bisogna di una botta di vita), godano di ottima salute. Ma è proprio così? Scorrendo l’elenco delle feste nelle città e borghi d’Italia si direbbe di sì. La lista è molto lunga. Si tratta di una vera e propria istituzione italiana. Un misto di sagra di paese, happening politico, festa patronale, balera, festival musicale, fiera e chi più ne ha più ne metta. Un posto dove la politica è, sinceramente o no, vicina alla gente. Dove tanti ministri e parlamentari si aprono a un dialogo con i cittadini.

La partecipazione poi di membri del governo e dell’opposizione rende molto spesso la giornata finale della Festa nazionale il momento politico della giornata. Detto quindi il meglio possibile dell’istituzione-Festa, ci si chiede quale sarà il suo futuro. In un tempo di crisi, in cui il giornale a cui viene dedicata dal dopoguerra ha chiuso i battenti.

Non si può far finta che il Pd non sia cambiato. Almeno a livello di leadership. Un tema che è ancora troppo cronaca per farsi storia, ma c’è da scommettere che sarà studiato sui libri di scuola. Per la prima volta il gruppo dirigente dei “giovani di Berlinguer” ha perso il comando del partito a favore di un outsider apparentemente senza corrente ed establishmentad appoggiarlo. Nonostante tutto questo, però, l’elenco di feste (ben) organizzate è lungo. Gli stand sono ancora lì, insieme ai palchi per i dibattiti, le piadine, le salsicce e il vino. E si nota anche un piglio e un’esperienza notevoli nell’organizzazione della Festa nazionale, curata da Lino Paganelli in primis. Una prova concreta di una vitalità né sparita né dimenticata.

Viene da pensare che se la Festa tiene, può tenere il Partito. Senza addentrarci troppo in questo ardito pensiero si possono fare però delle riflessioni. La sopravvivenza e la buona riuscita delle Feste in tutt’Italia sono un segnale di vitalità se non politica, quantomeno organizzativa del Partito Democratico. Sono il segno della tradizione, sì, ma servono soprattutto a creare un clima di ottimismo e di vitalità che nessun’altra forza politica possiede. Devono essere un fiore all’occhiello anche della segreteria Renzi, che in quanto a organizzare happening, ne sono una prova le Leopolde, ha una discreta esperienza.

Certo, sono feste che devono andare al passo con i tempi, trovare dei fili conduttori di interesse nelle persone, che non devono passare solo una bella serata ma che devono trovare qualcosa di diverso e inedito. Le Feste possono, ambiziosamente, diventare una palestra di impegno politico. Si vedono spesso stand organizzati dai giovani Democratici. L’auspicio è che ce ne siano sempre di più. Feste dunque come spazi di confronto e di apprendimento su tutte le tematiche più importanti del fare politica, dalla gestione della cosa pubblica alle strategie di comunicazione, all’organizzazione di una federazione o di un circolo. Le Feste sono importanti e, se rimangono vive, se daranno qualcosa in più alla politica del Paese, saranno ancor di più la fortuna del Partito Democratico.

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Gianluca Garro

Quando l’abito fa il politico

LEADER

Del corpo dei potenti se ne parla da secoli. Il corpo è servito spesso a connotare e a rappresentare il potere, l’autorità. Fin dal tempo dei greci l’eroe dal fisico meraviglioso imponeva già con la sua figura il rispetto e l’autorevolezza dovuti. E giù giù fino al potere dei Re, ritratti con vesti sfarzose o nell’atto di combattere come soldati valorosi. Dal canto loro anche i  papi con i loro ermellini mentre venivano trasportati su un trono trasmettevano tutta la loro potenza.

Quindi, per usare un luogo comune, in politica l’abito fa il monaco. Viene da chiedersi: ma anche oggi è così? Oggi che l’autorità, se non per i (pochi) monarchi sopravvissuti a guerre calde e fredde, non  viene più mostrata con segni esteriori particolari si può ancora parlare di corpo dei potenti (e quindi dei politici)?

C’è quindi l’abito (o il vestito) riformista o la grisaglia conservatrice?

Dopo averci pensato un po’ viene da rispondere di sì. C’è più che altro la necessità di raccontare qualcosa della propria visione del mondo, o della politica (uno storytelling “indossato”) o forse imporre uno stile riconoscibile e condivisibile. Per creare l’effetto positivo e “bucare” così uno schermo o rendere utilizzabile e “virale” una fotografia.

Gli esempi sono facili da reperire ed elencare: chi non ricorda la famosa camicia bianca del Renzi “rottamatore”? Ora se ci si fa caso, dopo l’investitura a segretario del Pd e poi a Presidente del Consiglio la giacca è d’obbligo ma un ‘eccezione c’è stata: la famosa chiusura della Festa nazionale dell’Unità a Bologna nello scorso settembre. Renzi invita al suo fianco quattro astri nascenti del riformismo europeo: Manuel Valls , primo ministro del governo francese, socialista, Pedro Sanchez, neo segretario del PSOE spagnolo, il segretario della Spdtedesca Achim Post e il vicepremier olandese Diederik Samson, del Partito del Lavoro. Tutti in camicia bianca. L’impatto visivo fu effettivamente significativo. C’era sicuramente un intento goliardico, un fare il verso del premier italiano. Ma c’era anche un’identificazione. «Siamo il nuovo, gli scapigliati che rottamano il vecchio potere e la camicia bianca è la nostra divisa»sembravano annunciare i cinque politici tutti nati negli anni 70.

Quale migliore identificazione di questa? Quale messaggio più chiaro?

Altro esempio di “abbigliamento politico” è quello di Alexis Tsipras, il neopremier greco che non ama portare la cravatta. Le motivazioni più che private sembrano di immagine. Non presentarsi in grisaglia come invece sembra essere obbligatorio a Bruxelles e in tutti i summit europei è un altro modo di evidenziare le differenze con i “signori della troika” tanto invisi al popolo greco. Si spinge più in là il suo ministro delle finanze, YanisVaroufakis, che addirittura si presenta con improponibili camicie colorate portate fuori dai pantaloni e giacche spesso di colore diverso dai pantaloni. La faccia da vecchio pugile vissuto fa il resto. E il messaggio è chiaro: noi siamo diversi e non vi permetteremo di decidere del nostro destino e dei nostri soldi.

Tutto il contrario dei compostissimi funzionari e referenti politici di Bruxelles tra i quali spicca il finlandese Jyrki Katainen, ora vice di Juncker alla Commissione europea. Anche i suoi occhiali da dottorando concorrono a dargli quell’immagine di efficienza e rigore adatta al suo ruolo.

Ultimo esempio degli innumerevoli che si possono fare il discusso ma anche stimato da tanti cittadini Guido Bertolaso, ex Capo Dipartimento della Protezione civile, che in ogni intervista, in ogni ospitata nei talk show sfoggiava la maglietta della stessa  Protezione civile, tipica divisa che contraddistingue i componenti del Dipartimento stesso. Un indumento informale, operativo, che diceva più e meglio di ogni parola quanto fosse “uomo del fare”, anti –burocrazia, quell’uomo che la portava. A prescindere da come sia poi finita la sua parabola alla protezione civile un espediente vincente. Come sempre appaiono le strategie dell’abito che fa il monaco.

Pubblicato su http://www.qdrmagazine.it

Gianluca Garro