Il Pd di Renzi sarà degno erede dell’Ulivo?

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A 36 anni siamo già vecchi? E’ ciò che ci si chiedeva con alcuni amici, “pazzi” per la politica. Eravamo bambini nel ‘93, quando un referendum cancellava le preferenze. Quando il maggioritario diceva che le elezioni si sarebbero svolte quasi come in America. Ed eravamo adolescenti quando il centrosinistra vinceva finalmente le elezioni. Con quel clima da scudetto atteso 40 anni, l’Ulivo si apprestava a governare. E si cominciava a parlare di “ulivismo”. Una categoria della politica nuova e molto cool in quel momento. Sembrava a portata di mano la possibilità di far convivere in maniera produttiva i rappresentanti delle due grandi culture che avevano dialogato odiandosi cordialmente per decenni. Il comunismo che si affacciava alla socialdemocrazia e il cattolicesimo democratico che, almeno a parole, aveva ispirato la “sinistra” democristiana a partire dai primi anni 70.

Poi sappiamo tutti come è andata. E non c’è bisogno di tornarci. Qualche tempo dopo, cioè nel biennio 2004-2005, si capì improvvisamente che l’ulivismo, dopo essere stato messo da parte, poteva prendersi le sue rivincite. Rimaneva quel rimpianto del governo 96/98, che sembrava veramente aver ridato fiducia a un Paese disilluso. La competenza e la serietà potevano anche governare.

Ma venne un voto della direzione della Margherita, nel maggio 2005, che diceva no alla lista unitaria dell’Ulivo anche al Senato. Si trattava di una premonizione, di uno sfilacciamento che poi puntualmente avrebbe detto che l’Ulivo e quell’idea al massimo potevano andare a riempire qualchepantheon. Chi aveva 30 anni nel 2008 ed era cresciuto nella speranza dell’Ulivo poteva considerarsi vecchio politicamente. Era nato il Pd della fusione a freddo. Sia chiaro, il Pd era quel partito che tutti, anche i vecchi ulivisti, avevano sognato e ha ancora tutte le possibilità per diventarlo, ma è chiaro che nei primi anni non è stato quella nuova grande forza politica scritta nelle radici uliviste. Quella forza che avrebbe “dimenticato” i partiti di provenienza e avrebbe creato una nuova classe dirigente fatta di “nativi democratici”, e cercato il maggioritario con tutte le sue forze in una logica bipolare, se non bipartitica.

E oggi? E con Renzi? Le polemiche di questi giorni, sollevate dalla minoranza del Pd, in particolare da alcuni esponenti che hanno rivendicato uno spirito “ulivista”, intravedendo addirittura la possibilità di creare una “nuova” forza, hanno fatto riparlare i giornali dell’Ulivo. E allora giù ancora tutti a dire la propria, sui social network, sui giornali, in TV. Chi si ricorda che si trattava di  un cartello elettorale, chi dice che era una cosa solo di Prodi, chi boh.

Eppure c’è chi ha appoggiato Renzi e visto nella sua alternativa una possibilità di considerare il Pd un degno erede dell’Ulivo. Un partito inclusivo come dicono tanti, ma veramente. Né liquido né solido. Un partito aperto, ma nell’animo. Un partito che accoglie. C’è ancora chi ci crede. Perché la leadership di Renzi deve ancora dipanarsi e svilupparsi. Molti dicono che se fosse stato per lui, Renzi non avrebbe preso il partito, perchè puntava solo e sempre a Palazzo Chigi. Chissà, di certo però c’è che è riuscito, approfittando anche della débâcle delle elezioni del 2013, a scalarlo il partito. Che per fortuna è rimasto scalabile, come era previsto dai visionari e pazzi ulivisti. Ora pare addirittura che stia partendo il lavoro di una Commissione dedicata alla forma partito da costruire. Il Pd di Renzi quindi. Possono sperare anche i pazzi, pirateschi, ulivisti? La speranza c’è ancora. Ma sta solo dentro il Pd. Inevitabilmente.

Pubblicato su http://www.ateniesi.it

Gianluca Garro

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